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Indagine Consip: la tempesta perfetta

(Carlo Bonini per La Repubblica) – L’ iscrizione nel registro degli indagati del pm napoletano Henry John Woodcock per rivelazione di notizie dell’ indagine Consip coperte dal segreto al cronista del Fatto quotidiano Marco Lillo, il coinvolgimento nell’ inchiesta della sua sfera di relazioni private (è accusata di concorso nello stesso reato la giornalista Rai Federica Sciarelli che da tempo è legata sentimentalmente al magistrato) è una di quelle tempeste perfette che raccontano molto di più di quanto non dica ciò che ne è oggi la causa scatenante.

E in qualche modo, da tempo, non ne era in discussione il “se”, ma piuttosto il “quando”. Non è un caso che l’ iscrizione al registro degli indagati di Woodcock risalga allo scorso aprile, e che l’ indagine a suo carico sia andata avanti per quasi otto settimane prima di conoscere un momento di discovery con un invito a comparire per un interrogatorio fissato nei prossimi giorni.

Insomma, al netto dell’ esito che questa vicenda avrà nelle sedi che ne sono investite (la Procura di Roma e il Csm, dove pende nei confronti di Woodcock un procedimento disciplinare che tornerà a essere discusso la prossima settimana anche sulla base dei nuovi atti dell’ indagine penale), quello che si sta consumando sull’ asse dei due uffici giudiziari di Roma e Napoli è l’ inevitabile redde rationem tra due metodi – quello “Woodcock” e quello del Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone – che raccontano due culture della giurisdizione agli antipodi.

Costrette malvolentieri a convivere nel ventennio dell’ emergenza berlusconiana per ragioni di opportunità e «tenuta democratica» di fronte alla manomissione sistematica delle regole del processo. E, ora, sotto il cielo disordinato di una stagione politica senza padroni e senza bussola, oggettivamente e semplicemente incompatibili. Mai, come nell’ inchiesta Consip, due approcci inquirenti sono apparsi così in antitesi. Nel metodo di raccolta delle prove.

Nella loro valutazione. Nella scelta della polizia giudiziaria cui affidare la delega delle indagini (il Noe dei carabinieri a Napoli, il Nucleo investigativo dell’ Arma, a Roma).

Mai una fuga di notizie (quella di cui Woodcock è accusato risale significativamente al 22 e 23 dicembre 2016, ventiquattro ore dopo la trasmissione per competenza dell’ indagine Consip da Napoli a Roma) è stata così strumentale alla costruzione di una campagna di opinione che doveva radicare nel senso comune e nel dibattito pubblico l’ idea posticcia di due uffici del pubblico ministero mossi da interessi divergenti. Il primo (Napoli), intento a smascherare la corruzione del cerchio stretto dell’ ex Presidente del Consiglio. Il secondo (Roma), preoccupato di ridurre il danno politico di quella rivelazione.

Mai era accaduto che un ufficiale di polizia giudiziaria (il capitano del Noe Giampaolo Scafarto) portato in palmo di mano e difeso dal pm napoletano fosse denunciato e smascherato come impostore e falsario di passaggi politicamente significativi dell’ inchiesta da chi quell’ inchiesta l’ ha ereditata per competenza (Roma).

Credere insomma che in questa storia siano in gioco il diritto- dovere di un quotidiano di pubblicare notizie, ancorché coperte da segreto, piuttosto che i rapporti tra un pm e la stampa, sarebbe un errore. Un modo per guardare al dito e non alla luna che indica.

Perché, appunto, non sembrano due semplici articoli di stampa la ragione che ha spinto Giuseppe Pignatone a un passo da cui nessuno dei protagonisti (i pm romani, piuttosto che lo stesso Woodcock) potrà tornare indietro come se nulla fosse accaduto.

In gioco è ciò che dall’ istruttoria del pm Henry John Woodcock è emerso in questi mesi. E un metodo che ha oggettivamente reso oggi più difficile la ricerca della verità, compromettendo la genuinità e la pulizia delle sue fonti di prova. Quale che sia la verità. E quali che siano le responsabilità che interpella. L’ ex presidente del Consiglio, il padre Tiziano, piuttosto che i vertici Consip.

Sul banco delle evidenze, infatti, oggi ci sono atti processuali manipolati. Informative disseminate a uomini dei Servizi. Fughe di notizie. Testimonianze ritrattate. Ufficiali di pg che chattavano spensierati discettando dell’ opportunità o meno di disseminare di cimici gli uffici del Comandante generale e del Capo di Stato maggiore dell’ Arma dei carabinieri. Il vertice dell’ Arma in conflitto palese con il lavoro di un suo reparto (il Noe) che di quel vertice diffidava.

Un quadro desolante, in cui Woodcock conosce drammaticamente la sua némesi. Anche se – come ha detto di essere certo ieri – dovesse uscire a testa alta dall’ inchiesta penale che ora lo riguarda. Perché è come se il “mostro” cresciuto in questi anni all’ ombra di un’ idea del lavoro del pubblico ministero, della sua funzione, abbia finito per fagocitarlo.

Leggere le chat di Scafarto, la violenza polemica e personale della campagna di stampa che ha accompagnato questi sei mesi di indagine Consip hanno mostrato in qualche modo l’ approdo di una stagione giudiziaria che ha trasformato l’ indagine su uno dei più importanti e delicati casi di malversazione della storia repubblicana in una guerra di religione capace di distruggere, in un colpo solo, la credibilità della magistratura, dell’ Arma, del ruolo della stampa.

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