Cronaca/Inchieste/Interno/Politica

L’inchiesta su Woodcock può essere un boomerang per chi la conduce

GLI INCROCI PERICOLOSI IN CONSIP TRA GLI ACCUSATI E GLI ACCUSATORI

(Giacomo Amadori per la Verità) – L’indagine per rivelazione del segreto istruttorio aperta dalla Procura di Roma contro il pm Henry John Woodcock e la sua amica Federica Sciarelli rischia di diventare un’arma a doppio taglio, difficile da gestire anche per i magistrati che si sono avventurati in terre sconosciute.

Il procuratore Giuseppe Pignatone, costantemente informato delle indagini, il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi hanno iscritto Woodcock per un motivo molto semplice: i tre indagati eccellenti dell’inchiesta, il comandante generale dei carabinieri, Tullio Del Sette; il comandante della Legione Toscana, Emanuele Saltalamacchia e il ministro dello Sport, Luca Lotti, sono stati iscritti il 21 dicembre verso mezzogiorno dalla Procura di Napoli, dopo le dichiarazioni accusatorie dell’ex amministratore delegato di Consip, Luigi Marroni.

Nel pomeriggio il cronista del Fatto quotidiano, Marco Lillo, ha parlato al telefono con la Sciarelli, legata da una relazione sentimentale con Woodcock, e nei due giorni successivi ha pubblicato le notizie sulle iscrizioni eccellenti. Per gli inquirenti c’è poco spazio di manovra: se quella telefonata non è servita a confondere le indagini (Lillo potrebbe aver «sporcato» il telefono della Sciarelli per coprire la sua vera fonte), ragionano i magistrati, quel pomeriggio il cronista, sulla base dei tabulati, ha avuto un solo contatto riconducibile, seppur indirettamente, a una delle persone depositarie del segreto delle iscrizioni fatte a Napoli.

I due indagati verranno sentiti nei prossimi giorni: Woodcock la settimana prossima in data e luogo segreti; la Sciarelli il 30 giugno. Ha chiesto di essere sentita lei stessa il prima possibile, molto infastidita dalla decisione di sequestrarle il telefonino. La donna giura di non avere nulla da nascondere e di essere pronta a raccontare tutta la sua verità, e cioè che lei il 21 dicembre 2016 ha parlato con Lillo per amicizia e non certo per passargli veline provenienti da Woodcock. Ai pm la Sciarelli spiegherà che mercoledì 21 dicembre, giorno in cui andava in onda la sua trasmissione, Henry John non lo aveva proprio visto. Anzi, pensava che fosse a Napoli febbricitante.

Il cellulare della conduttrice di Chi l’ha visto? potrebbe, come le scene del crimine di cui si occupa la trasmissione, «parlare». E raccontare cose che non necessariamente i magistrati di Roma sono interessati a conoscere. Ad esempio, le fonti capitoline dei numerosi scoop della giornalista. Forse per questo è stato chiesto ai tecnici di esaminare le chat e la messaggistica presenti sullo smartphone per un arco di tempo molto ristretto, solo 6 giorni.

Ma Lillo potrebbe avere una fonte diversa da Woodcock? Sembra proprio di sì. Per capirlo bisogna tornare al 20 dicembre, quando i carabinieri del Noe, interrogano Marroni e scoprono il motivo per cui aveva fatto bonificare il suo ufficio: aveva appreso da più fonti dell’ inchiesta in corso. E i nomi che il manager fa verbalizzare quel giorno sono proprio quelli degli indagati eccellenti: Lotti, Del Sette, Saltalamacchia. Marroni viene sentito presso la caserma del Noe di Roma, a due passi dall’hotel Ergife. In serata raggiunge la sede dei carabinieri anche Woodcock per farsi ripetere le inaspettate dichiarazioni.

Dopo aver risentito con le sue orecchie le parole di Marroni, Woodcock telefona all’amico magistrato Paolo Ielo, ben sapendo che i fatti descritti dall’ex ad di Consip erano avvenuti a Roma, e che quindi il fascicolo andava trasferito nella Capitale. Ielo è a una cena natalizia di natura istituzionale, a due passi da Piazza del Popolo. È al tavolo con il suo capo, il procuratore Giuseppe Pignatone. In quella telefonata Woodcock ovviamente non parla solo di questioni tecniche, ma offre l’anticipazione delle accuse di Marroni e della levatura dei personaggi che coinvolge.

Per questo Ielo informa Pignatone e subito dopo lascia la cena in tutta fretta, facendo intuire ai commensali (tutti uomini dell’ambiente militare e giudiziario) l’importanza della faccenda. Nella sede del Noe Woodcock illustra a Ielo ciò che è stato detto da Marroni, e la necessità, prescritta dalla legge, dell’iscrizione immediata dei personaggi chiamati in causa e la sua intenzione di trasmettere il giorno successivo il fascicolo a Roma per competenza.

Si dibatte anche dell’urgenza di una perquisizione a casa di Tiziano Renzi, della cui necessità è certo il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto, mentre i magistrati delle due procure sono più prudenti, temendo che, a causa delle fughe di notizie, Renzi senior possa aver già bonificato la propria abitazione.

Dunque anche Ielo, uno dei magistrati che stanno indagando su Woodcock, paradossalmente, era stato messo a conoscenza del segreto che circa 24 ore dopo sarebbe finito nelle rotative del Fatto quotidiano. I cronisti hanno rapporti giornalieri con il procuratore aggiunto di Roma.

È questo uno dei motivi per cui il magistrato anglo-napoletano ha usato il termine «amareggiato» per descrivere il proprio stato d’animo alla notizia dell’ iscrizione. Senza contare che Woodcock ritiene di aver accelerato, di sponda, la carriera dell’amico. Nel 2010 Ielo, da poco trasferito da Milano, affianca in un’ inchiesta importante, quella su Finmeccanica, un mostro sacro della Procura capitolina, il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo.

Il quale nel 2011 viene disarcionato da un messaggio in bottiglia partito dalla Procura di Napoli: una notizia irrilevante dal punto di vista penale, ma delicatissima da quello politico-giudiziario, che rivelava una cena informale consumata da Capaldo con il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, accompagnato dall’inseparabile consigliere Marco Milanese, indagato da lì a poco proprio da Capaldo.

Quest’ ultimo alla fine non viene accusato di alcun reato, ma perde il fascicolo Finmeccanica e il Consiglio superiore della magistratura apre un procedimento disciplinare a suo carico. Il Csm chiama a testimoniare su Capaldo (qualcun altro dice «contro») proprio Ielo e un altro collega del pool. Con questi pregressi, Woodcock non immaginava di dover subire dalla toga romana un simile trattamento. Né che la sua amica Sciarelli potesse subire l’onta del sequestro del cellulare. Anche perché la giornalista giura che il 21 dicembre ha scambiato con Woodcock solo una breve telefonata e non sapeva dove si trovasse fisicamente l’uomo.

La conduttrice di Chi l’ha visto? mente e ha fatto da «palo» a un incontro tra il magistrato e il cronista del Fatto? A quanto risulta alla Verità, il 21 dicembre il pm ha passato alcune ore a Roma, come sarebbe in grado di dimostrare, ma all’insaputa della Sciarelli e di Lillo. Altro tassello importante della sua difesa è che la sera del 20 non c’erano solo lui e Ielo, ma anche diversi investigatori e pure il 21, al momento dell’ iscrizione, c’erano altri testimoni. E almeno uno di loro in quelle ore fece avanti e indietro sulla direttrice Roma-Napoli.

FUGA DI NOTIZIE, IL CERCHIO SI STRINGE SULL’INTERROGATORIO LAMPO DI MARRONI

(Massimo Malpica per il Giornale) – La chiave del sospetto è tutta in due giornate. Il day after di Henry John Woodcock indagato – con la compagna Federica Sciarelli – per rivelazione di segreto d’ufficio (lei per concorso) è tutto nelle strategie della procura di Roma, chiamata a dimostrare che il pm partenopeo non è stato la vittima delle fughe di notizie al Fatto Quotidiano bensì l’autore. E così il lavoro delle toghe capitoline guidate da Giuseppe Pignatone si concentra su due date di dicembre, il 20 e il 21. Il primo giorno, un martedì, il capitano del Noe Gianpaolo Scafarto guida la perquisizione nella sede della Consip.

Scafarto – ora indagato per falso – quel giorno ascolta a sommarie informazioni anche i vertici della centrale acquisti della pubblica amministrazione, e l’ad Luigi Marroni gli anticipa i nomi di chi ha spifferato l’esistenza dell’ inchiesta al presidente Ferrara, convincendo di conseguenza lui stesso a bonificare il suo ufficio dalle microspie: sono i vertici dell’ Arma nazionale e toscana, e il braccio destro di Matteo Renzi, Luca Lotti. Scafarto avvisa Woodcock, che corre a Roma con la collega Celeste Carrano e in serata interroga Marroni. Il quale, a verbale, conferma tutto. Woodcock torna a Napoli, e il giorno dopo, mercoledì 21 dicembre, iscrive Del Sette, Saltalamacchia e Lotti nel registro degli indagati.

Quelle successive, secondo la procura di Roma, sono le ore decisive per capire come la notizia sia potuta finire, il giorno dopo, in un pezzo del Fatto Quotidiano firmato da Marco Lillo che rivelava l’indagine a carico di Del Sette. In mano, tra tabulati e altri dati del traffico telefonico, ci sarebbero contatti tra lo stesso Lillo e la giornalista compagna di Woodcock, tutti tra il primo pomeriggio e le 19.

La convinzione è che lì la notizia sia «fuggita» dal segreto della procura alle edicole di tutta Italia. Per poi concedere il bis, il giorno dopo, con un altro scoop della firma del Fatto su Lotti indagato e sulla trasmissione degli atti dalla procura di Napoli a quella di Roma. Lillo, già a caldo, ha negato qualsiasi ruolo di Woodcock e Sciarelli nella propalazione della notizia, dicendosi pronto a raccontarlo anche ai magistrati romani e correndo in procura, dove però i pm erano impegnati nell’ interrogatorio del vicecomandante del Noe, Sessa: «Posso testimoniare, per quello che vale la mia parola e la mia credibilità, che in questo caso la Procura di Roma ha sbagliato».

Gli inquirenti, che ascolteranno il giornalista la prossima settimana, la pensano diversamente, e dovrebbero scoprire le loro carte al più tardi in occasione dell’interrogatorio del pm napoletano, che è in calendario il 7 luglio ma potrebbe essere anticipato, e presto verrà sentita anche Federica Sciarelli. Quest’ultima, nel frattempo, incassa la solidarietà di Usigrai e Fnsi che condannano in particolare il sequestro del telefonino della giornalista, una «palese ed esplicita violazione della segretezza delle sue fonti».

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