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Marcello Veneziani: “Roma martire d’Italia”

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – Oggi è la festa patronale dei romani ed io nel nome di San Pietro e San Paolo, vorrei dimenticare per un giorno il degrado della Capitale e l’operato della Raggi per difendere Roma Capoccia e denunciare la discriminazione a suo danno.

Mi sono stancato di sentir parlare di questione settentrionale o padana, di questione meridionale o terrona, e ancor più di questione europea o migratoria. La vera anomalia di questo paese è la questione romana. Anzi la vera discriminazione in atto nel nostro paese riguarda proprio Roma.

Altro che dominazione romana, Roma è succube e colonizzata dalle province e patisce il potere delle periferie o delle altre capitali, con rassegnata strafottenza. Mi spiego partendo dall’alto, dalla più alta carica dello Stato, con un significativo paradosso che non è mai stato notato, che io sappia.

Da quando Roma è capitale d’Italia non ha mai avuto un capo dello stato romano. Roma sarà caput mundi ma non è caput italiae. Credo che sia un caso unico in Europa e non solo, ma la Città Eterna, la Capitale d’Italia, il luogo da cui si irradiò la civiltà del diritto e dell’imperium, dello Stato e dell’universalità, non ha mai espresso un Capo dello Stato romano.

Dopo i Savoia, notoriamente piemontesi, con ascendenza francese, abbiamo avuto dodici capi dello Stato: tre ancora piemontesi, tre napoletani, due sardi, due toscani, un ligure e ora un siciliano. Mai un romano (e nemmeno, per la cronaca, un milanese o un adriatico).

Bisogna arrivare all’antica Roma per trovare un re o un imperatore romano de Roma. Città come Parigi, Londra, Madrid, Vienna, e si potrebbe continuare ancora, hanno dato Sovrani e capi dello Stato in grande quantità; Roma, che forse è la più titolata e antica, no, mai.

Direte: è un curioso dato statistico, una fortuita coincidenza. Ma non è così. In realtà Roma vive nel nostro paese uno stato di vita apparente; ma è morta da secoli. Al suo posto c’è una città papalina che fa da cuscino e da cornice superba al Vaticano, c’è un crocevia di lazzi e di intrallazzi, c’è una gremita classe dominante e viaggiante che proviene da tutta Italia; ma il potere non è qui.

Anche ora il conflitto politico è sulla dorsale Milano-Genova-Firenze, più una lunga scia sparsa nel paese, al nord e un po’ al sud e alle isole. Ma Roma è rappresentata in modo marginale o provvisorio, come è il caso dell’inquilino di Palazzo Chigi, Gentiloni. Il resto è poco o niente.

Roma subisce l’Italia: subì Torino, dai Savoia alla Fiat, subì Milano, dall’economia e l’industria a Mediobanca, subisce leader, cordate e gruppi venuti dal nord, dal centro-nord o al massimo dal sud, ma Roma si esaurisce nella gobba di Andreotti e poco più: le ere della nostra politica repubblicana, da quella degasperiana e togliattiana, saragattiana e nenniana, a quelle più recenti fanfaniana, morotea, demitiana e craxiana, berlusconiana e prodiana, montiana e renziana, sono sempre  d’importazione.

Perfino Mani pulite distrusse il potere a Roma ma il centro inquisito e inquisitore era a Milano. Insomma, Roma è il terminale, la coda (velenosa o alla vaccinara, secondo i punti di vista) ma non è il cuore né la testa dell’Italia.

Anche i papi da un bel po’ non sono romani; da quando le antiche famiglie patrizie romane caddero in disuso, arrivano dal nord o dal resto del mondo, come è giusto per la Chiesa universale; ma Santa Romana Chiesa è ormai da tempo tutt’altro che Romana. Ora è diventata perfino extracomunitaria.

Persino ai tempi del fascismo, la romanità fu fondata da un romagnolo che si ispirava a un abruzzese e a un toscano, e i suoi gerarchi e teorici erano tutto meno che romani.

Ma che razza di capitale è? Il potere è romano di fama ma non di fatto.Tutti i grandi progetti politici e culturali nascono a nord e muoiono a Roma. Le rivoluzioni nascono altrove e qui finiscono a cena. Roma è la città del tramonto, dove vengono a morire le idee e le carriere altrove sviluppate.

E per connotare l’Italia all’estero con i luoghi comuni ci sono ancora le tre M, Maccaroni, (o Mandolini), Mussolini e Mafia, tutti fenomeni non romani ma napoletani, romagnoli e siculi. La grande editoria, la grande moda, il grande teatro, il grande design, non sono in Roma.

Del resto non può essere diversamente in un paese che ha sempre riconosciuto la sovranità reale in altre capitali, da Parigi a New York, persino Mosca e addirittura Pechino. O che ha sempre identificato il carattere nazionale come la media tra Milano e Napoli (o in subordine tra torinesi e siculi), offrendo Roma solo il selciato, lo sfondo solenne e i sampietrini.

Insomma Roma appare come superflua e ridondante, una specie di ciliegina sulla torta. Non fa la storia ma la patisce, come la breccia di Porta Pia o i torpedoni dei turisti giapponesi.

Sta lì, riversa sui sette colli, dolce e passiva e ti chiede con gli occhioni a cupolone: e mo’ che me fai?

La definitiva scomparsa di Roma è avvenuta con la morte di Alberto Sordi e l’eclissi del duo Rutelli-Veltroni. Con Veltroni Roma passò dalla Storia alla Ricreazione: film, festival, fiction, notti bianche, pop corn e tric trac. Veltroni fu l’animatore del villaggio Roma. Waltere facce ride…

Per questo dico che nel nostro paese la vera emergenza è la questione romana, la sottovalutazione della Capitale, divorata dai barbari e invasori calati da lontano, tramortita dai poteri forti che hanno le loro sedi centrali lontano da Roma, sottorappresentata e ridotta a pura location del potere, senza voce in capitolo.

Ma se lo dici al nord, al sud o altrove ti danno del pazzo; e se lo dici ai romani anziché suscitare un conato di fiera indignazione, ti rispondono: “nun ce po’ fregà de meno”. Pietro e Paolo fate qualcosa per Roma martire d’Italia, d’Europa e del mondo intero.

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