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Il finto curato di campagna rottamerà il boy scout

(Giancarlo Perna per la Verità) – Pur proclamandosi rottamatore della vecchia politica, Matteo Renzi sta risuscitando Romano Prodi che ne è la quintessenza. Dopo la batosta alle amministrative, il professore di Bologna è l’ uomo del giorno. È lui che la sinistra disperata vuole contrapporre al petulante fiorentino per farlo fuori. Vero che in agosto compie 78 anni, più adatti a un soggiorno alle terme che a calzare l’ elmetto. Ma si sa che per gli anzianotti questi refoli di vita sono meglio di un’ immersione nella fontana della giovinezza.

Basta guardarlo in tv per capire quanto è ringalluzzito. Sguardo duro, labbra serrate e frasi secche: «Renzi vuole che sposti la tenda più in là? La mia è molto leggera e l’ ho già messa nello zaino». Il classico modo cattolico-scoutista di mandare all’ inferno senza dirlo. Per l’ ex premier è giunta l’ ora di vendicare l’ affronto del 19 aprile 2013, quando Renzi gli fece mancare i voti per eleggerlo al Quirinale. Sintetico come Cesare sul Rubicone, ha disegnato la sua strategia in tre mosse.

Molla Matteo per unirsi ai fuorusciti di Pierluigi Bersani e alle sinistre errabonde di Giuliano Pisapia, Nicola Fratoianni & co. Se poi, come sembra, un’ altra fronda guidata da Dario Franceschini spappolerà il renzismo dall’ interno, si darà da fare per federare tutti. Infine, rottamerà il rottamatore per condannarlo all’ oblio.

FAMIGLIA CHE CONTA

Seppure perfido, Romano è degnissima persona. Appartiene a una delle tre grandi famiglie provinciali che hanno malridotto l’ Italia dopo il miracolo economico: gli emiliani Prodi, i marsicani Letta, gli avellinesi De Mita. Nuclei numerosi, colti e legati alla Chiesa che si è presa la briga, in particolare con i Prodi e i De Mita, di farne dei cacicchi della Dc, partito di riferimento.

Dei Prodi si ha traccia nei registri parrocchiali di Scandiano (Reggio Emilia) fin dal Trecento. Il primo avo certo, Tognino da Prodi, è vissuto tra XV e XVI secolo. I nostri Prodi, figli di un ingegnere di origine contadina, sono invece nati tra gli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso. Romano è il penultimo di una nidiata di nove fratelli, due femmine e sette maschi. Tutti si sono laureati e cinque sono diventati professori universitari.

Poi, la Chiesa nelle sue varie fattezze, vescovi, parroci, monsignori, li ha spinti nei gangli vitali della società italiana per irrorarne di sangue cattolico l’ irruente sviluppo tra happy night alla Bussola e fumi sessantottini.

Ripercorrere il cursus di Romano è quasi un pleonasmo tanto è noto. Docente di economia a 23 anni, a 30 era editoralista principe del Corsera, a 37 ministro dell’ Industria. Poi, per tutti gli anni Ottanta, fu il patron dell’ Iri. Nei successivi 20, è stato l’ antagonista di sinistra di Silvio Berlusconi che batté due volte, sostituendolo a Palazzo Chigi nel 1996 e nel 2006.

LA TASSA MAI RESTITUITA

È sotto la sua guida che l’ Italia è entrata nella moneta unica al cambio suicida – generò in una notte un’ inflazione interna del 100 per 100 – di 1936,37 lire per un pidocchiosissimo euro. Per godere il privilegio, dovemmo sborsare una tassa una tantum con la promessa che sarebbe stata restituita e che mai lo fu. Famoso in tutta l’ Ue per la prodezza – nomen omen -, Prodi ne divenne il capo nel 2001, come presidente della Commissione. Il Cav, che era premier, lo appoggiò e non ne ebbe mai gratitudine.

I giornali italiani sciolsero peana. La stampa anglosassone lo fece invece a fette. «Un dilettante superprotetto catapultato su una poltrona troppo importante», scrisse il Financial Times. Il Times rincarò: «Un personaggio deriso in quasi tutto il vecchio continente ma che resta motivo d’ orgoglio per gli italiani». Fu sotto la sua guida che l’ Ue si gonfiò a 27 Stati. Da allora, è sempre in procinto di scoppiare.

Nel 2008, con la fine del suo secondo gabinetto, Romano è uscito dal grande giro e si è dedicato a Nomisma, la sua ricca società di consulenza. Negli ultimi tempi, ha piacevolmente sorpreso – almeno me – per avere rivisto vecchie posizioni. Oggi, è critico dell’ Ue per l’ impotenza. Si distanzia dalla globalizzazione, di cui è stato fan, perché ha creato enormi squilibri: la finanza trionfa, il lavoro scarseggia. Giudica incontrollata l’ immigrazione, rimpiange Gheddafi che ci dava una mano a contenerla e sferza il governo dicendo che sui barconi facciamo la figura di un paese che «non conta nulla». Insomma, fa mea culpa. In ciò, superando l’ eterno rivale, il Berlusca, che non rinnega nessuna delle sue cavolate.

L’ ALONE DI MISTERO

Detto questo, Prodi e il suo passato sono avvolti da un alone di mistero che li circonfulge. Mi sono sempre chiesto se ci sia veramente qualcuno – nei meandri dei mille poteri politici, burocratici, polizieschi, italici ed extra – che sappia tutto di quest’ uomo due volte premier. Non fosse che per tranquillizzarci. Prodi incarna infatti il seguente rebus: com’ è arrivato ai vertici?

Tutti sanno della seduta spiritica del 2 aprile del 1978 nelle campagne di Bologna, da cui Prodi sostiene di avere appreso dove le Br nascondevano Aldo Moro. Muovendosi sul tavolino, la tazzina di caffè batté «Gradoli». Ed esattamente in via Gradoli a Roma era prigioniero Moro. Nonostante Prodi si fosse precipitato a riferire il nascondiglio alle autorità, per una serie di disguidi si arrivò tardi e il prigioniero fu ucciso settimane dopo. La domanda è: possibile che l’ indicazione così precisa di Gradoli sia venuta da un medium?

Non ci crede nessuno. Prodi ha saputo di Gradoli da gente in carne e ossa vicina alle Br? Complici dell’ università di Bologna dove insegnava? Servizi segreti esteri? Mistero. Sta di fatto che da 40 anni insiste sulla versione farlocca della seduta spiritica e non c’ è autorità che gli abbia cavato il cece di bocca. Un premier, assumendo la carica, giura fedeltà allo Stato e lealtà al popolo. È fedele e leale chi ha la chiave del massimo trauma nazionale del dopoguerra e non lo rivela?

AMICO DI RUSSIA E CINA

Da allora, Prodi ha una fama sulfurea. Nel 2005, saltò fuori che era un agente sovietico. I dossier dell’ Urss, crollata 15 anni prima, erano stati dissigillati. Tra i reperti, la testimonianza di un’ ex spia, Alexander Litvinenko (poi ucciso a Londra col polonio), avrebbe mosso accuse pesanti su di lui. Un collega del russo, Oleg Gordievsky, in un’ intervista al senatore e giornalista, Paolo Guzzanti, già presidente della commissione Mitrokin, aggiunse particolari mai verificati: «Tra il 1981 e il 1982, Prodi era popolarissimo: lo trovavano in sintonia e dalla parte dell’ Unione sovietica».

Rivelazioni – non accertate – che avrebbero abbattuto un toro. Romano si limitò invece a uno di quei suoi sorrisi da ebete che gli fanno obiettivamente torto e la cosa finì nel nulla.

L’ ultima, e chiudo. Da anni, Prodi è un super consulente di Dagong, l’ agenzia di rating cinese, sul modello di Moody’ s, Fitch e S&P. Nel 2011, appena insediato il governo di Mario Monti, Dagong abbassò l’ affidabilità del debito italiano, mettendo il carico da undici sui nostri guai. In altri tempi, chissà cosa sarebbe successo. Ma a lui è bastato un altro sorrisino da tonto per disperdere ogni sospetto. E ora scende di nuovo in pista.

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