Cronaca/Interno/Politica

Le figurine di Renzi

Dal virologo alla vittima dell’acido. Anche Matteo gioca con le figurine. Come Veltroni al Lingotto, il leader dem arruola personaggi famosi da mettere in lista (per togliere posti ai suoi critici)

(Lodovica Bulian ilgiornale.it) – «Ci vorrebbe un vaccino anche al virus dell’autodistruzione della sinistra», dice Renzi alla platea riunita al Teatro Ciak di Milano.

La metafora non è casuale. Dal palco del secondo giorno della kermesse democratica Roberto Burioni, il virologo che combatte gli antivax, ha appena terminato la sua invettiva contro le «pericolose bugie» di certa politica «che soffia sulla paura» dei vaccini. Riferimento non tanto velato all’universo dei Cinque stelle. Ma l’assist del medico non sarà l’unico raccolto dal segretario dem. Niente è lasciato al caso nella scaletta dei testimonial arruolati nella giornata dello scontro a distanza con la piazza di Pisapia. Obiettivo, sfilare agli avversari il copyright di sinistra, dal lavoro alla legalità, con il duro monologo di Don Ciotti su etica e politica.

La «Leopolda milanese» è una sfilata di nomi spendibili in lista alle prossime politiche. Potenziali candidature sganciate dai veti delle correnti. Perché «chi nel partito vorrà tenersi lo scranno dovrà mettersi in gioco e lavorare», avverte Renzi. Nulla sarà scontato. Intanto ci sono loro, i prototipi della tanto corteggiata società civile, secondo lo schema con cui Veltroni rinnovò il partito nel 2008. Sul palco si alternano figurine funzionali alla narrazione renziana dei mille giorni di governo. Dopo il ct della pallavolo Mauro Berruto, dunque, il medico, la paladina contro la violenza sulle donne, la giovane sponsor dallo ius soli, il lavoratore divenuto imprenditore grazie al Jobs act. Lo «staff» renziano in prima fila da Richetti a Fiano, da Romano a Scalfarotto, plaude il copione democratico. L’unico che devia dal tracciato è Don Ciotti, che striglia la classe dirigente, compresa quella democratica, che «deve tornare a parlare alle persone», agli ultimi e ai poveri, ai giovani per cui «qualcosa è stato fatto concede – ma manca una visione. Serve uno scatto». Perché prima dello ius soli «viene lo ius della coscienza», e «sofferenze umane prima di quelle bancarie». Vaccini, legalità. E pari opportunità, con la testimonianza umana di Lucia Annibali, sfregiata dall’acido e oggi consigliera nel dipartimento guidato da Maria Elena Boschi. Parla del «lavoro fatto in questi mesi con il piano anti-violenza e il dialogo con le associazioni». Ma è nella chiosa che risuona il refrain più gradito alle orecchie di Matteo. «La prima volta che incontrai Renzi mi chiese cosa mi aspettassi dallo Stato. Vorrei che non ci fosse rassegnazione, che non si pensasse che le cose non possano cambiare. Ma ci vuole coraggio».

Tocca all’universitaria tunisina Insaf Dimassi, studentessa di Scienze politiche a Parma, alzare la bandiera della mancata legge sulla cittadinanza che le ha impedito di candidarsi nel suo comune e di ottenere un tirocinio internazionale. «A chi frena sullo ius soli dico: siamo un milione e ci dovete riconoscere per quello che siamo. Siamo italiani cresciuti con Pascoli e Leopardi». E poi c’è l’imprenditore Antonio Caselli, presidente della cooperativa Greslab di Scandiano, nata dalle ceneri di un concordato. Sul palcoscenico del Pd è lui il volto della ripresa economica e occupazionale della stagione renziana. «All’inizio eravamo in 35, ora siamo in 82 con tutti i dipendenti assunti grazie al jobs act».

Chiude Sergio Giordani, il neosindaco di Padova, l’eroe delle Amministrative che ha spezzato la catena di sconfitte dem conquistando la roccaforte leghista. Il manager che in campagna elettorale si era smarcato dai simboli ora ringrazia il partito per averlo scelto. Che ricambia incoronandolo nuova punta di diamante pescata nel bacino del civismo piddino.

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