Cronaca/Inchieste/Interno

Che fine ha fatto Igor il russo?

(Donato Carrisi per www.corriere.it) – La leggenda di «Igor il russo» è iniziata esattamente tre mesi fa, in una tranquilla serata di primavera a Riccardina di Budrio, una manciata di case laggiù nella Bassa. Come ci sia arrivato non si sa. L’unica cosa certa è che a spingerlo fin lì, come un cane randagio, dev’essere stata la fame. Altrimenti perché rapinare un modesto bar di campagna? Igor è entrato nel locale con indosso una giacca mimetica e imbracciando una carabina.

Forse pensava che bastasse per intimorire i proprietari. Invece, con sua grande sorpresa, il titolare non solo non ha avuto paura ma l’ha subito disarmato, usando il fucile come un bastone, rincorrendolo per tutto il locale, proprio come si fa coi cagnacci di strada.

A raccontarci, impietosa, la scena è una telecamera di sicurezza. Igor cerca di sottrarsi alle percosse mentre l’altro lo spinge nel retrobottega, forse per metterlo in trappola in attesa della polizia o di un accalappiacani.

Ma la storia che quel nastro non racconta, poiché i due escono dall’inquadratura, là dietro cambia improvvisamente. Il cane randagio, forse stanco di buscarle in quel modo umiliante, o forse perché un antico istinto è riemerso da un angolo oscuro del cuore, ha una reazione, un moto d’orgoglio. Qualcosa gli ha fatto improvvisamente ricordare che un tempo non era un cane ma un soldato, un assassino professionista. Un uomo rispettato e temuto, non una bestiaccia da prendere a calci. Così Igor si è rimpadronito dell’arma e, senza esitare, ha freddato l’uomo che aveva davanti.

UN CANE RABBIOSO

La caccia al cane rabbioso è appena iniziata. Anche se ancora non sente le sirene che si avvicinano, lui sa bene che da questo istante è già un fuggiasco. Mentre si allontana a piedi dal luogo della sparatoria, cerca di ragionare. Se vuole farcela, deve rimanere lucido. Perché tutto ciò che farà da questo momento lascerà una traccia. Ogni gesto, azione, scelta produrrà un residuo, un segno che rivelerà ai cacciatori qualcosa di lui. E li avvicinerà, inesorabilmente.

Il piano iniziale, ormai, è saltato. Per il colpo ha scelto un bar e non, per esempio, una gioielleria perché sapeva che nessuno sbirro si dannerebbe l’anima a cercare l’equivalente di un ladro di polli. Ma quel cadavere cambia tutto. Non lo lasceranno mai in pace.

Per questo i primi momenti sono cruciali se vuole depistarli. Procede a passo spedito, guardandosi intorno, mentre il cuore batte forte in un misto di paura e adrenalina. Individua un furgone appena parcheggiato. Osserva il proprietario mentre scende dal mezzo e nota subito qualcosa: non richiude le portiere. Infatti, la chiave è ancora infilata nel cruscotto. Lo ruba e si allontana.

Il proprietario denuncerà il furto, presto la targa sarà segnalata ai posti di blocco. Deve mettere quanti più chilometri possibili fra sé e quel posto. Ma senza esagerare: deve dare l’impressione di non avere un piano, agli occhi di chi lo cerca deve sembrare un balordo allo sbando.

Abbandona il veicolo, ma prima considera che forse è meglio avvalorare la messinscena. Nella colluttazione con il padrone del bar non ha riportato nemmeno un graffio, ma ora prende un coltello e si procura un piccolo taglio e sporca di sangue i sedili del furgone. I cacciatori penseranno che la preda è ferita, e che per questo non potrà andare lontano. Rinvigorendo le loro certezze ammorberà il loro intuito.

CORSA CONTRO IL TEMPO

Ha pochi giorni per attuare il piano di fuga e, perché funzioni, deve essere paziente e disciplinato. Vari fattori giocano a suo favore. Per prima cosa, «Igor il russo» è solo una delle sue molteplici identità. I poliziotti s’imbatteranno anche in Norbert Feher e in Ezechiele il serbo. Nessuno, però, riuscirà veramente a capire chi è veramente e, soprattutto, quali sono i suoi «amici».

Ogni volta che scopriranno un nuovo nome, bruceranno anche i contatti che lo conoscono con quell’identità. Ma, finché non li avranno scoperti tutti, potrà sempre contare su qualcuno che lo aiuti a varcare il confine. L’obiettivo è raggiungere l’Est Europa, ma i cacciatori dovranno pensare che è sempre lì, in quei quaranta chilometri quadrati di campagna.

E quando sarà al sicuro, loro continueranno a inseguire un fantasma. Per questo deve restare il più possibile, per scongiurare il rischio di portarseli appresso anche dopo. Deve marcare il territorio, perciò si nasconde fra i casolari e gli sterpi, si sposta solo di notte, beve l’acqua dei fossi e cerca il cibo fra i rifiuti.

L’AGGUATO E LA BEFFA

Coi propri escrementi crea false piste olfattive per fuorviare i cani dei cacciatori. Per un’intera settimana riesce ad apparire pur rimanendo invisibile, come uno spettro. L’ottavo giorno incrocia due guardie ecologiche, forse li scambia per sbirri, forse l’hanno riconosciuto. Forse niente di tutto ciò. Ma uno come lui non può rischiare. Spara. Ne uccide una, l’altra si finge morta. Se ne accorge, sta per darle il colpo di grazia ma ci ripensa.

Lascia in vita un testimone prezioso, perché col proprio racconto possa contribuire all’inganno. Adesso i cacciatori avranno la certezza che è ancora in zona e a nessuno verrà più in mente di cercarlo altrove. Perciò tira fuori dalla tasca un bigliettino con un numero di telefono, custodito per giorni come un amuleto. È il suo lasciapassare: un contatto sicuro che possa portarlo ad Est. È venuto il momento di sparire davvero. I cacciatori sono stati beffati. Il cane randagio può tornare a casa.

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