Cronaca/Interno/Politica

La nuova epurazione di Renzi: non sarà ricandidato chi ha più di tre legislature

(Carmelo Lopapa per la Repubblica) – Nessuna deroga per chi avrà già completato tre legislature, in casa Pd. Forse qualcuna ai ministri, poi a pochi altri: piazza pulita e liste aperte ai nuovi innesti della società civile, già in parte fatta sfilare all’ assemblea milanese di venerdì e sabato.

L’ ultima notizia messa in circolo in queste ore dal Nazareno e rimbalzata nel Transatlantico semideserto del lunedì pomeriggio è un vecchio pallino di Matteo Renzi, tornato parecchio alla modalità “rottamatore” ritenuta la più efficace. E ha il classico e forse voluto – effetto mina. Certo, contribuisce a esasperare il nervosismo dei gruppi dirigenti a una manciata di giorni dalla direzione di giovedì, in cui in tanti pronosticano già un “frontale” tra il segretario e il più insofferente dei capicorrenti dem, Dario Franceschini.

Il ministro per la Cultura furente per la chiusura del segretario a qualsiasi ipotesi di apertura a sinistra e a un centrosinistra largo. In ballo, neanche a dirlo, ancor prima che la strategia politica, c’ è ormai la regia e gli equilibri sulle liste che da qui a breve andranno definite. Raccontano che il ministro e fedelissimo renziano Luca Lotti alla squadra del futuro stia già lavorando, su mandato del capo.

Ora l’ ultima indiscrezione getta benzina sul fuoco. Anche perché molti tra i cinquanta veterani a rischio esclusione (si parla di una trentina di deputati e una ventina di senatori) appartengono anche all’ area Franceschini, tra le più strutturate nel partito.

È vero che saranno blindate figure come il premier Gentiloni (4 legislature), gli stessi ministri Franceschini (4) e Orlando (3), Marco Minniti (4). Ma nel calderone finiscono davvero tanti big.

Anche chi come Anna Finocchiaro è sì al governo, ma in Parlamento da 8 legislature. E poi Gianni Cuperlo (3), Nicola Latorre (4), Marina Sereni (4), Giorgio Tonini (4), Ugo Sposetti (5), Luigi Zanda (4), Cesare Damiano (3), Beppe Fioroni (5), Barbara Pollastrini (5), Vannino Chiti (4). Solo per citare alcuni tra i più noti e non proprio ortodossi renziani. Rosi Bindi (6) ha già fatto sapere che si farà da parte.

Conferme ufficiali alla regola del tre non ne arriveranno, ma la voce è sufficiente a tenere sulle spine mezzo partito e ribadire la linea che il leader ha dettato a Milano: «Ascolto tutti, ma non mi ferma nessuno. Rispondo alle primarie, non a capicorrente e caminetti. Volete la garanzia di andare in Parlamento? Mettetevi in gioco».

Franceschini non si sogna certo di disarcionare Renzi. Ma si è fatto in queste settimane portavoce di un malessere che matura anche nei territori. Intimoriti, alla vigilia di importanti scadenze elettorali – Sicilia, poi Lombardia, poi i Comuni nel 2018 – dal rischio di doppie candidature nel centrosinistra, se salteranno i ponti con l’ area Pisapia.

Come se non bastasse, dopo giorni di attacchi alla leadership da parte del Guardasigilli Orlando, in queste ore si aggiunge la spina Emiliano. Ieri il governatore pugliese ha chiamato al telefono Matteo Renzi per preannunziargli l’ affondo sul delicato decreto banche («Così è invotabile »). Pochi i margini per ritoccare il testo che arriva alla Camera blindato dal governo: voluto da Padoan e considerato dal segretario il male minore. E l’ ex magistrato vanta al più 10 deputati, tra i quali il vicepresidente della commissione Finanze Michele Pelillo e il presidente della Bilancio, Francesco Boccia, e 2 senatori.

Ma la “spina” politica resta. E la prossima da piantare potrebbe essere il “reddito di dignità”, già adottato in Puglia. In ogni caso, Emiliano non punterà a destabilizzare la leadership, piuttosto a caratterizzarsi su temi concreti per tornare visibile. Non è un caso se l’ assemblea della sua corrente, Fronte democratico, si terrà il 7 e 8 al Nazareno. Autorizzata dalla segreteria.

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