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“L’ultimo genio”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Quando muore un genio, tutti a dire che lascia un grande vuoto. Che non lo dimenticheremo mai. E altre frasi fatte. Fatte apposta per non domandarci perché di geni non ne nascono più. O forse ne nascono ancora, ma nemmeno ce ne accorgiamo: mancano l’habitat e l’humus per farli emergere, manca chi li nota, li alleva, li asseconda, li incoraggia, ci investe. Paolo Villaggio, tra le tante fortune, ha avuto anche quella di nascere in un’epoca di geni che i geni sapevano riconoscerli e valorizzarli, senza pretendere di livellarli e formattarli nei confini asfissianti della mediocrità e del conformismo dominanti. Immaginate oggi quale produttore metterebbe i soldi e la faccia su un film cattivista che sbeffeggia ferocemente e dunque affettuosamente i bambini brutti, le donne racchie, le vecchie arrapate, lo sfruttamento dei lavoratori, i totem degli intellettuali à la page, i cult del cinema d’essai, i riti e i miti della religione, persino l’amore per gli animali, violando tutti i tabù del buonismo imperante e del politicamente corretto. Se rinascesse oggi, Fantozzi resterebbe clandestino. Me ne accorsi una decina di anni fa, quando lo conobbi nei camerini di Victor Victoria. Ospiti della Cabello, attendevamo il nostro turno. Lui, vestito col solito caftano per risparmiarsi il fastidio di infilarsi i pantaloni, aprì un bustone che teneva sottobraccio e ne srotolò il contenuto: “È la mia colonoscopia, appena fatta. Ho pensato di mostrarla in diretta alla signorina-bambina. Non crede, professor Marco, che farò cosa gradita?”. Me lo disse con aria serissima, solenne. Victoria, appena vide la lastra, finì lunga e distesa a terra per le risate – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 4 luglio 2017, dal titolo “L’ultimo genio”.

Villaggio era così: cattivissimo dalla testa ai piedi. Dunque comicissimo, sempre. Un pazzo vero. Il genio è sregolatezza, o non è. Per questo, quando cercava un giornale su cui scrivere, si rivolse a noi. Lui, così avido di tutto, anche di denaro, mandò i suoi pezzi al quotidiano che paga meno di tutti. Ho trovato la sua prima email, 10 ottobre 2015: “Caro Marco, ti mando 7 pezzi in visione. Sarei molto felice di poter collaborare col tuo giornale. Le mie coordinate sono: Paolo Villaggio, via…, Roma, tel…”. Risposi che eravamo onorati. E lui: “Grazie, mi puoi dire un compenso indicativo per ogni articolo?”. Gli esposi le nostre misere tariffe, scusandomi. Risposta: “Caro Marco, non lo faccio certo per denaro, ma perché sono un animale famelico del prestigio che la mia presenza nel tuo giornale mi può regalare. Mi scrivi che non c’hai denaro e che voi del Fatto siete quasi alla fame… Sono quindi pronto a fare anche qualche rapina per aiutarti in questo momento difficile della tua vita”.

Iniziò a spedirmi fiumane di pezzi, anche 7 o 8 alla volta, accompagnati da messaggi del tipo: “Carissimo Marco, sarei ferocemente contento se volessi pubblicare questo pezzullo…”. Poi, di punto in bianco, non ne mandò più, per l’aggravarsi della malattia. Peccato, perché scriveva da dio: la trilogia dei romanzi sul rag. Ugo – Fantozzi, Il secondo tragico libro di Fantozzi e Fantozzi contro tutti – è un capolavoro di letteratura umoristica. E riesce persino a superare le vette comiche dei film. La maschera sovrastava l’attore, com’era accaduto in Italia solo per Totò e Alberto Sordi. Infatti, come di quei due, anche di lui ricordiamo e ricorderemo tutto, mentre dei suoi aspiranti eredi di oggi – tutti così pettinatini, bravini e correttini – non ricorderemo nulla.

La partita di tennis nella nebbia con Filini. La battuta di caccia col collega dal labbro leporino preso per una lepre e abbattuto. La Coppa Cobram di ciclismo. La gara di sci finita al mercato del pesce. La partita di calcio sott’acqua. Il campeggio con montaggio tende, martellata sul pollice incorporata e urlo ritardato nel bosco. La polentata a Courmayeur, dopo il viaggio in piedi sulla decappottabile con sciarpa gelata tipo stoccafisso. La figlia-bertuccia-babbuina Mariangela. Quella “specie di strano animale domestico” della Pina e i suoi impacchi caldi. La signorina Silvani eternamente concupita fino all’agognato amplesso nel mefitico motel. I ganascini di Calboni al suo puccettone. La crocefissione in sala mensa. La corazzata P/Kotemkin. La frittatona con cipolle, birra e rutto libero davanti alla partita. La poltrona in pelle umana. L’acquario dei dipendenti. La vacanza dei cari inferiori sullo yacht del capo. Il torneo di biliardo. L’acqua più gasata del mondo al casinò col direttore scaramantico (“Fantozzi, mi tocchi il culo!”). L’autobus preso al volo. La telefonata con patata in bocca e accento svedese. Il cane della Silvani arrostito al ristorante giapponese. Il varo della nave della contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare. La nuvoletta sulla Bianchina. Il sellino della bici che salta subito prima della seduta alla bersagliera. Le gite di Filini. Il funerale sbagliato con bara rotolante e calci nel ventre alla vedova. Il Capodanno anticipato alle 23 perché poi l’orchestrina ha da fare. Il pomodorino da 3 mila gradi Fahrenheit. L’inchino alla statua della madre del megadirettore con ferro da maglia nell’occhio.

E continueremo a parlare come lui, con le sue iperboli grottesche e personalizzate: mega, galattico, tragico, mostruoso, clamoroso, agghiacciante, fantocci, coglionazzo, cagata pazzesca, vadi, venghi, batti, facci, dichi, bevi, lingua felpata, salivazione azzerata, sudorazione a mille, Duca-Conte, Sire, Maestà, Grand’Uff. Cav. Gr. Cr. Gran Figl. di Putt., Gran Consiglio dei Dieci Assenti, com’è umano lei. Piero, il figlio, mi racconta che prima di perdere conoscenza Paolo aveva dato disposizioni per il funerale: “Cerimonia laica, a meno che non mi diano la basilica di San Pietro, come ai papi”. E dài, Francesco, fai uno strappo. Sarebbe un gran finale, da Fantozzi in Paradiso.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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One thought on ““L’ultimo genio”: di Marco Travaglio

  1. Paolo Villaggio ha messo in scena, con il suo Fantozzi, l’umanità intera perché in ognuno di noi, con toni diversi, alberga proprio un Fantozzi. Per questo non è stato amato da tutti in particolare da coloro che si sono visti nel personaggio per di più caricaturizzato. Fantozzi è certamente grande anche se si ride amaramente per il diffuso pessimismo.

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