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Paolo Villaggio, il Marx degli impiegati

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – Paolo Villaggio è stato il Marx degli impiegati. Ma nel doppio senso di Karl Marx e di Groucho Marx, il teorico del comunismo e il mago del comicismo. Perché Villaggio ha rappresentato il riscatto surreale degli oppressi, trasformando una vittima, oscura, anonima e insignificante, in un protagonista assoluto ed esilarante.

Ai sottoposti, Villaggio non offrì la rivoluzione ma la derisione per liberarsi con una risata della loro subalternità e insieme dissacrare i loro capi con le loro sadiche angherie.

Villaggio è stato il Marx grottesco dei piccoli borghesi; il ragionier Ugo Fantozzi è stato il suo Lenin e Fracchia il suo Trotszkj. Ha fatto ridere gli italiani al tempo cupo degli anni di piombo, i lividi anni settanta, ha affrontato con sarcasmo i rapporti di classe che allora vivevano la loro massima tensione e ha sublimato la violenza e la ribellione nella satira e nella parodia.

Come Marx pose al centro del suo universo il proletariato sottomesso e sfruttato, così Villaggio pose al centro dei suoi libri e dei suoi film l’impiegato sottoposto e umiliato, incapace di ribellarsi, schiavo degli ingranaggi sociali.

Il Ragioniere al posto dell’Operaio. Ma l’Ottocento di Marx fu il secolo delle fabbriche e del proletariato industriale, invece Fantozzi visse nella seconda metà del Novecento che fu l’epoca del terziario, dei piccoli borghesi e del ceto impiegatizio.

Perciò Villaggio scrisse di loro, scrisse per loro, e masse di sottoposti si sbellicavano dalle risate a vedere la loro caricatura al cinema. Anche se magari l’attribuivano al vicino di scrivania, al coinquilino, al poverocristo appena un gradino sotto di loro.

Marx sostenne con la teoria del plusvalore che il padrone si arricchiva alle spalle dell’operaio non pagandogli tutto il valore che aveva prodotto col suo lavoro. Villaggio con la teoria del subvalore di Fantozzi, sostenne che i Manager – il Mega-Direttore che vive come un Dio in uno studio paradisiaco – usano i loro dipendenti come tappetini e hanno poltrone in pelle umana.

I capitalisti della rivoluzione industriale si arricchivano sulla pelle dei lavoratori sfruttati, i manager della rivoluzione postindustriale ricavavano addirittura dalla loro pelle la tappezzeria per i loro sontuosi arredi.

Ma Villaggio derise e criticò pure il servilismo dei subalterni, le loro piccole viltà, il loro sentirsi a perenne disagio per la loro inferiorità. In fondo anche gli impiegati apparivano nell’epopea fantozziana piccole carogne rispetto ai Grandi Carognoni dei loro padroni.

Fantozzi liberò i piccoli borghesi anche dalla deferenza verso l’egemonia intellettuale: resta memorabile la sua rivolta contro il film sovietico di Eisenstein, La Corazzata Potemkin, un film di culto nei cineforum impegnati dell’epoca, definito eroicamente da Fantozzi “una cagata pazzesca”, scatenando l’entusiasmo dei suoi colleghi finalmente vendicati dall’obbligo di sorbirsi quel polpettone proprio la sera di una partita di calcio così attesa.

Fu il primo, ardito esempio di satira pop dei radical chic e dei loro gusti snob e tristi, lui Villaggio che veniva dalla sinistra radicale, civettando con l’estremismo demoproletario; un po’ come poi fece Alberto Sordi prendendo in giro l’arte sperimentale della Biennale e le vacanze intelligenti, viste con gli occhi della gente comune.

Certo, Villaggio non fu un pensatore, non ha scritto le grandi opere di Marx, non ha cambiato il mondo. Ma non ha sparso lacrime e sangue lungo la strada, solo tragiche risate. Non ha fatto vittime ma ha divertito, ha generato una saga, ha rivelato un tipo umano e l’assurdità di un diffuso modo di vivere.

In realtà contro Fantozzi non si accaniva solo il Sistema, i Padroni e i rapporti di lavoro; ma infieriva anche la sorte, la sfiga, perfino il maltempo. La stessa mala sorte lo aveva dotato di una pessima famiglia, una moglie triste di comune bruttezza, una figlia raccapricciante di rara bruttezza, una casa squallida, un’auto scassata.

Contro di lui non c’erano solo i capi-ufficio, ma anche la natura e il destino, agenti atmosferici (la nuvola di Fantozzi) e agenti soprannaturali. Perfino il sogno di una scappatella con la collega non gli era concessa; pure il tempo libero finiva peggio del tempo in ufficio. Di scene fantozziane è ormai popolato l’immaginario collettivo di ciascuno di noi.

Per questo Paolo Villaggio non fu un comico come altri, ma un sociologo un po’ sadico, un antropologo col gusto dell’antropofagia, un dissacratore capace come pochi di usare il catastrofismo a fini di ludibrio e di cazzeggiare con la morte con effetti macabro-esilaranti.

Con lui il tragico diventò un modo per esprimere il comico. Tracce della sua tragicomicità genovese si ritrovano in Beppe Grillo.

C’era poi sottotraccia una vena romantica e crepuscolare nei suoi personaggi, una briciola di tenerezza e di umanità tenuta ben nascosta, che emerse poi in Villaggio nei film che fece con Fellini, Olmi, Pupi Avati.

Spesso nei suoi film surreali c’erano scene post-mortem, tra Fantozzi in paradiso, visioni celestiali, immagini sfolgoranti di Dio in abito bianco come una specie di Direttore Onnipotente. Ora finalmente saprà come l’ha presa il Padreterno.

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