Cronaca/Interno/Politica

Il Pd bollito va in ebollizione

(dagospia.com) – I dilemmi estivi di un Cazzaro di Rignano. Prima dà il potere, poi lo toglie. Ne sa qualcosa Maurizio Martina, vicino a Piero Fassino. Doveva essere il vice segretario unico, dando così spazio all’ala Ds del partito; in realtà Lorenzo Guerini è diventato (anzi, è rimasto) il vero braccio destro del segretario, visto che è stato nominato coordinatore unico.

I renziani della prima ora (Giglio magico allargato) poi vedono di traverso quanti nel partito stanno abbracciando il renzismo, cose se fosse una setta (ci sono librerie piene di tomi su craxiani e craxismo). Così, qualcuno gioca partite proprie. Come Francesco Bonifazi, boy-toy della Boschi.

Sembra che il tesoriere del partito stia teorizzando la necessità di riprendere il dialogo con Andrea Orlando e con Dario Franceschini. Per i seguaci del renzismo è “collaborazionismo con il nemico”. In realtà, l’ex moroso di Maria Etruria sa benissimo che una spaccatura del partito non serve a nessuno.

E le spaccature non mancano. Marco Minniti non fa in tempo a dire che devono essere chiusi i porti alle navi dei migranti che non battono bandiera italiana che subito il cattolicone Graziano Delrio (9 figli) lo smentisce. Marco, calabrese, l’ha presa malissimo. E sembra che nella direzione del 10 luglio, Renzi dirà che sta dalla parte del ministro dell’Interno. E che dire delle smorfie di disappunto dei “duri e puri” contro Angela Marcianò, l’assessora che Matteo ha voluto in direzione senza nemmeno aver pagato la tessera del Pd?

Cesare Damiano, uomo di vita e punto di riferimento del sindacato dentro il Nazareno, ha pensato bene (vista la situazione) di fare un passo di lato. E’ uscito dalla corrente di Fassino e si è messo sulla sponda del fiume in attesa degli eventi. E soprattutto della direzione.

Il Cazzaro, però, non sa cosa fare. E’ dibattuto fra la ricerca di un’intesa (stile Bonifazi) o la rottura con tutte le diverse anime del Pd. In tal caso, sarebbe “solo contro tutti”. Da una parte, ha in mano una leva potentissima: le candidature. E soprattutto le deroghe per chi ha fatto già tre mandati. Se rispettata alla lettera, quella dei tre mandati farebbe fuori ministri come Franceschini, Pinotti, Finocchiaro, Orlando: insomma, tutti i dissidenti. Ed i seguaci del renzismo lo spingono ad applicarlo alla lettera.

I renziani doc, invece, lo invitano ad estendere le deroghe alla regola. Così da tenere insieme il partito il più possibile. E lui, in attesa di prendere una decisione, scatena Ettore Rosato. Il capogruppo alla Camera (franceschiniano convinto) viene costretto dal Ducetto ad assumere posizioni di rottura, puntando così a sputtanare Dario

In questo casino, Matteo non esclude un riavvicinamento con Prodi: operazione affidata (ufficialmente) a Delrio, ma che viene condotta in tandem con Castagnetti (intimo di Mattarella). Il motivo? Lo ha spiegato il Ducetto: “a me Romano non aggiunge nulla. Ma se sta con gli altri, mi toglie tanto”.

Così, vuole seguirne le mosse. A partire dal pullman. Da settembre girerà tutte le province italiane, a partire dal Nord, con un programma in 5 punti, non di più, precisa. Ma prima, sotto l’ombrellone, dovrà sciogliere un dilemma che lo assilla: cambiare o meno nome al Pd…

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