Cronaca/Interno/Politica

Una farsa chiamata Pd

(Goffredo De Marchis per la Repubblica) – Il patto del barbiere non basterà a risolvere lo scontro tra due linee del Pd. All’ ora di pranzo, ieri, si sono incontrati casualmente, tra gli specchi e le forbici del locale della Camera adibito a “barba e capelli”, Dario Franceschini, Lorenzo Guerini e Angelino Alfano. Hanno parlato un po’, soprattutto i primi due, poi Guerini si è allontanato perché «questa riunione fa troppo prima repubblica e troppo Democrazia cristiana ».

L’ ex vicesegretario dem sa che le differenze tra Matteo Renzi e il ministro della Cultura sono, per il momento, non componibili. Ma si è assunto il compito di evitare toni accesi nella direzione di domani, tanto più che Franceschini e Renzi non si parlano. In sostanza, si punta ad una tregua estiva, al trionfo del generale Agosto in attesa di tempi migliori.

Franceschini non vuole tornare indietro. Considera quello delle amministrative un vero campanello d’ allarme, giudica a rischio «non solo il Pd e il centrosinistra. Il nostro dibattito infatti riguarda cosa accadrà in Italia nei prossimi anni», non si illude su una ricomposizione facile con gli scissionisti ma spinge per una legge elettorale con le coalizioni.

Bene, Renzi la pensa all’ opposto: il bacino del 40 per cento dei Sì al referendum costituzionale è sempre una valida unità di misura per il consenso del Pd, le coalizioni a questo punto favoriscono Berlusconi e il centrodestra, nel futuro dell’ Italia bisogna ancora credere comunque vada.

Arrivati a questo punto, per tutti i protagonisti, compreso Andrea Orlando, è complicatissimo fare un passo indietro. Si può, come dice Guerini, «moderare le parole, visto che i tempi sono lunghi. Raffreddare gli animi. Va bene rompere ma non troppo», spiega con una battuta.

Per Renzi è sempre questione di numeri. L’ asse Orlando-Franceschini in direzione non li ha, dunque non possono fare male. «Non hanno i voti nemmeno per impensierirci», dice un renziano. Il ministro della Cultura però non molla. «Non so se intervengo. Se lo faccio sarà alla fine perché voglio vedere come vanno la relazione e la discussione successiva».

Cosa si aspetta Franceschini come minimo sindacale? Un analisi diversa del voto alle Comunali, ovvero l’ ammissione di un problema, e un atteggiamento più inclusivo in generale. Il contrario della linea dettata da Matteo Orfini al Foglio, in cui praticamente descrive i ministri della Cultura e della Giustizia come degli illusi e degli ingenui, per usare eufemismi. E tiene a distanza tutti gli attori della sinistra, non soltanto Bersani e D’ Alema, ma anche Giulano Pisapia. Ma Prodi? Prodi faccia il padre nobile, punto.

La questione vera è se c’ è uno spazio per modificare la legge elettorale. Renzi pensa di no, Franceschini è convinto di sì. La pace reale si misura su questa materia. E oggi non ci sono le condizioni per firmarla. Anche se i dem saranno presto costretti a un confronto con altre forze politiche. Per le regionali siciliane (il 5 novembre) e forse per le regionali in Lombardia se è verrà confermato il progetto di anticiparle, immaginato da Maroni. Sono le due regioni più grandi d’ Italia.

Certo, le politiche sono un’ altra cosa e con il proporzionale ognuno farà il suo gioco e il Pd dovrà vedersela anche con il tentativo di creare un centro. Dice Lorenzo Dellai, costruttore della Margherita che è una delle radici del Pd: «Un disegno di sistema, di alleanza con Francia e Germania in Europa può essere perseguito in Italia solo da un nuovo centro sinistra. Paradossalmente, nel momento nel quale la sinistra si divide, penso sia compito del centro popolare sfidarla».

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