Cronaca/Editoriali/Interno

La 500, sorella auto

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – A vederla sembra ancora una bambina, e invece martedì ha compiuto 60 anni. Parlo della Cinquecento, la mitica macchina cucita addosso agli italiani, tanto era stretta, anzi aderente al guidatore.

È nata lo stesso giorno di Garibaldi, e forse non fu un caso, perché pure lei unificò l’Italia dalle Alpi alla Sicilia. L’eroe dei due mondi marciò coi mille; a noi, che di mondo ne avevamo uno solo, bastò marciare con la metà, la cinquecento.

Sorella 500 nacque il 4 luglio, l’Indipendence day, e per molti di noi la Cinquecento rappresentò davvero l’indipendenza. Scorrazzare, rimorchiare, andare fuori paese, caricare intere comitive e soffrire e godere della promiscuità. Una sopra l’altro. Si chiamava 500 e costava circa 500 biglietti da mille, quasi dieci stipendi all’epoca, mica poco per essere un’utilitaria.

Non amo le ricorrenze degli oggetti che ormai si festeggiano come se fossero eroi o parenti: gli anniversari della lattina, del detersivo, dei jeans e dello smartphone. Terribile fu poi l’anniversario della coppa del Nonno, perché nacque nel mio stesso anno; scoprirsi coetanei della coppa del Nonno ti fa sentire vecchio.

Preferisco festeggiare i compleanni della zia piuttosto che del frigorifero.

Ma la cinquecento merita uno strappo, perché non era una cosa, ma quasi una persona. Ricordo con quanto amore la condivi con l’olio, l’acqua, la benzina, e poi il sapone, le lavate alla fontana, il cappottino per i precisini che la coprivano; persino il cartone per tirarle il vento quando si surriscaldava, e le spinte quando stentava a partire o era affaticata.

Non era una macchina ma un parente, o almeno un animale fedele. Non si misurava a cavalli vapore, ma ad asini, perché era più piccola rispetto alle altre bestie da strada, era più umile e paziente, era montata dai principianti alla prima auto (come me), consumava meno, portava la soma sul portabagagli e un po’ ragliava se non facevi la mitica doppietta, un colpetto d’acceleratore ad ogni scalata di marce sennò grattava.

E poi la sua doppia accensione, con la chiavetta al quadro e con la levetta vicino al cambio…

La cinquecento è l’antichità misurata col metro piccolo della nostra vita. Ma ve la ricordate quant’era sfiziosa? Le portelle controvento della prima generazione, quei faretti che sembravano occhioni più che luci, quell’aria condizionata naturale che erano i deflettori, quello sterzo magro e direttamente collocato sullo sterno del guidatore, quel bastoncino sottile col pomo, come le zampette del primo michey mouse, che era il cambio, quei sedili appiccicosi e roventi d’estate, e quei tettucci sempre un po’ bucati che filtravano pioggia e gelo d’inverno; quel cruscotto animato, fatto di lucine paesane…

Tutto a mano. Che tenerezza.

Me la ricordo al mio paese quando si metteva in fila per la benedizione delle macchine in un corteo lungo fino alla stazione nel giorno di san Pietro e Paolo, lei che era piccola sembrava alla prima comunione; o quando tornava dai santuari con le piume e i santini a devozione.

Me la ricordo nei suoi abitacoli indecenti, resi leggiadri da pacchiane code che penzolavano dallo specchietto retrovisore o da cani dalla testa mobile, manine in moto perpetuo nel lunotto posteriore, e poi medaglioni magnetici di madonne, sancristofori, figli che imploravano addirittura di non correre e alberelli dall’odore insopportabile per neutralizzare il tanfo dei sedili, di benzina e scappamento, e puzze varie.

La 500 non aveva sedili ribaltabili e quando ti imboscavi dovevi darti al contorsionismo sedendoti dietro, coi sedili anteriori sollevati. Mutande che s’infilavano nel cambio, scarpe che si incastravano tra il sedile e il freno a mano, fazzolettini multiuso, per lui per lei e per disappannare i vetri…

Mettevamo solo 500 lire di benzina, ed erano più di tre litri, si poteva andare a Bari e tornare, magari mettendo a folle in discesa… I più facoltosi mettevano 500 normale e 500 super, per dare una botta di vita al mezzo.

Un benzinaio che una volta pompò più di quanto avevamo in tasca, non si fidò del credito – “non faccio a credenza” – e succhiò con un caucciù i due litri in più, bevendosi inevitabilmente anche una dose… Ma cos’era la salute rispetto al recupero di trecento lire sane?

Da noi la 500 era maschio, si diceva il cinquecento, come si usava anche per altri mezzi di locomozione (non la moto ma u’ motòr, non la scarpa ma u’scarp, così la 500 era u’cingheceinde).

Il suo clacson, benché infantile e fesso, era il cellulare della nostra epoca: si conversava tramite clacson, si chiamava qualcuno per farlo scendere anziché citofonare, si sollecitavano col clacson gli altri a farci passare o a spostarsi, si suonava per salutarsi, per esprimere deplorazione o apprezzamento per la bella gnocca di passaggio.

Ai matrimoni non vi dico la chiassata. Le maledizioni superavano gli auguri. Uguali imprecazioni riscuotevano le 500 truccate, che andavano sparate in versione abarth, dando polvere a grosse cilindrate, con ruggiti maestosi e spettacolari testacoda in curva.

Ho visto 500 cappottare e i conducenti uscire dai finestrini un po’ ammaccati. La prova di forza degli energumeni era sollevare la 500. Per via dei ladri e del suo tetto in tela, la 500 era guarnita di bestiali catene che bloccavano lo sterzo. All’occorrenza, in caso di vertenza stradale, la catena serviva come argomento per aver ragione.

Erano microscopiche e sovraffollate, le 500, con miasmi tremendi; ma quando era la bella stagione e aprivi la cappotta e ti alzavi in piedi o ti sedevi sul tettuccio, era una goduria. Eravamo in pieno cinquecento, agli albori euforici della modernità.

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