Cronaca/Inchieste/Interno/Politica

Parola d’ordine: occultare Consip

CASO CONSIP INDAGATO VANNONI E SUBITO RITRATTA LE ACCUSE A LOTTI

(Giacomo Amadori e Fabio Amendolara per la Verità) – Era ritenuto un petalo del Giglio magico. Poi a dicembre venne quasi bollato come traditore. Ora potrebbe tornare a far parte della corolla. Era lui la pietra angolare su cui si reggeva il filone sulla fuga di notizie dell’ inchiesta Consip. Infatti se avesse confermato le sue dichiarazioni di dicembre, avrebbe inferto un duro colpo al ministro dello Sport, Luca Lotti, indagato per rivelazione di segreti d’ufficio, ma anche all’ ex premier Matteo Renzi. Però, alla fine, ha fatto una parziale retromarcia. Come qualcuno sospettava.

Filippo Vannoni è il presidente di Publiacqua, società partecipata del Comune di Firenze, nominato da Renzi nel 2015 consigliere economico di Palazzo Chigi. Prima di Natale, ascoltato come persona informata dei fatti dalla Procura di Napoli che indagava sulle mazzette legate agli appalti Consip, aveva chiamato in causa Lotti per le presunte rivelazioni sulle indagini Consip. In realtà aveva confermato quanto raccontato dal suo (ex?) amico Luigi Marroni (si definivano la «il duo V&M» o anche «una bella accoppiata FV&LM»), ex amministratore delegato della Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione.

Il quale aveva dichiarato: «Anche Vannoni, una prima volta subito prima dell’ estate del 2016 e una seconda volta una ventina di giorni fa, mi ha detto e ribadito che avevo il telefono sotto controllo». Per gli investigatori, Vannoni e Marroni, pur non avendo alcun motivo di interagire professionalmente tra loro, in realtà lavoravano in sinergia e citavano spesso «il Capo» (secondo l’ accusa, Renzi).

Vannoni davanti ai pm napoletani e in particolare a Henry John Woodcock, confermò la ricostruzione di Marroni e aggiunse che a informarlo era stato Lotti. Subito dopo, però, il presidente di Publiacqua, «imbarazzato e con modi concitati», sarebbe andato a chiedere perdono al suo vecchio amico e avrebbe ammesso di «aver mentito». Un gesto che Lotti non apprezzò a pieno, tanto da dichiarare ai magistrati, come riportato dal Fatto quotidiano, di averlo congedato con questa frase: «Non ti do una testata per il rispetto del luogo nel quale siamo (davanti a Palazzo Chigi, ndr)».

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti (è crollato anche un argine dell’ Arno a causa dell’ esplosione di un tubo della rete gestita da Publiacqua) e il Giglio magico potrebbe aver serrato le fila. «Non parlo con i giornalisti» ci informò con una punta di disprezzo Vannoni qualche giorno fa. Sabato è stato convocato in Procura come indagato per favoreggiamento (di Marroni). Ma ieri mattina, davanti alla trimurti giudiziaria che veglia sul caso Consip (il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi), ha modificato le sue precedenti dichiarazioni.

Assistito dall’ avvocato fiorentino Alessandro Becattini, ha ammesso di aver informato Marroni del fatto che fosse intercettato, ma ha negato che la sua fonte fosse Lotti e non ha fatto il nome di nessuna altra presunta gola profonda. Ha raccontato di essere venuto a conoscenza della notizia in modo piuttosto ingarbugliato, una nuova versione su cui però nei corridoi della procura non sono circolate indiscrezioni.

Resta il mistero del perché Vannoni abbia fatto a Napoli il nome del ministro e persino quello di Matteo Renzi, senza che questi fossero stati citati da Marroni: «Sicuramente, prima di parlare con il Marroni e dirgli che aveva il telefono sotto controllo, il Lotti mi ha sicuramente detto che c’era una indagine su Consip» aveva detto sotto il Vesuvio. Quindi aveva aggiunto: «Ricordo che il presidente Renzi (con cui aveva fatto il boy scout, ndr) mi diceva solo di “stare attento” a Consip».

Ieri, durante l’interrogatorio romano, il nome di Renzi non è stato pronunciato, mentre gli inquirenti hanno chiesto a Vannoni conferma del fatto che Lotti fosse la sua fonte. L’indagato, come detto, si è rimangiato questa accusa e ha spiegato che incolpò l’ex sottosegretario per una sorta di crollo psicologico. Prima di Natale gli inquirenti partenopei avrebbero chiesto con insistenza chi fosse la sua fonte, incalzandolo con una certa decisione e indicandogli tra i possibili spifferatori di segreti proprio Lotti; il presidente di Publiacqua, sotto pressione, avrebbe ceduto, confermando agli inquirenti il nome del loro principale sospettato.

Sempre ieri, su disposizione della Procura di Napoli, sono state perquisiti casa e ufficio del giornalista del Fatto quotidiano Marco Lillo. L’iniziativa parte da una denuncia dei legali di Alfredo Romeo, l’imprenditore arrestato lo scorso 1 marzo con l’ accusa di corruzione. Gli avvocati hanno chiesto di scoprire se il libro di Lillo Di padre in figlio (incentrato sull’ inchiesta Consip) non avesse alla base una gigantesca fuga di notizie. La presunta «rivelazione del segreto d’ufficio» è costata al giornalista il sequestro del telefono cellulare, del computer e dei supporti elettronici.

I magistrati hanno disposto il sequestro del cellulare anche della sua compagna, Francesca Biagiotti e di un grafico del Fatto quotidiano. Le toghe napoletane sono a caccia di un atto giudiziario ben preciso: si tratta di un’informativa del Noe di Napoli (trasmessa anche a Roma), depositata il 9 gennaio 2016. Ieri, invece, è stato restituito il cellulare alla giornalista Federica Sciarelli, indagata dalla Procura di Roma per rivelazione del segreto d’ufficio insieme al pm Woodcock, con cui da tempo ha una relazione. Il magistrato anglo-napoletano verrà ascoltato domani dai colleghi di Roma.

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