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Luca Telese: “Armageddon Pd”

(Luca Telese per La Verità) – «Non sono interessato alla mia carriera», dice Matteo Renzi. E meno male che non era in streaming, perché sai che spettacolo sarebbero state le facce. Matteo Orfini ammonisce.

«Vi prego di non fare tweet e post nel corso della direzione». Andrea Orlando alla vigilia ci scherzava su: «Vado in direzione a vedermi questo bel duello tra Matteo Renzi e Dario Franceschini….». Ma come? Lei non duella più? Sorriso ligure: «No, no… io duello, eccome, ma per Matteo sono già in disgrazia».

E il ministro fu profetico: come in una versione dc di Dieci piccoli indiani, di Agatha Cristie, il segretario è arrivato all’ ultimo nemico interno: alcuni sono usciti, altri (come Gianni Cuperlo) sono nella lista nera da tempo.

Nel Pd, ieri, si è arrivati alla resa di conti tra la corrente del segretario e quella del ministro della Cultura, il più forte degli oppositori, che può contare su una solidissima pattuglia parlamentare, sul consenso di diversi ministri (alcuni «pesanti» come Roberta Pinotti), su un pezzo di partito organizzato che fino a ieri era stato in maggioranza e adesso si vuole distinguere. Una direzione «al buio», lacerata, tesa, in cui le minoranze scelgono di marcare le loro distanze dal leader non partecipando al voto.

È difficile raccontare questa giornata al Nazareno, non tanto per via delle porte chiuse ma perché come sempre il dibattito è in codice. Apparentemente si discute di alleanze sí-alleanze no (Renzi autarchico, gli altri «pro coalizioni»), ma il cuore del problema è il duello postmoderno tra gli ultimi nostalgici dell’ idea di un partito politico (gli oppositori del leader) e il grande architetto del partito di un uomo solo (Matteo). E infatti il segretario spegne le immagini perché vuole che al grande pubblico arrivi una sola immagine (la sua), come a Milano tenne fuori dal palco i dirigenti presenti perché voleva opporre alla piazza «nostalgica» di Piazza Santi Apostoli la «sua» piazza.

La relazione di ieri, dunque, non era la relazione a un partito, ma una sorta di piano di battaglia declamato a uno stato maggiore. Il messaggio agli oppositori è chiaro: «Non passerò i prossimi mesi a parlare di coalizioni! Per cambiare il Paese bisogna avere un’ agenda chiara!». L’ agenda è questa: libro (di Renzi), tour (di Renzi), le elezioni della rivincita (di Renzi). Il tono è bellicoso, a tratti crepuscolare: «Non rispondo ai capicorrente, ma ai 2 milioni di persone che hanno votato alle primarie!».

La sconfitta del referendum? Non se ne parla. Quella delle amministrative? Solo un test locale. Renzi è convinto di poter vincere da solo. Persino l’ economia gli sembra che vada bene: «I segnali di timida ripresa si sono evidenziati». Anche la guerriglia sui migranti e l’ emergenza sbarchi gli sembrano sotto controllo: «L’ immigrazione sarà il tema della prossima campagna elettorale e di quelle dei prossimi 20 anni. L’ immigrazione è al quarto posto tra le preoccupazioni degli italiani. Servono politiche di cooperazione. Minniti è stato bravo, in Europa su questi temi siamo divisi».

Persino la sua personale condizione gli sembra irrilevante: «Non sono interessato né alla mia né alla vostra carriera personale. Il mio obiettivo è portare il Pd sempre più in alto». E poi c’ è una nuova agenda, scandita con la stessa certezza con cui annunciava l’ altra, in vista dell’ approvazione della legge elettorale: «Si andrà a votare nel 2018», spiega, «e sarà una campagna elettorale lunga poco meno di un anno». Per questo bisogna concentrarsi sui contenuti. «Per i prossimi 10 mesi», ribadisce, «sarò in giro per il Paese.

Ma voi dovete essere classe dirigente!». E qui arriva la spiegazione implicita di quella blindatura voluta dal segretario, delle porte chiuse: «Questa comunità politica negli ultimi anni ha portato a casa risultati, smettiamo di lamentarci e iniziamo a progettare». L’ ultimo appello sembra una esortazione speranzosa: «Il Pd deve fare squadra», dice l’ ex premier, «utilizziamo il partito come una finestra, non come uno specchio».

Solo che il diavolo fa le pentole, non i coperchi: «Non siamo in caserma», esordisce Franceschini nel suo discorso da novello oppositore. «Parlare di alleanze e di legge elettorale non vuol dire mettere in discussione il segretario. Me lo ricordo che sei stato eletto da due milioni di persone! C’ è anche una comunità di parlamentari, militanti, sindaci, iscritti che ti hanno scelto ma per questo non hanno rinunciato al pensiero e alla parola».

«Io sono tra i 350 residuati bellici», aggiunge con sarcasmo, «che pensa che si debba parlare del tema delle alleanze. Un segretario ascolta la comunità, la tiene insieme con pazienza, senza vedere dietro il pensiero di chi la pensa diversamente un tradimento o un complotto». Anche Orlando non ci sta: fa riferimento all’ importanza della discussione. «Noi non vorremmo leggere sul giornale (una stoccata per Orfini, ndr) che si è chiuso un giornale, L’ Unità, e se ne è fatto un altro (Democratica, ndr). Che ci sia qualcuno che ci debba dire di che cosa si può o non può discutere».

È un dissenso che si è scavato come una trincea, un muro di filo spinato. Forse la strategia dell’ oscuramento voluta da Renzi è stata l’ unica scelta possibile per velare l’ effetto della lacerazione. Ma il buco rende visibile la ferita, si tramuta in un occhio di bue. Il leader è solo, ma anche più debole.

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