Cronaca/Interno

Sua maestà, l’Amarone: storia del vino italiano più venduto al mondo (e nato per errore)

(di Francesco Cancellato – linkiesta.it) – L’Amarone nasce da un errore. Più precisamente dall’errore di Adelino Lucchese, cantiniere della Cantina Sociale di Negrar, a pochi chilometri da Verona. Allora, in Valpolicella, si produceva il Recioto Amaro, un vino passito piuttosto dolce, a dispetto del nome. Leggenda vuole che quando Lucchese assaggiò il contenuto di quella botte, probabilmente lasciata fermentare un po’ troppo, esclamò: “Ma questo non è amaro, è amarone!”. Prima di buttarne via il contenuto, tuttavia, il diligente Adelino decise di raccontare l’accaduto all’allora presidente della neonata cantina, Gaetano Dall’Ora, cui piacque molto, al punto di decidere di farlo imbottigliare ed etichettarlo come Amarone Extra.

Fin qui la versione ufficiale. Diverse cantine, in realtà, rivendicano la paternità dell’Amarone, spostando le lancette della scoperta indietro di qualche secolo, ma mantenendo più o meno la medesima leggenda. Un cantiniere distratto, una botte lasciata a fermentare un po’ troppo, un proprietario dal palato fine che capisce le potenzialità di quel nuovo vino: «Chi dice che la sua famiglia fa l’Amarone da due o tre secoli non la racconta giusta – sorride Andrea Sartori, presidente dell’omonima cantina, una delle più grandi e affermate della zona, da poco nominato presidente del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella -, però è curioso che da un banale errore sia nato il vino italiano che ha più successo all’estero». La tecnica, in effetti, è parte fondamentale del successo dell’Amarone. In particolare quella dell’appassimento delle uve fino a fine di gennaio, un metodo imitato in tutto il mondo ma nato sui colli nei pressi di Verona, dove si produceva il Recioto: «Ora lo fanno tutti, ma è una tecnica nata qui nel ‘500. È un patrimonio nostro». Leggende, ma fino a un certo punto.

È un successo tanto clamoroso quanto recente, quello dell’Amarone. Clamoroso, perché pur nella crescita del nostro export degli ultimi anni, è raro trovare un prodotto – non solo un vino – che nel 65% dei casi circa sia venduto all’estero. Un‘eccezione, questa, testimoniata dal fatto che i rossi veronesi, da soli, fanno più del 60% di tutto l’export di vini rossi italiani. Recente, per l’appunto, perché pur essendo un vino prodotto da più di settant’anni, il boom è arrivato solo all’inizio degli anni ’90, non a caso quando ha cominciato il boom del commercio estero: «L’Amarone funziona sui mercati esteri perché è un vino molto semplice da capire, anche per un bevitore inesperto, per il suo tannino morbido, per il suo retrogusto di ciliegia e frutta rossa, per il suo essere un vino corposo, tosto, di carattere – spiega Sartori -. In Estremo Oriente, anche quando beve alcuni vini molto pregiati, il consumatore storce la bocca. D’altra parte, è un vino di carattere e di corpo, tosto. Oggi come oggi, è esattamente quel che il mondo chiede».

Il mondo è il destino, per aziende come quella della famiglia Sartori. Non fosse altro perché durante la Seconda Guerra Mondiale quel mondo gli era entrato in casa, con le sembianze dell’esercito nazista, che aveva requisito la villa per farne un’officina meccanica e un’armeria: «Non erano particolarmente cattivi con noi – ricorda Sartori – ma quando se ne sono andati hanno distrutto tutti i loro armamenti per non lasciarli al nemico». Risultato? Mio nonno ci ha messo più di dieci anni a rimettere in funzione tutto e nemmeno è riuscito a veder finito il suo lavoro, visto che è morto prima, nel 1952. È toccato a mio padre e a mio zio, che allora avevano rispettivamente diciannove e ventidue anni, portare avanti la baracca».

E avanti, in questo caso, vuol dire fuori, quando ancora non ci credeva nessuno, quando nemmeno si credeva di avere le dimensioni sufficienti per oltrepassare la frontiera. Dapprima, quella che divide il nord est dal resto dell’Italia. Poi le Alpi, che separano Negrar e la Valpolicella dai mercati mitteleuropei. Poi la Manica, verso il Regno Unito. Poi, nel 1968, l’oceano atlantico, verso gli Stati Uniti e il Canada. E poi tutto il resto: oggi Sartori vende l’Amarone in 65 Paesi del mondo.

Basta? Insomma: «L’Italia resta ancora indietro sul fronte del valore, rispetto ai francesi, anche se la direzione iniziata da tempo, verso una sempre maggiore ricerca del perfezionamento, sta portando i suoi frutti. A presidiare il prezzo basso è invece la Spagna e lì non ce n’è per nessuno, considerando che vendono alcune bottiglie a 80 centesimi l’una. La Francia presidia il prezzo alto e fa il nostro fatturato con metà delle bottiglie». I conti sono presto fatti: «Noi italiani facciamo 5 miliardi di export di vino all’anno, se vendessimo ai prezzi francesi ne faremmo 10».

Francia contro Italia. Rieccola, la partita infinita: «Parliamoci chiaro: loro sono macro, noi siamo micro – argomenta Sartori -. Noi siamo tanti, ma per quanto possiamo essere bravi non possiamo competere davvero con chi si presenta sul mercato con aziende da 500 milioni, 1 miliardo. I primi dieci gruppi francesi, i primi cinque spagnoli, gli americani e gli australiani sono tutti super gruppi. Qui da noi c’è qualche fondo di investimento, ma poca roba. Ci sono alcuni imprenditori illuminati che si stanno muovendo facendo acquisizioni. Ma sono ancora mosche bianche. Il resto sono tutte famiglie che si autofinanziano».

Non è solo questo, tuttavia: «Loro, i francesi, hanno cominciato a fare sistema cinquant’anni prima di noi e in Cina stanno facendo stragi. Il rapporto tra noi e loro è quasi di uno a dieci – spiega Sartori -. E poi ci sono tutti gli altri, soprattutto i cileni, che hanno superato sia noi sia la Francia, in Giappone, diventando il primo esportatore verso la Repubblica Popolare, soprattutto grazie alla loro abilità negoziale: ad esempio hanno negoziato a livello bilaterale con la Cina in cambio delle materie prime e sono riusciti a farsi togliere tutte le tasse sul vino». Chapeau ai cileni, quindi. Mentre gli italiani, ahinoi, giocano a fare i furbi: «Ci sono vini italiani di qualità infima che in Cina vengono venduti a prezzi altissimi. Adesso questo giochino funziona sempre meno, perché i giovani consumatori cinesi stanno diventando sempre più competenti, anche sui vini italiani. Ma per anni è stato una sciagura».

Problema nel problema, i flussi in entrata. O meglio, la capacità di usare il proprio territorio come veicolo per vendere il prodotto. «Siamo molto fortunati ad avere qua il Vinitaly – ammette Sartori. Ogni anno arrivano decine di migliaia di operatori esteri, e quando vanno al ristorante assaggiano e bevono i vini veronesi. Questo ci ha indubbiamente avvantaggiato». La realtà, tuttavia ha due facce. La Valpolicella non è il Chianti, né le Langhe e di turisti ne attrae molto pochi, nonostante ne sia circondata: «Il Lago di Garda fa 8 milioni di turisti ogni anno, in buona parte nord e centro-europei che stanno qua una o due settimane come minimo. Noi dovremmo essere in grado di attrarre una percentuale consistente di quei turisti e proprio su questo punto, da diversi anni, il Consorzio si sta muovendo per rendere il territorio sempre più fruibile ai suoi visitatori, ma la strada da fare è ancora lunga. I progetti in atto sono diversi, sfruttiamo la tecnologia e la digitalizzazione attraverso l’app “Valpolicella Wines”, che parla di vino, cibo, tempo libero e accoglienza; ci siamo mossi inoltre come primi in Italia, verso un percorso etico, che mettesse in relazione territorio e vino, che ha 5 obiettivi fondamentali: biodiversità, tutela del paesaggio, qualità della vita, qualità dell’uva e risparmio, sintetizzati nel progetto di certificazione di area RRR. Pensate che la Napa Valley californiana riesce a portare milioni di enoturisti da San Francisco, che dista un’ora e mezza di automobile». Il nostro problema? Uno soprattutto: «Mancano le strutture. Certo, ci sono aziende attrezzate alle visite, aperte sabato e domenica, che parlano tre o quattro lingue, ma sono troppo poche per creare un polo di attrazione. Napa funziona perché ci sono centinaia di aziende da visitare. Ed è roba nata dieci anni fa con quattro botti messe lì. Qui abbiamo ville venete del settecento, produttori storici, tantissimo in più da raccontare. Però non ci riusciamo. È incredibile».

In fondo, se sostituite al vino il cibo, la moda o il design poco cambia. Splendore e miseria del made in Italy si specchiano e si compenetrano, parti inscindibili di un sistema produttivo cui sembra sempre manchi “tanto così” per spiccare il volo. E in quel tanto così c’è pure lo Stato – «l’impressione è che non lavori per noi, ma contro di noi imprenditori» – e la struttura stessa del nostro capitalismo, fondata sulle mille specializzazione e su una varietà che non ha uguali al mondo: «È impossibile fare sinergie con altri settori produttivi – spiega Sartori -, nemmeno col food che in teoria è perfettamente complementare. Il motivo? Semplice: loro sono in mille, noi siamo in mille, La frammentazione è la nostra forza e la nostra debolezza assieme. Ci rende resilienti, creativi, adattabili, ma ci castra quando vogliamo fare operazioni di sistema sui mercati esteri. Noi abbiamo oltre duemila imprese vitivinicole sul mercato. È dura essere un esercito, quando hai più di duemila generali».

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