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Tutti giù dal carro: la corsa ad abbandonare Matteo

Dal Rondolino prima adorante e ora zitto, all’economista Nannicini che va in America, fino al sindaco di Milano Beppe Sala

(di Antonello Caporale – Il Fatto Quotidiano) – Non è bello partire dall’ultimo che fa le valigie, anche perché ha promesso che ritornerà. Solo che Tommaso Nannicini, la mente economica del renzismo, si imbarca tra due settimane per l’America. Il 17 agosto è atteso ad Harvard per un lungo ciclo di lezioni, e solo Dio lo sa con quanta felicità scappa. Senza voler approfondire temi di pertinenza dei geologi, il costone sul quale issava la bandiera Matteo Renzi sta scendendo a valle con una velocità stupefacente ed è assai simile, per gravità dello smottamento, a ciò che accadde il 15 febbraio di 7 anni fa a Maierato, piccolo comune calabrese, che sprofondò nelle viscere per colpa dell’argilla che lo sosteneva.

Va via Nannicini, ed è andato via Filippo Taddei, per età e competenze un pari grado (John Hopkins University) che amaramente ha constatato tempo fa: “Lascio con rimpianto, abbiamo commesso troppi errori”.

L’Italia divora i migliori. Nell’attesa di capire se Matteo fa parte degli ottimati, è necessario – per dovere di cronaca – illustrare quella che appare una diserzione bella e buona.

A giorni esce “Avanti”, libro di memorie e resistenza attiva, ma l’uditorio? Ora, se è nel carattere dell’uomo che un Vincenzo De Luca bolli come “strafottente” l’ex premier e forse amico, e l’unica cosa bella che ricordi è la di lui moglie Agnese, fa un certo effetto sapere che anche il sindaco di Milano Beppe Sala, volendo restare in rima, lo giudichi “indisponente”. Niente al confronto del colpo ferale di Giuliano Ferrara (Royal Baby, do you remember?) che arriva a intimargli: Renzi si rassegni ad essere un altro Renzi.

Qui siamo nel campo della trasfigurazione bella e buona, nella proiezione inversa della personalità. Ferrara ci sta dicendo che è rimasto vittima di un gigantesco qui pro quo, e senza la ruvidezza della sua penna entusiasta e devota, anche Ezio Mauro – che alla vigilia dell’entrata in campo appariva comprensivo e solidale – ha dovuto vergare su Repubblica, non certo da ieri, l’infausta diagnosi: Populismo al potere. Senza contare Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere: insopportabile antipolitica.

Viene giù il pilastro ideologico, il senso ultimo della battaglia dei mille giorni, del governo ottimista e un po’ di sinistra, un po’ di centro e un po’ anche di destra. Un vuoto, come fosse appunto l’argilla di Maierato. “Serve un mediatore che rottami la rottamazione”, ha scritto Claudio Cerasa, per dire che la partita è finita e Matteo può accomodarsi negli spogliatoi. Meglio, per il Foglio, un analgesico: cioè Paolo Gentiloni. Avremmo già detto tutto, sarebbe già finita qui la somma gigantesca delle diserzioni se briciole di cronaca non segnassero ulteriori lesioni al corpus renziano. Possiamo dimenticare che Alessandro Baricco, il tutor letterario della Leopolda, il contapassi narrativo, ha pure deciso – in tema di storytelling – di invitare alla sua scuola Holden due manager della comunicazione di Chiara Appendino? Come si vincono le elezioni. Case history.

Adesso persino Vladimiro Crisafulli, prima dalemiano e poi renziano, è tornato a dire che “ci serve un D’Alema”. “Caro Renzi cambia mare se vuoi restare capitano”, gli scrivevano tempo fa su Repubblica Sergio Chiamparino e Beppe Sala.

Mare mosso, e le onde furono avvistate pochi giorni dopo il referendum del 4 dicembre quando alcuni sottoscrittori del Sì, presenze importanti e pistole fumanti dell’ultima ora, chiesero sommessamente di chiudere la pagina web su cui la loro firma ancora compariva. Romano Prodi e Gianni Cuperlo, Roberto Benigni e Michele Santoro si trovarono a disagio. Pensiamo a Cuperlo: ha perso sia mettendosi contro Renzi che insieme a lui. Basta un Sì o è necessario una consulenza psicologica?

Delle ore attuali meglio non parlarne. La drammatica disfida con Dario Franceschini che cinque settimane fa annunciava elezioni in autunno con il proporzionale e oggi chiede un sonnifero per Renzi, un trasporto urgente verso la sua Rignano.

L’Italia divora i migliori? Dal punto di vista di Franceschini sembrerebbe di no. Quando Dario liquidò Enrico Letta lo fece per il Paese, e così adesso, oggi che il segretario non comprende l’essenziale, cioè l’alleanza a sinistra, il ministro è pronto a fare il bis per servire la Patria. Ma chi gli rimane? A quale ministro Renzi può confessare i suoi dolori e anche spiegare l’ottimismo della volontà, la tenacia con la quale cerca la rivincita? La Boschi non è più ministro, ma forse non è nemmeno tanto tanto amica. Delrio off limits, Lotti super intercettato, Calenda fuggitivo. Anche la coppia social meglio assortita, i fidati brothers Velardi&Rondolino hanno gettato la spugna. Sparito persino Stefano Esposito, ex pitbull torinese. Resta Michele Anzaldi, certo, poi Matteo Richetti, ma con qualche distinguo. Infine chi?

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