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“Giandomenico Renzi”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Provate a immaginare se Renzi e B. non controllassero tre reti tv a testa (l’uno quelle della Rai, l’altro quelle di Mediaset) e se i cosiddetti editori di giornali non fossero quasi tutti col cappello in mano davanti a Palazzo Chigi in attesa dei soliti favori alle loro aziende decotte o pericolanti. Sarebbe bellissimo. I tg, i talk show e i quotidiani parlerebbero di quel che interessa ai cittadini, cioè di quel che succede nella vita reale di tutti i giorni. E darebbero voce ai politici solo quando fanno qualcosa di interessante – nel bene o nel male – per la gente che guarda o legge. Oggi Renzi e B., per dire, non sono in grado di fare assolutamente nulla, perché non sono al governo e neppure in Parlamento. Possono solo blaterare, fare promesse, lanciare proclami, innescare polemiche, annunciare leggi e decreti. Eppure non c’è loro sospiro o flatulenza che non venga solennizzato dalla pseudo informazione come il Sacro Graal. Il Sistema, terrorizzato dai “populisti” che rischiano di vincere le elezioni e di spazzarlo via, tenta di sopravvivere tenendo in vita artificialmente i due leader bolliti e le frattaglie fiancheggiatrici, nella speranza che riescano ad abbindolare il 51% degli elettori e a salvare un’altra volta la baracca dell’Ancien Regime. Si spiegano così gli articoloni sugli improbabili vertici di B. con se stesso, le anticipazioni del nuovo libro di Renzi pieno di nulla, le interviste ai resti della buonanima di Alfano – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 12 luglio 2017, dal titolo “Giandomenico Renzi”.

Decidono loro di che cosa si deve parlare, o meno. E ovviamente, avendo sgovernato pro quota l’Italia negli ultimi anni con i bei risultati che abbiamo sotto gli occhi, s’inventano ogni giorno un diversivo per farceli dimenticare.

Ogni mattina, appena svegli, lanciano una lepre a fumetti e sperano che, oltre agli zelanti giornalisti di regime, qualcuno la insegua. L’ultima trovata di Renzi è il fascismo alle porte fuori tempo massimo, che imporrebbe di varare con la massima urgenza una legge per vietare la propaganda mussoliniana, già vietata da una norma transitoria della Costituzione e dalle leggi Scelba e Mancino. Come proibire una seconda volta l’omicidio perché, malgrado il Codice penale, la gente continua ad ammazzare. E chi non ci sta o ride è un fascista. Così un valore nobile e imperituro come l’antifascismo viene svilito a mercatino elettorale, inverando il celebre paradosso di Maccari citato da Flaiano: “Il fascismo si divide in due categorie: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo”.

Per quale motivo, nel 2017, con tutti i guai che abbiamo, la politica si metta improvvisamente a rissare su Benito Mussolini (1883-1945), non è dato sapere.

Anzi, è dato eccome: dopo aver vinto le primarie col programma dei 5Stelle e governato quattro anni col programma di Berlusconi, Renzi deve dimostrare di essere molto di sinistra. E, già che c’è, far dimenticare un paio di cosucce: la disfatta alle elezioni comunali, le aperture a Pisapia e a Prodi seguite da chiusure eguali e contrarie, l’impopolarissima legge scritta coi piedi sullo Ius soli e le rivelazioni dell’ex ministro degli Esteri Emma Bonino sulla sua geniale trovata di pretendere (e naturalmente ottenere) nel 2014 dall’Europa l’esclusiva degli sbarchi di migranti nei porti italiani.

E siccome, nonostante gli sforzi di tg e giornaloni, è altamente improbabile che chi non arriva a fine mese si ecciti al dibattito sul Duce, ecco pronto un altro diversivo: il libro di Renzi che, a seconda dei capitoli, è di sinistra, di destra, di centro, grillino. Nel capitolo destronzo, si leggono alcuni alati concetti che, quando li esprimeva Salvini, Renzi lo chiamava “bestia”: “Non è un dovere accogliere i migranti”, “Ci vuole il numero chiuso”, “Dobbiamo aiutarli a casa loro”. Idee che non sono neanche di destra: sono solo stupide, perché irrealizzabili. Per “aiutarli a casa loro” bisognerebbe trasformare l’Africa e il Medio Oriente da regioni devastate da fame e guerre (innescate anche da noi coi nostri traffici d’armi) in aree prospere e pacifiche: vasto programma che, se anche ci fossero i soldi, richiederebbe un piano Marshall al cubo di almeno 30 anni, mentre i migranti sbarcano adesso.

Per stabilire “il numero chiuso” (e quale sarebbe, di grazia? E come si calcola?) bisognerebbe essere l’Austria o la Svizzera, con frontiere di terra ben presidiate, non la penisola più colabrodo del Mediterraneo. È tutto finto, tanto per dire qualcosa e raccattare qualche voto, ammesso e non concesso (specie dopo le parole della Bonino) che qualcuno ancora ci caschi.

L’ultima lepre, per ora, è l’ideona di fregarsene del Fiscal Compact (il trattato del 2012 sulla stabilità dei conti pubblici e il pareggio di bilancio degli Stati Ue) e intascare “30 miliardi all’anno per tagliare le tasse e finanziare la crescita” (che, per inciso, si finanzia con gli investimenti pubblici). Ideona, se non fosse che, quando l’Italia ratificò il Fiscal compact, il Pd votò a favore.

E ancora nel febbraio 2017, mentre già Renzi sproloquiava di ridiscuterlo, il Pd approvò a Bruxelles la relazione Brock-Bresso (Mercedes Bresso, Pd) per inserirlo irreversibilmente nei trattati europei. Tutto finto, anche stavolta. Infatti in Europa si ride di gusto, e pure a Palazzo Chigi, momentaneamente occupato da una persona seria.

Torna in mente una frase di Jean-Claude Juncker dopo uno dei tanti vertici del nulla: “Vedo che Renzi sostiene di aver battuto i pugni sul tavolo. Lo ripete sempre all’uscita dai vertici: ma quando è dentro, dice sempre sì a tutto”. Come Giandomenico Fracchia che, degradato dal capufficio a incartare i cioccolatini, si faceva bello con i colleghi minacciando fuoco e fiamme: “Ora il capo mi sente, io lo mando a pulire i cessi, altroché!”. Poi, davanti alla sua porta, non osava neppure bussare. E i cessi toccava pulirli a lui.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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