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Patrimonio culturale della Campania: la Corte dei conti rivela danni erariali per 8,5 mln di euro

(Tomaso Montanari per la Repubblica) – La Corte dei conti della Campania ha deciso di veder chiaro nell’intricato mondo delle concessioni del patrimonio culturale. La privatizzazione di quest’ultimo (partita nel 1992 con la Legge Ronchey) si fonda su un sistema di gare che danno in concessione a imprese private alcuni servizi vitali dei musei e dei siti monumentali (come la bigliettazione, la sorveglianza, le librerie e i ristoranti e soprattutto l’organizzazione di mostre ed eventi).

L’indagine firmata dal sostituto procuratore contabile campano Francesco Vitiello accende ora un riflettore proprio sui meccanismi di questo sistema, giungendo a scoprire un danno erariale di 8.508.627,44 euro.  Le concessioni che hanno visto affidati ad un’associazione temporanea di imprese il Museo di Capodimonte e altri monumenti campani per il periodo 2001-2008 prevedevano che le imprese investissero 1.063.578,43 all’anno in mostre ed eventi.

Ma, di fronte alle verifiche della Procura, non solo le imprese non sono riuscite a documentare in alcun modo l’effettiva attuazione di questa fondamentale clausola (da qui il danno: calcolato con quella cifra moltiplicata per otto anni), ma l’Ispettorato Generale di Finanza e la Guardia di Finanza hanno accertato che l’organizzazione di eventi a getto continuo era «stata invece lautamente finanziata da pubbliche contribuzioni, nonostante il relativo onere esattamente quantificato fosse tutto a carico dell’ associazione temporanea di imprese».

Secondo la procura questo sistema non ha condotto solo alla «vanificazione degli obiettivi programmati dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali», ma ha perfino «portato successivamente l’Amministrazione stessa a rivedere le condizioni economiche della concessione in modo più favorevole al Concessionario».

Da qua l’invito a dedurre rivolto a Nicola Spinosa (allora soprintendente di Napoli), a Guido Savarese (legale rappresentante di Electa Napoli), al presidente del Consiglio di Amministrazione di Electa Mondadori (Antonio Stefano Porro) e al presidente dell’Associazione Civita, che è Gianni Letta. Ora questi ultimi hanno 45 giorni di tempo per produrre le loro controdeduzioni, e a quel punto la Procura deciderà se andare a processo.

Comunque si chiuda la vicenda, e ben ferma restando la presunzione di innocenza, non si può non riflettere sullo scostamento tra la narrazione della privatizzazione virtuosa del ‘petrolio d’Italia’ e la dura realtà. E la realtà è questa: in questi 25 anni i privati non hanno portato al pubblico risorse economiche o imprenditoriali, ma hanno anzi privatizzato, in modo lecito e illecito, i pochi utili dei beni culturali, socializzando le perdite (usura del patrimonio, creazione di lavoro in gran parte precario e sottopagato).

La presenza di Gianni Letta in questa inchiesta ci ricorda che non si è trattato di un’apertura al mercato, ma dell’ennesima colonizzazione dello Stato da parte della politica: gli uomini dei governi che massacravano il bilancio pubblico del patrimonio culturale passavano poi a gestirlo privatamente, con gli esiti che oggi vengono alla luce.

Il ministro Franceschini ha annunciato una profonda revisione del sistema delle concessioni, e ha affidato le gare miliardarie alla Consip: alla luce di un’ altra più celebre inchiesta, tuttavia, ci si può chiedere se questa sia la strada più efficace per separare la politica dall’ imprenditoria del patrimonio culturale.

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