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Aridatece D’Alema

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – Il Segretario fiorentino ha finalmente messo al mondo il suo manuale di politica & furbizia destinato a far da guida a tutti i politici e condottieri dei secoli venturi. Il vero titolo del suo libro appena uscito, è Il Principino, variante puerile del libro di un suo precursore fiorentino, tal Niccolò Machiavelli.

Ma mentre il suo antenato si perdeva nei fumi delle teorie politiche, il suo più astuto erede sa essere piacione, come si addice al suo ormai stracotto repertorio di gag, calembour, giochi di parole, punte di zanzare che cominciano con la solita formula retorico-polemica contro ignoti: Se qualcuno…

Il Messere fiorentino, come il suo avo, nella giornata politica s’ingaglioffa e si incanaglisce contro tutto e tutti, gioca a dadi, a cricca, a trictrac e va a caccia di grillini e bersaniani, dice tutto e il suo contrario, travestendosi di volta in volta da Salvini e da Madre Teresa di Calcutta, passando da Malcom X e da Forlani, da partigianino e da boy scout.

Ma, per citare il suo avo, venuta la sera, entra nel suo scrittoio, e in su l’uscio si spoglia della veste quotidiana, piena di fango e di lotti, si mette panni reali e curiali, e rivestito condecentemente, entra nelle antiche corti degli antichi uomini, e si pasce di quel cibo letterario che è solo suo, sdimentica ogni affanno e scrive le sue opere destinate ai posteri – perché a noi contemporanei non ce ne frega tanto  – e nel frattempo dedica il suo Capolavoro a Madonna Elena dei Boschi Etruschi e a ser Luca Lotti, gettando uno sguardo sbilenco allo sbilenco Artemisio Gentiloni, suo messo dominico a Roma.

Come avrete capito, sto mimando Machiavelli, il Principe e la sua lettera al Vettori, per raccontare della nuova impresa letteraria dell’umanista Matteo Renzi, detto il Mattarelli, fusione mostruosa del segretario fiorentino e del presidente siciliano.

L’ultimo Renzi, che scrive libri e annuncia anatemi contro l’universo mondo, che dice di aver cambiato l’Italia con ottanta euro, un miracolo che neanche Gesù coi pani e pesci, ti fa venire una maledetta, indecente nostalgia. Del più torvo passato, dei cari amati sovietici, in una parola di Pessimo D’Alema che è la sintesi e l’icona di tutto il Passato di Sinistra nostrana.

Baffino rimase comunista dentro e presuntuoso assai (unico punto che lo affratella al giovin Segretario fiorentino), navigò nella politica, andò al Massimo – contro il peso Walter della sinistra, Suor Veltrona – fece patti col diavolo e l’acquasanta, fu togliattiano nella sua doppiezza, sovietico e pragmatico, insidioso e inciucioso, sarcastico e sprezzante, ma fu un vero politico, con tanto di baffetto.

Non a caso non piaceva ai club intellettuali radical, altezzosi e umanitari della sinistra. Troppo cattivo per loro, troppo politico da trama, poco untuoso. D’Alema fu inchiodato a un anatema di Nanni Moretti “Dici una cosa di sinistra”. Ora i suoi epigoni fanno a gara a chi spara più leggi di sinistra, su migranti, rom, gay, torture, fascisti. Ma la sinistra precipita nei consensi e perde pezzi.

D’Alema vinse e perse, poi perse e ancora non rivinse, poi riperse ancora, ma non perse mai la dignità e non fece perdere il decoro alla sua sinistra. Perse pure la sua confezione da quattro di teste d’uovo – il quartetto di pelati Minniti, La Torre, Velardi e Rondolino – ma non ridicolizzò mai la sinistra come ha fatto il Rottamatore, poi Restauratore del più bollito sinistrismo antifascista.

A D’Alema mancò il potere, non il decoro. Renzi, invece, è riuscito a perdere ambedue. Ora le corti lo scaricano, lui passa dagli orali agli scritti, dalle testimonianze ai testamenti. Lui si sente machiavellico, a noi sembra macchiettista. Passerà alla storia o alla play station?

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