Cronaca/Inchieste/Mondo

Tutti pazzi per Palm Springs!

(Michele Masneri per Il Foglio) – “Questa è ‘na matta, questa è isterica, questa è morta”. Stiamo guardando una vecchia foto di Slim Aarons, e Robert Imber riconosce tutte le sue amiche nella celebre fotografia “Poolside Gossip” nella piscina di casa Kaufmann, opera di pietra e trasparenze metalliche by Richard Neutra. Ma prima: Palm Springs, domenica mattina, la temperatura, come tutti i siti e i canali locali annunciano orgogliosi, ha superato i cento (fahrenheit, circa 38 gradi), e abbiamo appuntamento sotto una tettoia subito diventata “iconica”, esimio esempio di modernismo desertico qui opera di Albert Frey, ex stazione di servizio, oggi punto di partenza dei tour architettonici e spaccio di gadget e cartoline vintage, in mezzo al nulla. Abbiamo appuntamento con Robert Imber, coscienza morale della città, guida di un tour architettonico che spalanca le porte al “desert modernism”.

Tutti ci vogliono venire, ormai, a Palm Springs, per provare questa ebbrezza dell’architettura “totale” in mezzo al deserto, e gli aerei son sempre pieni, per sbarcare in questo aeroporto già programmatico, disegnato dall’architetto Donald Wexler, uno della gang di modernisti desertici che disseminarono la cittadina di un numero densissimo di manufatti sublimi (575 case costruite da Frey, Wexler, William Cody, Richard Neutra).

L’aeroporto è un manifesto: unico al mondo (tra quelli visitati) ad essere all’aperto. Nome in codice Psp, superati i controlli ti buttano non in una hall condizionata ma in un bel parchetto, tondo, con tendoni e gazebo anni Sessanta, e la statua dell’Onorevole Sonny Bono, sindaco qui celebre, e poi in piccole salette verso i finger e guardando fuori tanti piccoli Learjet pronti per portare molti magnati qui (è in costruzione un nuovo hangar per tutti questi aerei privati).

Indietro. Noi si continua ad aspettare sotto la tettoia arroventata, poi Robert arriva, è un signore con camicia a fiori che dice “mi sa che è il solo, caro”, ed effettivamente la domenica mattina alle nove con cento gradi si sono sfidati gli hangover e i calori, si è premiati con la guida one-to-one.

“Ma ci si ferma solo fuori” ribadisce lui, mentre raccomanda molto “la visita col bus a due piani, così si può spiare dentro tutte le case, nei giardini, dall’alto”. Perché è chiaramente una visita (e una città) per voyeur immobiliari.  “Però adesso non la fanno, e non c’è nessuno da vedere del resto”, dice Imber, poiché  “la season è sempre quella, da ottobre a maggio”. Dive frananti? Vecchie star? La figlia di Sinatra, Nancy Jr., vive ancora qui. Lui scuote la testa.

Difficile parlarci, con queste vecchie leggendarie?  Non amano la stampa? “Ma caro, sei pazzo? Adooorano parlare! Ma quelle ancora vive sono tutte via adesso, e ci sono solo giardinieri e muratori”. “Pochi peraltro, e il segreto di Palm Springs è che il clima secchissimo, oltre a non far venire le rughe, non comporta manutenzione per le case. Anche il vento sabbioso si ferma un po’ in periferia. Non arriva qui”.

Spiamo dunque i muri da fuori e poi con l’iPad le foto degli interni e dei proprietari, “e questo è il mio amico James ma adesso è a Los Angeles, questo Timothy ma la casa l’hanno appena venduta a dei ragazzi di San Francisco, architetti promettentissimi”. E’ tutto un venir su a comprare case, tipo Marina di Pietrasanta.

Due ore da tutto, che poi fu anche la ragione sociale di Palm Springs: “perché gli attori di Hollywood dovevano per contratto essere pronti a girare in due ore, tipo guardia medica”, e dunque Palm Springs era perfetta. “Perché la sera fa freschetto, e le signore possono comunque sfoggiare i loro cincillà”, ha scritto Bob Colacello, lo scrittore dei ricchi americani. Intanto ci inerpichiamo su per Las Palmas, Monti Parioli di PS, e arriviamo su su proprio fino alla casa-simbolo, la Kaufmann House di questi Kaufmann magnati dei supermercati, e committenti tipo Medici a Firenze, nel 1936 si erano fatti fare la casa sulla cascata da Lloyd Wright e dieci anni dopo non contenti avevano pregato il suo allievo Richard Neutra, austriaco, di costruire questo monumentino alla leggerezza, che pare un controcanto molto soft alle indicazioni del Maestro, solita apertura all’esterno ma piani orizzontali di ferro e vetro, qualche muretto, una leggiadra superfetazione abusiva all’epoca.

Da fuori non si vede molto, solo un muretto di pietra, la famosa pietra “Utah buff” per cui i nuovi committenti hanno fatto riaprire le cave: la casa fu comprata infatti nel 1993 da questi restauratori maniaci, gli Harris, strappandola al cantante Barry Manilow, che l’aveva drappeggiata a finti marmi e Laura Ashley. Gli Harris hanno speso poi milioni per ripristinarla, poi hanno divorziato, la casa è stata messa all’asta, casini patrimoniali come sempre, alla fine è rimasta al marito ma lei viene su per la settimana del design e fanno sempre degli eventi per la Modernism Week che si tiene a febbraio e ormai è l’avvenimento più chic d’America, altro che Miami Basel.

La casa Kaufmann è poi famosa per due foto opposte, quella gelatinosa da lollypop di Aarons con le signore che chiacchierano e quella opposta drammatica di Schulman, l’Helmut Newton dell’immobiliare che ha contribuito così tanto all’estetica di PS con i suoi chiaroscuri violenti e poetici tra tutto quel calcestruzzo. Sia in bianco e nero che a colori i monti dietro sono un fondale e una trovata perfetta per questo posto totalmente senza senso, una grande spiaggia rovente, ma senza mare.

Il panorama, dopo tre giorni di malintesi e interdetti, si ha un’illuminazione: è Sicilia! La Sicilia irredimibile del Gattopardo, ma invece del picnic per Donnafugata con tutte quelle polveri e quell’odor di mafia e Padre Pirrone tutto in nero, qua piscine a tutto spiano, azzurrissime, sempre piene tutto l’anno, in mancanza di acquedotti fallaci e giunte che rimandano al Tar.

Dunque il male di vivere si ferma in periferia, come il vento, e qui invece il trionfo di un’architettura tubolare e spensierata. Palm Springs nacque naturalmente come sanatorio, lanciato da una figlia di un albergatore di San Francisco, poi quando esplose Hollywood vennero qui tutti (anni Venti) ognuno portando la sua architettura: prima del “modern”, ecco il barocchetto californiano, coi balconcini, il ferro battuto, il portichetto, la fazenda. Così sono gli hotel delle star, come l’Ingleside Inn dove soggiornava Greta Garbo.

“Vai la sera, caro, dopocena, magari trovi ancora qualche vecchia signora”, dice la guida. Ci si va la sera, dopocena, è su una collinetta, ci sono solo un vecchio barman e una cameriera californiana secchissima e con la voce nasale e impastata come spesso, qui. Nel menu ci sono filet mignon, cocktail di gamberi, Oysters Rockefeller, alle pareti le foto di Frank Sinatra e l’immancabile Sonny Bono, “il nostro sindaco!” dice il barista, col whisky ti danno dei tovagliolini con la foto di Sinatra.

Il pianista Michael con bastone dice che qualche volta viene su Tori Spelling ma niente altro. Abbandonando il filone “vecchie glorie”, fuori, invece, tutto un fiorire di ristoranti nuovi super moderni con sifoni e cavolo nero e carta delle allergie, la gioventù californiana gode sotto i microidranti che spruzzano acqua gelata in continuazione e ovunque, in testa, creando nebbie anche poetiche.

L’epicentro del nuovo hipsterismo è l’Ace Hotel, caro come il Crillon ma con stanze impolverate da adolescente scapestrato, con mobili vecchiotti e poster; ex motel monopiano con tante camerette attorno all’immancabile piscina, e la vista sulle palme pazzesche e i monti drammatici, lontani.

Qui però grande delusione perché in piscina, ampia e sinuosa con pompette spara-acqua e ombrelloni d’epoca di ferro come grandi monocoli laccati bianchi, ci sono soprattutto famiglie, con dei papà pur bellissimi biondi e barbuti appena venuti su da Los Angeles che si lamentano del traffico tipo Milano-Laghi e sottolineano con evidenziatori delle grosse sceneggiature per prossimi blockbuster.

E mogli e fidanzate che leggono “Infinite Jest” (ancora?) sotto le palme, e alla reception vasto repertorio di animali impagliati di prammatica, mentre la sera sotto le lucerne e gli spruzzi, concertini indie stonati che attirano le meglio Bmw serie3 cabrio ansanti bianche, fino al parcheggio.

Meno frequentati invece i tanti motel pur filologici e ancora perfetti, tutti almeno Eames: ecco un Desert Star, “siamo arrivati negli anni Novanta, era una desolazione, i gay sono come al solito arrivati per primi perché a loro non interessava che ci fossero scuole buone per i figli” racconta Debra Hovel, padrona di questo motel perfettamente restaurato anche lui con la sua piscina squadrata e tutti i suoi appartamenti, lei molto fiera narra della comunità di maker e startupper attiva in città “ed è pieno di gente interessante, noi usciamo tutte le sere”, rispondendo alla domanda che non si è ancora fatta: sì, ma che si fa qui la sera? C’è molto entusiasmo anche per la Desert X, biennale del Deserto che sta lentamente spopolando grazie anche al festival di Coachella (c’è l’entusiasmo di quando i posti dimenticati tornano di moda, e si è i primi a scoprirlo).

Anche arredare le case costa ancora poco: andiamo da Modern Way, sul Palm Canyon Drive, il vialone stupendo ustionante, tra garage con vecchie Bentley bombate, nella controra, dentro un signore brizzolato e dall’aria hollywoodiana come il suo nome, Courtney Newman, in mezzo a poltrone Eames a strafottere, divani sfregiati Mies Van Der Rohe, consolle squadrate midcentury. La poltrona Eames col suo pouf, prima serie, perfettamente rovinata, viene 4.000, la metà che in Europa, un tavolo tondo sempre Eames di legno coi suoi cerchi dei bicchieri 1.500.

“Sì, noi siamo stati i primi ad aprire un negozio di mobili anni Cinquanta” dice Newman. “Eravamo stufi di stare a Los Angeles, tutto quel trambusto. Io facevo il costumista, mia moglie la regista di cortometraggi, ha preso pure una nomination agli Oscar” continua. “Fino a qualche anno fa trovavi case pazzesche in vendita, tutte perfette, sempre appartenute alla stessa famiglia” (ora c’è tutto un giro di telefonate, appena muore qualcuno, per mettere le mani su qualche pezzo raro con ombrelloni d’epoca). “Beh, clienti famosi non saprei, fammici pensare”, c’è questo culto dell’understatement che dev’essere stato fondamentale nella costruzione del mito.

“Forse Leonardo Di Caprio, sì, ecco, lui ha comprato un vecchio stereo Paragon della Jbl, quello a mobile”. Di Caprio qui ha comprato a Las Palmas la casa già di Dinah Shore, massima celebrità cine-musicarella del midcentury, con altissimi palmizi, che ora affitta a 4.500 dollari a notte.

Proseguiamo il giro delle case col nostro pullmino, ecco la casa di Eva Gabor, bianca, coi pilastrini, sembra la villa ai Colli del Gattopardo, poi più sotto quella di George Hearst, cupoline e colonnine tipo Santa Marinella, figlio più piccolo di William Randolph cioè Citizen Kane, e zio di Patti, che qui venne ospitata per la convalescenza dopo il rapimento e la brutta vicenda con l’Esercito di liberazione simbionese, poi sotto quella di Zsa Zsa Gabor “quando era sposata con Nicky Hilton”.

Quella di Liberace, con le note musicali di ferro battuto e la cassetta della posta a forma di piano, in una piazza “Di Liberace” (“tanto una brava persona! Tanto generoso! Prestava soldi a tutti!”), poi scendiamo giù e sullo stradone c’è una cerimonia pubblica su un marciapiede, “ah, c’è anche il rabbino” dice Imber, “stanno dando una stella a qualcuno, sai avere una stella è la massima onorificenza qui”, e nel marciapiede sono incastonate tutte queste stelle di ottone bollente.

Sullo stradone, tutto è di un sublime anni cinquanta, la camera di commercio, due meravigliose banche, una Bank of America che pare Herzog e De Meuron tutta tonda di piastrelline di mosaico, e una Chase Manhattan ad archi invertiti da Brasilia, e poi il più bel centro commerciale del mondo, il Robinson Department Store (con pensiline elegantissime e cartelli affittasi); “dopo il boom degli anni Sessanta, Palm Springs si è spopolata con le crisi petrolifere, e negli anni Ottanta, quando hanno cominciato a costruire, l’hanno fatto fuori” dice Imber.

Lasciando intatto la città delle sexy architetture. Uno dei posti abbandonati è il celebre Racquet Club, tennis dove Marilyn venne fotografata per la prima volta nel 1947 e dove Clark Gable fece il ricevimento di nozze con Carole Lombard. Anche questo in vendita, ma rudere, ancora annerito dopo un devastante incendio.

Giriamo in macchina, è sabato e lavano le macchine, “guarda quello, è un lavamacchine originale disegnato da William Cody, mai smesso di funzionare!”, dice Imber, e andiamo verso Indian Canyon, una grande Casalpalocco che immette in un’oasi con palme ancora più alte, la casa di Bono, quella di Walt Disney, quella di Lear inventore dell’aereo privato, e in lontananza, arroccata, quella di Bob Hope,tutta rivestita di rame, “che fu poi riverniciata d’imperio perché i riflessi accecavano i piloti degli aerei in cielo”.

Tornando verso l’aeroporto, ecco le case di Howard Hughes varie piccolette. “Non era un posto dove essere appariscenti, qui veniva il genere di persone che aveva case a Londra, a New York, il ranch nel Wyoming, e poi qui”. Le case di Hughes sono poi state trasformate in uno dei tanti resortini di Warm Sands, distretto del daddy e del bear. Però nelle sabbie calde, soprattutto questa vallata di hotel famigliari per signori non affluentissimi, hotel che si chiamano Dolce Vita, clothing optional cioè tendenzialmente biotti, con la loro piscinetta, una chiostrina intorno con le pompette sparaacqua, una cestona con i solari e i doposole. Saune e bagni turchi e jacuzzi, ma soprattutto tante camere che si chiamano Amalfi e Portofino, e condom omaggio della ditta in camera con vecchi climatizzatori rumorosi dei tempi di Capote, quando qui si invaghì di un tecnico dell’aria condizionata.

Torte fatte in casa la mattina e alle sei il momento della socializzazione, con clienti affezionatissimi che tornano anno dopo anno (sembra l’hotel tre stelle sulle Alpi dove si andava da piccoli coi nonni). “Farete tantissimi amici da condividere su Facebook” promette il sito Internet. Ogni tanto qualcuno zac, salta fuori da un giardino di  un hotel e si infila nell’altro, o in una siepe, con solo un asciugamanino in vita, scottandosi i piedi, saltellando, tuffandosi nella piscina del vicino: ed è subito John Cheever.

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