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“Che bel vedovo”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – “Che bel vedovo!”, esclama Adolfo Celi alias professor Sassaroli nel film Amici miei Atto II alla vista di Alessandro Haber nei panni del giovane Paolo, raccolto dinanzi alla tomba della moglie Adelina prematuramente scomparsa. Bruciando sul tempo i compari Mascetti, Melandri e Necchi che vorrebbero accaparrarselo, non ammette ragioni: “L’ho visto prima io”. E parte con lo scherzo, un capolavoro di humour nero: si piazza alle spalle di Paolo e inscena un commosso elogio funebre “della nostra adorata Adelina, moglie e amante impareggiabile”, millantando una lunga relazione carnale con lei durante i viaggi di lavoro del marito in Germania (“Non si deve mai andare in Germania, Paolo”). Questi abbocca all’istante e prende la tomba a calci e a sediate, strillando: “Impareggiabile puttana, troia, puttanona infame!”. Ora il professor Massimo Recalcati, praticamente psicanalista, ci perdonerà se l’altroieri, leggendo su Repubblica il suo straziante elogio funebre dell’adorato (da lui) e odiato (da tutti gli altri) Matteo, premier e amante impareggiabile, abbiamo pensato per un attimo al giovane Paolo e alla sua Adelina. E se ieri, inerpicandoci nel dibattito aperto da Repubblica sul decisivo tema “Matteo Renzi: perché si ama o si odia il segretario”, con il filosofo Roberto Esposito, lo storico Guido Crainz e lo storico dell’arte Tomaso Montanari intenti a spiegare al professor Recalcazzola le ragioni di tanto odio per il suo Matteo, il nostro pensiero è subito corso al perfido Sassaroli – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 19 luglio 2017, dal titolo “Che bel vedovo”.

E ci siamo detti: ma perché sporcare con critiche oggettive e dunque spiacevoli un sentimento puro e incontaminato come il lutto dello psicanalista innamorato, in gramaglie per l’improvvisa, prematura dipartita dell’Amato? Non era meglio lasciarlo solo nel suo dolore, o parteciparvi con un biglietto di condoglianze, un mazzo di crisantemi, un cuscino floreale accompagnati da qualche pietosa bugia bianca, di quelle che si usano per rincuorare i congiunti persino alla scomparsa dei peggiori stronzi che, una volta morti, diventano immancabilmente buoni, belli, onesti, padri affettuosi e mariti esemplari? A sette mesi dal fatale 4 dicembre 2016, data del suicidio referendario di Matteo, il vedovo inconsolabile Recalcazzola non s’è ancora riavuto. Non si dà pace, non si rassegna all’ipotesi del suicidio, vede complotti omicidi dappertutto. “Qual è –si domanda affranto- il peccato commesso da Matteo Renzi per aver attirato su di sé un odio così intenso?… È un odio pre-politico o politico?”, frutto magari di “logiche più arcaiche, più viscerali, più pulsionali?”.

E si risponde: “L’odio della sinistra è il vero nodo della questione”. Dove stia di casa in Italia questa presunta sinistra, dunque il suo eventuale odio, non è dato sapere, ma il vedovo non è lucido. Lacrima come una vite tagliata. E delira. Dev’essere colpa dei “cambiamenti” del Rottamatore, della sua “altra cultura, altra sensibilità, altra generazione”, che hanno fatto scattare l’accusa di “tradimento” come “la salivazione condizionata nel cane di Pavlov” (e lui, almeno di salivazione, è un esperto). Ergo Matteo non si è tolto la vita, andando a sbattere contro il popolo italiano con una “riforma” demenziale e con un governo che non ne azzeccava una neppure a pagare: no, è stato assassinato, abbattuto come i cavalli azzoppati, perché scambiato per “la malattia della sinistra, una infezione, un batterio, una anomalia genetica”. E non c’è stato verso di far rinsavire i killer: “nemmeno l’accoppiamento con un uomo chiaramente di sinistra come Martina” è valso a farli recedere. Manco Martina e l’accoppiamento, niente. Era e restava un “usurpatore”, un “eterogeneo inassimilabile”.

Recalcazzola si sbracciava a spiegare la sua “contaminazione propulsiva”, ma quelli (chi? boh) niente, non ci sentivano proprio, refrattari sia alla contaminazione sia al propellente. E odiavano, perché la “vecchia sinistra” è “paranoide”, “populista”, “incestuosa” (qualunque cosa voglia dire), incapace “di fare il lutto della sua fine storica”. Ecco perché l’hanno ammazzato: perché Renzi, noto ideologo del “liberalismo” dopo Cavour ed Einaudi, ha “messo la sinistra di fronte al suo cadavere”. Della sinistra, non di Renzi.

Qualcuno in possesso delle proprie facoltà mentali potrebbe domandare come fa la vecchia sinistra, se è un cadavere, a uccidere Matteo, che fra l’altro è un filino più defunto di lei. Ma il vedovo non ragiona: a sette mesi di distanza è ancora lì curvo sulla bara a piangere la sua Adelina, pardon il suo Matteo, così “liberale”, così “spurio, meticcio, eterogeneo, sciamanico”. E tutt’intorno si accalcano i Sassaroli a ricordargli impietosamente le tristi verità.

Matteo non era odiato, era odioso. Non stava antipatico: lo era. Aveva – sempre parlandone da vivo – perso due tornate amministrative e un referendum costituzionale in un anno perché in tre anni di governo aveva raccolto risultati fallimentari. E stava sulle palle agli elettori (a quelli altrui, ma soprattutto ai suoi) non tanto per la l’eterogeneità inassimilabile, ma perché era arrogante, protervo, sprezzante, offensivo, autoreferenziale. Perché aveva preso un partito con un programma e gliene aveva imposto un altro. Perché aveva rovesciato due o tre governi del Pd (compreso il suo). Perché scacciava i Bersani e inciuciava con i B., i Verdini e gli Alfani (che poi immancabilmente tradiva). Perché non diceva mai la verità. Perché si circondava di mediocri e di affaristi. Tutti difetti che la gente è disposta a perdonare solo se le cose vanno bene, e invece andavano malissimo. E lui, ripetendo che andavano benissimo, la faceva incazzare vieppiù. Ma, dico io, son cose da andare a raccontare a un vedovo?

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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