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Il festival dell’ipocrisia radical chic, a Capalbio

(di Edoardo Albert – opinione.it) – Svetta, sulle colline grossetane, un paese nel quale il finto buonismo è di casa, pardon, di villa. Ci troviamo nel comune più a sud della Toscana continentale, poco più di quattromila anime; siamo a Capalbio – per l’importanza storico-artistica rivestita in epoca rinascimentale – soprannominata “la piccola Atene”.

Da sempre, feudo dell’intellighenzia radical chic, “buen retiro” estivo della sinistra al caviale, quella da giacca di velluto a costine sopra una camicia “button down”, sfoggiate persino sotto l’ombrellone in spiaggia; all’“Ultima Spiaggia”.

Appena un battito di ciglia e si torna indietro di un anno. Estate 2016, a seguito del collasso dei centri di accoglienza siciliani, ormai ricolmi di persone, si decide di smistare gli immigrati in tutto il territorio italiano e si stabilisce, attraverso un bando di accoglienza, la possibilità per cinquanta richiedenti asilo di soggiornare nel borgo maremmano, precisamente a Poggio del Leccio, in un condominio di recente costruzione; ed è in quel momento che l’ipocrisia, insita nella quasi totalità dei capalbiesi, si palesa, offrendo di sé l’immagine più bassa, scadente e profondamente irritante.

Tra un aperitivo e un altro iniziano le prime polemiche, prese di posizioni da parte di questa subdola categoria di sinistra, sedicente amabile, solidale nonché accogliente, che scaturiscono in vere e proprie aspre battaglie. Un’autentica sommossa che sortisce gli effetti sperati (da loro!); infatti si scende da cinquanta persone a trenta, ma non basta e dunque altre manifestazioni e barricate, dibattiti e grandi discorsi. Risultato? Nulla osta solamente per una decina di migranti, indirizzati però in luoghi più periferici, più distanti dalla celebre Piazza Magenta, da cui si accede ai camminamenti sulle mura, anticamente utilizzati per la ronda di difesa del paese, in passato contro gli spagnoli (nel giugno del 1555, dopo Siena, Porto Ercole ed Orbetello, anche Capalbio cadde sotto il dominio degli spagnoli) e quindi i turchi e ora, metaforicamente parlando, contro le incursioni di una manciata di malcapitati. “Rei”, secondo gli intellettualoidi di sinistra, di provocare, con il loro avvento, o – citando una loro testuale nonché irriverente espressione – con il loro “bighellonare”, una svalutazione delle ville di lusso.

Riapriamo gli occhi, siamo di nuovo nel presente e nulla è cambiato. Anzi, se possibile, l’intera vicenda si attesta su livelli ancor più patetici, nauseanti, urticanti; sconfinando nel paradosso. Infatti, una decina di giorni fa, nella campagna di Garavicchio, a poche curve dall’“accondiscendente” Capalbio, è stata ormeggiata la “Nave della tolleranza”, fortemente voluta da Jacaranda Caracciolo Falck. Un veliero di imponenti dimensioni – progetto itinerante di Ilya ed Emilia Kabakov, artisti ucraini – approdato in Maremma dopo aver “veleggiato” già a Venezia, Londra, quindi Mosca, New York e Roma. Un progetto volto alla diffusione di principi nobili e culturalmente giusti e sani. Su tutti: l’ospitalità. Imprescindibile caposaldo nell’Atene classica, valore sconosciuto nella “piccola Atene” maremmana.

Accogliere un simbolo portatore di magnanimità che sensibilizza sul tema così delicato dell’immigrazione, dopo aver sbattuto la porta in faccia ai veri protagonisti di questo drammatico fenomeno. Teatro dell’assurdo? No, un comodo tentativo, mal riuscito, di pulirsi la coscienza a costo zero. Quando la nave salperà di nuovo, alla volta di nuovi lidi – senza dubbio più felici – porterà con sé, oltre alla tolleranza, anche qualche dose di doppiezza, accumulata nell’ultimo soggiorno, da buttare a mare al più presto onde evitare qualsiasi rischio di contagio.

L’estate a Capalbio, già storicamente in fermento culturale – grazie a “Capalbio Libri” e al Festival del Cinema, rivolto soprattutto al cortometraggio d’autore, inaugurato nel 1994 da Michelangelo Antonioni – si arricchisce di un nuovo Festival, con rigorosa selezione all’ingresso; quello dell’ipocrisia, più meschina e bieca, oltraggiosa e, dunque, tremendamente insopportabile.

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