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“Due pm e due misure”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Ingenui come siamo, ci eravamo fatti l’idea che i pm non potessero parlare dei loro processi né interferire nel lavoro dei giudici. Infatti ieri abbiamo letto con sgomento l’Intervista Unica della Procura Unica al Giornalone Unico sulla (anzi, contro la) sentenza sull’ex Mafia Capitale. E ci siamo detti: oddio, adesso il Pg della Cassazione o il ministro Orlando eserciteranno l’azione disciplinare contro i vertici della Procura di Roma, il Csm aprirà una pratica per trasferirli d’ufficio e un’altra a tutela della X sezione del Tribunale capitolino ingiustamente attaccata dalla pubblica accusa, e i politici di ogni colore intimeranno ai pm di parlare solo con gli atti, perché le sentenze non si commentano, semmai si appellano. Invece niente di tutto questo: silenzio di tomba. E abbiamo tirato un sospiro di sollievo: stavolta si è deciso che i pm, com’è giusto, abbiano il diritto di difendere pubblicamente le proprie ragioni e financo criticare una sentenza che boccia la loro tesi accusatoria sulla mafiosità della banda di Buzzi, Carminati & C.. Il procuratore Giuseppe Pignatone si è magnanimamente concesso ai due quotidiani maggiori, Corriere e Repubblica (però, onde evitare il ne bis in idem, al primo ha detto “non mi sento sconfitto” e al secondo “ho perso”), delegando il compito di soddisfare il terzo classificato, La Stampa, all’aggiunto Michele Prestipino (che non ha precisato se abbia vinto o perso: forse ha pareggiato) – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 23 luglio 2017, dal titolo “Due pm e due misure”.

I due alti magistrati ribadiscono che a Roma le mafie esistono (ma il Tribunale non s’è sognato di affermare il contrario: ha detto solo che non sono mafiosi gli imputati che la Procura gli ha portato in aula) e lasciano intendere che i giudici non sono riusciti a cogliere la loro avveniristica finezza giuridica, ma pazienza, andrà meglio in appello. Ora, la nostra preoccupazione per i pm parlanti nasceva da alcuni precedenti inquietanti. Nel 2012 il pm di Palermo Nino Di Matteo spiegò a Repubblica perché, Codice alla mano, le intercettazioni fra l’ex ministro Mancino e l’allora presidente Napolitano (sul telefono del primo, indagato per falsa testimonianza nel processo Trattativa), erano perfettamente legittime, e finì su due piedi sotto procedimento disciplinare al Csm per aver parlato della sua inchiesta (ad attivare il Pg della Cassazione era stato il Quirinale). Lo stesso anno l’allora Pg nisseno Roberto Scarpinato lesse, nell’anniversario di via d’Amelio, una lettera aperta a Paolo Borsellino sull’ipocrisia di certe autorità che osavano indegnamente commemorarlo e finì ipso facto nel mirino del Csm per la solita azione disciplinare, pur non avendo parlato di sue indagini.

Nel 2014 il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi, lette le scombiccherate motivazioni della sentenza che assolveva gli ex-Ros Mori e Obinu per la mancata cattura di Provenzano, commentò amaro: “Se fossi un insegnante, metterei alla sentenza un 4 meno, perché chi l’ha scritta è andato fuori tema. Insomma, ha scritto la sentenza di un altro processo”: processo disciplinare anche per lui, per aver parlato di un suo processo e leso l’autonomia del Tribunale che dava torto alla Procura. Due mesi fa Repubblica mise in pagina una chiacchierata informale e non autorizzata con Henry John Woodcock sugli errori del capitano Scafarto del Noe nell’informativa sul caso Consip, che lui riteneva sbagli in buona fede e negava di avere commissionato: il pm fu subito accusato dal Pg della Cassazione di interferire nelle indagini romane su Scafarto e deferito disciplinarmente al Csm, che – già che c’era – aprì pure una pratica per trasferirlo per incompatibilità ambientale, anche se parlava di un’inchiesta non più sua. Dunque oggi – se la legge è uguale per tutti – ci sarebbe da attendersi un eguale trattamento per Pignatone e Prestipino. Ma non è accaduto e non accadrà. E nessuno ne è più felice di noi, che abbiamo sempre sostenuto il diritto-dovere dei magistrati di parlare, di difendersi da accuse e calunnie e spiegare ai cittadini le loro indagini (e quali, se no?). Specie oggi che il Csm, da difensore istituzionale dell’indipendenza dei magistrati da ogni altro potere, è sempre più spesso un plotone d’esecuzione per minare l’indipendenza dei migliori magistrati per conto di ogni altro potere.

Solo, ci piacerebbe saperne di più sui criteri seguiti da Pg e Csm in materia di libertà di parola. Perché Teresi, Di Matteo, Scarpinato e Woodcock non possono aprir bocca, né sui loro processi né su altro, e Pignatone e Prestipino possono tranquillamente dare interviste su un loro processo e criticare i giudici che non fotocopiano le loro accuse? Dipende da chi parla, o da quello che dice? La stessa domanda sorge spontanea quando certe fughe di notizie portano alla perquisizione e al sequestro dei telefonini di pm, giornalisti e loro familiari, e altre no. Quando certe Procure rivelano di aver iscritto Tizio nel registro degli indagati e non succede niente, mentre se lo fanno altre si scatena il finimondo. Quando certi giudici vengono massacrati perché sposano le tesi dei pm e altri perché le respingono. Quando gli errori di certi investigatori (il Noe su Consip) sono reati gravissimi e quelli di altri (il Ros sull’ex Mafia Capitale) solo sviste in buona fede. Dipende dal pm, o dallo status sociale dell’imputato, o dal suo colore politico, o da quello della sua pelle?

Ci sono pm che han ragione a prescindere, anche se smentiti dal Tribunale, e altri che han torto a prescindere, anche se confermati fino in Cassazione? Nel caso, sarebbe utile un bell’elenco dei pm infallibili e degli imputati intoccabili. Così, tanto per dissipare una volta per tutte quella brutta fake news che ancora circola in Italia, secondo cui la legge è uguale per tutti e tutti sono uguali davanti alla legge.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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