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L’esodo dei migranti dal Niger all’Italia. E i militari francesi fanno finta di nulla

La guarnigione che sorveglia l’ultimo avamposto del ‘corridoio libico’ lascia passare le carovane sulla rotta più battuta dai trafficanti: da lì sono transitati quasi in 300 mila destinati ai barconi nel Mediterraneo

 

(di GIANLUCA DI FEO – repubblica.it) – No, Macron non intende accogliere i “migranti economici” che varcano il Mediterraneo. Parigi non aprirà i porti alle navi cariche di disperati: non è un problema loro, che se la sbrighi l’Italia. Già, ma da oltre due anni l’esodo dall’Africa verso l’Europa passa sotto gli occhi delle truppe francesi, che nulla fanno per ostacolare gli affari dei trafficanti d’uomini. La rotta fondamentale per la Libia ormai è una sola: attraversa il Niger, passando dal crocevia di Agadez per poi raggiungere Séguédine. E il terminale di questa carovaniera è sorvegliato da un vecchio fortino coloniale chiamato Madama, accanto al quale nel 2014 i francesi hanno costruito una potente base militare.

È l’ultimo avamposto prima della Libia. Lì sotto gli occhi dei legionari nel 2016 sono transitati 291 mila migranti – dati ufficiali dello Iom – tutti diretti verso Nord e in gran parte destinati a salire sui barconi. Si muovono in lunghe colonne di camion e pickup, colmi all’inverosimile di merci e persone. Difficile non notarli nella vastità del Sahara, soprattutto per il contingente francese che schiera squadriglie di Mirage da ricognizione, di droni da sorveglianza e di elicotteri.

Ma la guarnigione dell’Armée non si cura di questa moltitudine in movimento nel deserto. Ci sono foto che mostrano l’equipaggio dei blindati francesi mentre saluta i migranti stipati in cima a un camion, gli stessi che settimane dopo verranno soccorsi dalle navi nel Canale di Sicilia. O immagini dei fuoristrada zeppi di persone che arrancano vicino ai bimotori Transall parcheggiati sull’aeroporto della base militare. I mercanti di uomini si mostrano tranquilli, anzi rassicurati dalla presenza dei soldati occidentali che tiene lontani i predoni.

Tra Nigeria e Libia, sulla rotta dei disperati: “Per tanti solo deserto, prigionia e violenze”

In questi anni i muscolosi parà della Legione, eredi del reparto protagonista della Battaglia di Algeri, si sono occupati d’altro. La loro missione principale è dare la caccia ai jihadisti. Pattugliano il Sahara alla ricerca di trafficanti, sì, ma solo quelli che trasportano armi. In un paio di occasioni si sono paracadutati di notte proprio a ridosso dei valichi sulla frontiera libica, soltanto però per tendere agguati ai terroristi islamici. La guarnigione di Madama non è numerosa, in genere si tratta di 250 soldati che vengono raddoppiati in vista di rastrellamenti importanti, ma è incardinata nell’operazione Barkhane che in Niger conta più di mille uomini. Nella capitale Niamey è stata allestita una centrale dell’intelligence che analizza 24 ore su 24 le informazioni raccolte da aerei, droni, satelliti, posti d’osservazione e confidenti sul terreno: quando individuano un bersaglio sospetto, fanno partire i raid dal fortino di Madama. Ma quelli che Macron chiama “migranti economici” non sono un problema loro: tanto non gli verrà permesso di superare la soglia di Ventimiglia.

Nel Sahel la Francia ha un unico obiettivo: tutelare i suoi interessi. Come le miniere nigerine di uranio, che alimentano tutti gli impianti nucleari d’Oltralpe. Certo, la stabilità della regione è decisiva per impedire il dilagare del fondamentalismo jihadista. E per questo la Germania sostiene totalmente le decisioni di Parigi, con finanziamenti e truppe. Eppure la chiave della questione migranti è proprio in quei Paesi, solo lì si può tentare di rallentare l’esodo.

Per l’Italia è una priorità, il cuore della strategia messa in campo dal ministro Marco Minniti: “Controllare quel confine – ha ripetuto ieri – significa controllare i confini dell’Europa”. A Roma si è riusciti a negoziare la tregua nel Fezzan libico, la tappa successiva al Niger nel viaggio verso il Mediterraneo. La pace tra i tebù e i tuareg ha fermato il conflitto che veniva finanziato proprio incrementando il traffico di uomini. I dati dello Iom, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, segnalano che dalla fine delle ostilità sono diminuite pure le partenze: nei primi quattro mesi di quest’anno “solo” 22 mila persone si sono mosse dal Niger verso la Libia.

Ma non basta. Serve un passo in più: bisogna ricostruire una guardia di frontiera libica, poiché i valichi non vengono più presidiati dalla fine del regime di Gheddafi. Ed è necessario potenziare le capacità delle autorità nigerine nel contrasto al business delle migrazioni, che seppur cresciuto a dismisura negli ultimi tre anni è comunque da sempre parte della vita di quel paese. Per questo bisogna unire il bastone alla carota, le attività di polizia agli aiuti economici, con una politica di lungo respiro e tanti investimenti.

Il governo Gentiloni ha cercato di fare da apripista, ipotizzando fondi per lo sviluppo e una missione militare italiana da dislocare in Niger per addestrare le nuove guardie libiche e collaborare con la polizia locale. Una squadra si è recata sul campo per studiare concretamente lo schieramento: proprio la base di Madama, con tanto di aeroporto, sembrava la posizione ideale. Poi i piani si sono insabbiati nel deserto rosso. Perché Parigi non gradisce interferenze.

Ufficialmente in Niger c’è già un’operazione della Ue che si occupa di formare gendarmi specializzati nella lotta ai trafficanti. Finora non ha combinato granché. Ma lo scorso 13 luglio è stato sottoscritto un accordo per rilanciare l’impegno dell’Unione nel Sahel: è stato firmato all’Eliseo, sotto le bandiere di Germania e Francia. Le foto della firma mostrano Federica Mogherini con alle spalle Macron e Merkel. Anche il fortino di Madama verrà potenziato: quando i francesi lo costruirono, nel 1930, aveva il compito di bloccare l’espansione italiana. Corsi e ricorsi storici di un’Europa che non sa imparare dal suo passato.

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