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Marcello Veneziani: “Un buco nell’acqua”

(Marcello Veneziani – Il Tempo) – Acqua, acqua. Fa male vedere l’arsura di Roma in questi torridi giorni di luglio, fa male vedere le fontane a secco, i nasoni pietrificati, il deserto che avanza in pieno centro. E spaventa che il problema idrico sia in mano, tra gli altri, alla grillina Raggi.

L’esortazione a risparmiare sugli sciacquoni ricorda il primo provvedimento che i grillini entrati in Parlamento adottarono contro gli sperperi della Camera: si fecero fotografare coi loro bicchieri di carta siglati con le iniziali, in modo da riusarli, evitando così lo spreco di bicchieri.

E già, lo Stato ha un debito di miliardi su miliardi, la Camera spreca centinaia di milioni ma loro riuscivano a risparmiare ben due euro a seduta in bicchieri di carta…

Non si rendono conto della reale entità dei problemi e della scala di grandezza, pensano che micro-risparmi risanino i bilanci di stato. A volte la demenza eco-risparmiatrice produce falsi e pittoreschi risparmi.

Ma sconcerta vedere Roma in versione beduina e non per via dei migranti ma del deserto idrico.

Da bambino della sitibonda Puglia invidiavo Roma con le sue fontanelle a ogni angolo di strada e le sontuose fontane barocche che esondavano in tante piazze, il Tevere maestoso e fluente, gli acquedotti romani da ogni parte, la mitica piazza Navona che si trasformava in un lago artificiale, le piogge torrenziali romane (ce piove a Roma? Ce fanno certi goccioloni!).

Noi invece in Puglia stavamo lì a rubare l’acqua dalle regioni vicine, a centellinare acqua dai rubinetti e dai boccioni, a sperare nel buon cuore nell’Acquedotto pugliese e nel getto stanco e notturno delle fontane. Nell’epoca che precedette l’aria condizionata, il sud e la Puglia in particolare, avevano l’acqua condizionata. Cioè razionata e scarseggiante nei mesi di siccità, ottenuta dopo conflitti astiosi, dirottata dal Sele e da altri fiumi.

Ora invece la contesa dell’Acqua investe Roma capitale. Sorella Acqua, utile et umile secondo san Francesco, è l’argomento principale di desiderio nella Roma di fine luglio. Alla ricerca dell’acqua perduta, tra sprechi, acquedotti traforati, cisterne bucate, condotte bacate, irrigazioni fuori luogo.

L’acqua diventa l’oggetto principale di libidine e controversia che unisce nella disperazione idrica la città e la campagna, uomini, bestie e verdure. Il deserto avanza e l’acqua si trasforma in genere di lusso e di lotta per l’approvvigionamento.

L’acqua che manca al sud, l’acqua che ora scroscia al nord, l’acqua agognata di Roma a secco, l’acqua da bere nelle disidratate mattine di luglio, l’acqua delle polemiche, dei racket, dell’agricoltura. L’acqua è diventato il tormentone dell’estate 2017. Non piove, governo ladro.

È strano svegliarsi una mattina del terzo millennio inoltrato e sapere che il complicato universo tecnologico di una società avanzata rischia di impazzire perché scarseggia l’elemento originario della vita e della filosofia, a partire da Talete per finire a Bauman, il teorico della società liquida.

Altro che algoritmi e microchip, un goccio d’acqua è alla base di tutto. L’aridità della nostra epoca non è solo un modo di dire.

Ho rivisto in tv le file alle fontane per la provvista dell’acqua e la disperazione degli allevatori e dei contadini per i raccolti, uva insecchita, uliveti moribondi; l’arrivo dei militari a presidiare le dighe e gli specchi d’acqua, per difenderle dagli sciacalli d’acqua. Le mucche assetate e boccheggianti che sprizzano latte in polvere, per mancanza di acqua.

Intanto le marie antoniette del progresso minimizzano il problema dicendo: manca l’acqua? Compratevi le minerali. Ma non è così semplice: viviamo come pesci in un acquario, non possiamo accontentarci delle bottiglie in pvc, abbiamo bisogno dell’acqua per vivere, per rianimarci, per lavarci, per produrre, per dissetare alberi e animali, ne abbiamo bisogno per tutto.

Si resta sorpresi e quasi sconcertati a notare i segni del precipitoso ritorno al passato quando viene a mancare l’acqua; un trapassato remoto che davi per estinto torna a galleggiare d’improvviso. Scopri quanto è fragile l’ipermodernità quando vacillano gli elementi naturali, l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco (che invece avanza e fa terra bruciata).

Riscopri un’Italia dimenticata. Il mitico sud dell’infanzia ruotava intorno all’acqua e al suo desiderio: le incessanti arsure del pomeriggio, le infinite bevute a cannella, i secchi del pozzo versati sulla testa in una doccia primitiva, le file notturne alle fontane perché l’acqua si faceva pregare e arrivava come una star dopo la mezzanotte; il sollievo primordiale di una sciacquata.

Offrire acqua agli assetati era la clemenza dell’antichità, il galateo primordiale verso l’ospite, il garbo antico dei bar che te la danno anche non richiesta, insieme al caffè. Le relazioni sociali fiorivano intorno alle fontane, nelle file d’approvvigionamento, nei ristori per dissetarsi intorno a una bottiglia.

Non sottovalutate l’emergenza idrica, non è un ordinario problema di stagione. In fondo al pozzo si nascondono antiche ruggini e i sordidi fantasmi della sete antica.

Se quelle fontane vetuste e arrugginite le vedi umide, le benedici e intimamente gioisci perché l’acqua dà una primordiale felicità, come un segno di vita; se le vedi secche, soffri come se fossero pietrificate, inanimate, regredite a rocce. Roma da bere.

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