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La vera fuga dei cervelli? Il grande esodo dalle università del Mezzogiorno

Con pochi investimenti sul capitale umano i giovani meridionali emigrano sempre di più al Nord per studiare. Perché le infrastrutture non rendono, e una laurea non appare necessaria quanto una volta

 

(di Benedict Anderson nel suo “Comunità Immaginate” afferma che dentro uno stato possiamo avere diverse nazioni. Ecco, diverse nazioni. Le nazioni italiane oggi si dividono in due: Nord e Sud. L’emigrazione degli studenti parte dal meridione per mete universitarie italiane più importanti, più prestigiose, e sopratutto ben tenute e ben fornite. Città come Bari, Palermo, Napoli investono sempre meno sui giovani, che da un lato non credono più nell’ importanza della formazione universitaria, quelli che ci credono invece se ne scappano altrove, spesso rimanendoci.

Oggi sentiamo discutere – per non usare il termine blaterare – di come la fuga di cervelli dei ragazzi italiani all’estero sia un fenomeno in continua crescita e i dati parlano chiaro: nel 2016 il 20% in più dei ragazzi ha scelto come mete universitarie altre nazioni europee. La considerazione da fare, però, è di dove sono questi ragazzi che emigrano, e la risposta migliore senza guardare statistiche la dà Antonio Felice Uricchio, rettore dell’ Università di Bari Aldo Moro: «I ragazzi che se lo possono permette, al Nord, vanno fuori, al Sud chi se lo può permettere va al Nord». Andare a studiare fuori è quindi un trend in continua crescita, sì, ma la vera fuga dei cervelli da prendere in considerazione è quella dal meridione verso le università del centro-nord.

Per comprendere il tutto basta guardare i dati. Gli studenti fuori dall’Italia nel 2011 erano 60.000 tra universitari fissi e esperienza Erasmus, oggi sono tra i 75-80 mila. Secondo un’analisi del Ministero dell’Istruzione la maggioranza dei ragazzi che vanno all’estero sono residenti al Centro Nord. Per quanto riguarda il rapporto fra Nord e Sud, nel 2015 il Politecnico di Torino ha rilasciato dei dati al limite dello scioccante. Su 10.000 pre-immatricolazioni quasi il 60% provenivano da studenti residenti in Calabria, Sicilia, Sardegna o Puglia. Roberto Lagalla ex rettore dell’ Università di Palermo ha definito la fuga degli studenti dal sud come la «nuova emigrazione meridionale». La verità? È che al Sud oggi i ragazzi hanno la percezione che studiare non sia più una strada conveniente da percorrere, e conseguentemente spesso, si tuffano nel mondo lavorativo subito dopo il diploma. Quindi, quei pochi che si iscrivono all’Università, per la maggior parte vanno al Nord. In Sicilia, infatti, tra il 2008 e il 2012 c’è stato un calo del 19,7% delle iscrizioni, in Puglia del 18,7%. Sempre in Sicilia, il 30% dei ragazzi dopo il diploma decide di muoversi verso il Centro Nord, con mete che variano tra Milano, Verona, Torino, Pisa o Roma. Il motivo? Le università del Centro nord dopo la laurea hanno una media di occupazione del 52,5% al Sud si arriva a malapena al 35%.

Paolo, studente napoletano di ventuno anni all’Università di Warwick, alla domanda sul perché sia uscito dall’ Italia, risponde con un ghigno. «Ho sempre amato la mia città, ma da quando sono al liceo ho sempre avuto l’ambizione di uscire dall’ Italia e molti miei amici che non ci sono riusciti, oggi studiano a università al nord, spesso tra Bologna o Milano». Non sembra contento, e aggiunge «le strutture da noi sono indegne». Dispiace sentire dalla voce di un ragazzo un tono di tale rassegnazione e dispiace soprattutto che come argomenta Paolo, le autorità non si occupino abbastanza del problema che il Meridione sta affrontando, perché parliamoci chiaro, lo spacco tra le realtà nella penisola è drastico. In Calabria il tasso di disoccupazione giovanile è del 58,7%, in Europa la regione sta davanti solo alle regioni spagnole Ceuta e Melilla. In Sicilia 57,2% e Sardegna 56,3%, tanto per fare altri esempi. In Italia l’unica che è inferiore alla media dell’ UE è la provincia autonoma di Bolzano con il 3,7%. In Lombardia il tasso di disoccupazione giovanile è del 18,7%. Tutti i dati sono stati calcolati nel 2017, e non scherziamo, 18,7% è una percentuale che emana solo allarmi, considerando la ricchezza che la regione Lombarda rappresenta per questo paese. La fuga di cervelli e di braccia all’ estero è evidente, e la disoccupazione ne è la ragione. Mete come Londra, Berlino o Amsterdam ancora oggi offrono opportunità lavorative superiori, ciò non toglie che è fondamentale che dopo il diploma i ragazzi al Sud abbiano opportunità concrete di poter studiare, sapendo di investire adeguatamente sul proprio futuro. La differenza centrale tra le “nazioni” dentro l’Italia è dunque l’opportunità e la consapevolezza, ma privi di una l’altra cade automaticamente, e noi facciamo poco per tenerle in piedi.

È nell’ interesse del futuro del nostro paese investire sui giovani, e sul capitale umano. Oggi purtroppo in molte città del Sud per via delle difficoltà economiche si è creata una percezione tra i giovani che studiare non abbia più l’utilità di una volta e che non dia le opportunità lavorative che ci si aspettano dalla fatica accademica che richiede una laurea. Il vero problema? Gli investimenti. La differenza di qualità delle infrastrutture tra i due poli è ad oggi planetaria. Da un lato si ammirano città come Milano, che anche grazie a università private di qualità (Bocconi in primis) riescono ad attrarre sempre un maggior numero di studenti stranieri (dal 2003 al 2014 sono raddoppiati). La verità è che per recuperare il meridione bisogna cominciare non solo a puntare sui giovani con investimenti su elementi che costruirebbero opportunità come centri di ricerca, ma c’è la necessità di trasformare le dinamiche mentali giovanili, affinando il concetto di studio con quello di opportunità. Il capitale umano sono le generazioni di domani, e forse prima di affrontare le fughe di cervelli all’ estero bisognerebbe affrontare il problema meridione, facendo riacquisire ai giovani una fiducia nei confronti del nostro paese, che, ahimè, non solo loro hanno perso.

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