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Meno male che il carcere serve a “rieducare”

(Irene De Arcangelis per la Repubblica) – Entra biancheria pulita e qualcosa di buono da mangiare. Passa qualche libro (pochi) e quello che è invece rigorosamente vietato non trova ostacoli: i telefonini. Cellulari nel carcere minorile. I detenuti li usano per telefonare ma anche per fare i selfie e postarli su Facebook. Non si può. È proibito avere uno smartphone dietro le sbarre, figuriamoci usarlo per comunicare sui social network. Eppure è così, nel carcere minorile di Airola (Benevento). L’ altra faccia della medaglia dell’ anarchia è che il detenuto che pubblica le foto è destinato ad essere scoperto. Così è stato.

Non una, più volte. Telefonini ovunque: sotto una mattonella e in una cella, nei bagni e fuori da una finestra con le grate. Schede sim cariche, comprate senza intestatario grazie a un sito Internet. Troppo per il Sappe, il Sindacato autonomo Polizia penitenziaria, che ieri denuncia quanto succede ad Airola a causa di un sistema di sicurezza carente e l’ adozione della cosiddetta “vigilanza dinamica”: il detenuto ha la cella aperta tutto il giorno, gira per la struttura, incontra chi viene e chi va, dagli avvocati agli infermieri agli educatori.

Ventisei luglio scorso nel carcere minorile che conta trentotto detenuti e quattro guardie carcerarie per turno: gli ospiti arrivano fino ai venticinque anni, perché per legge chi viene condannato da minorenne continua a scontare la pena in un carcere minorile anche dopo i diciotto anni. Non più solo ragazzini. E reati pesanti come l’ omicidio, la contiguità ai clan, come si deduce dalle scritte sui muri delle celle. In una di queste viene trovato uno smartphone con sim card anonima da trenta euro. E da quel telefonino sono partite anche chiamate verso cellulari esterni già intercettati dalle forze dell’ ordine.

Indaga la Polizia penitenziaria. È solo l’ ultimo caso. Sei luglio scorso. Ad Airola di cellulari ne vengono trovati tre. Uno è stato nascosto sotto la mattonella di un corridoio che viene sollevata grazie a una pinzetta per le sopracciglia. I detenuti si passano i telefoni tra i due reparti attraverso la finestra. E con uno di quei cellulari vengono fatti i selfie. Foto di gruppo, ragazzi legati ai Quartieri Spagnoli e alla Vinella Grassi (quartiere della terza faida di Scampia). Scatti in cella e nei corridoi, la scritta con tanto di errore di ortografia “Airola livee”. In un caso manca la sim card, viene ritrovata in bocca a uno dei detenuti. A furia di cercare in una bomboletta di deodorante spray viene recuperata della droga nel tappo.

I selfie e le fotografie scattati nel carcere ritraggono in tutto sei detenuti. Li posta sul suo profilo Facebook un ventenne di Scampia, condannato per associazione camorristica e droga. Si diverte dal 18 luglio scorso, quando scrive: «Io non sono nessuno ma mai nessuno è come me». Gli risponde la sorella per confortarlo: «Non pensare a nessuno. Ora dobbiamo solo superare questa ed è finita. Qui c’ è la tua famiglia ad aspettarti ».

E un amico: «Tutto passa, sei un leone». Il detenuto comunica anche con la madre che gli ricorda quanto gli vuole bene, mentre gli altri ragazzi immortalati con i selfie non hanno profili Facebook. Due di loro sono minorenni, condannati per omicidio. E uno di loro, ancora diciassettenne, è della cosca dei Sibillo, la “paranza dei bambini” di Forcella che ha insanguinato il cuore di Napoli nel 2015.

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