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Se la Storia la riscrive Napolitano

(di Cristofaro Sola – opinione.it) – “Che cos’è la storia, se non una favola su cui ci si è messi d’accordo?”. Lo disse Napoleone ma oggi lo pensa Giorgio Napolitano. L’ex Presidente della Repubblica in vena di amarcord, a proposito dei giorni convulsi del marzo 2011 che portarono alla guerra in Libia e alla morte di Gheddafi, vuole riscrivere la Storia a modo suo. Lo fa affidando i suoi “ricordi” alle pagine del quotidiano “la Repubblica”. Il tentativo è di scrollarsi di dosso ogni responsabilità riguardo al comportamento tenuto dall’Italia nell’aggressione militare al legittimo governo del colonnello Gheddafi. La memoria va alla drammatica notte in cui vi fu una consultazione informale d’emergenza tra i membri del Consiglio Supremo di Difesa, convocata al termine delle celebrazioni al Teatro dell’Opera di Roma per i 150 anni dell’Unità d’Italia. In quella circostanza, riferisce Napolitano, la discussione “fu aperta dall’allora consigliere diplomatico di Palazzo Chigi, Bruno Archi, che era in contatto diretto con New York mentre veniva varata la seconda risoluzione delle Nazioni Unite che autorizzò e sollecitò un intervento armato ai sensi del capitolo settimo della Carta dell’Onu. Dal quadro complessivo rappresentato dal consigliere diplomatico di Palazzo Chigi – prosegue Napolitano – emergeva l’impossibilità per l’Italia di non fare propria la scelta dell’Onu”.

Quindi, nulla avrebbe fatto o detto l’ex presidente per trascinare l’Italia su una posizione di subalternità ai desiderata francesi e britannici. Napolitano, stando alle sue parole, sarebbe stato solo il pacato e pensoso notaio preoccupato di attestare la volontà del governo dell’epoca di obbedire ai diktat del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Troppo comodo cavarsela così. La “verità” di Napolitano fa acqua da tutte le parti. A cominciare dalla sua distanza dallo svolgersi degli eventi. L’allora capo dello Stato, già in interviste pubblicate dai quotidiani “Die Welt” e “La Stampa” il 24 febbraio del 2011, auspicava per la Libia l’avvio di “un nuovo corso, nella libertà, per aprire al popolo libico la prospettiva di un futuro migliore”. Posizione ribadita in un discorso rivolto ai rappresentanti delle Associazioni Combattentistiche e Partigiane e le Associazioni d’Arma, tenuto a Roma il 26 aprile del 2011. In quella circostanza, il presidente-interventista tenne a sottolineare il suo ruolo nel processo decisionale, quello stesso che oggi sembra voler negare: “L’ulteriore impegno dell’Italia in Libia – annunciato ieri sera dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi – costituisce il naturale sviluppo della scelta compiuta dall’Italia a metà marzo, secondo la linea fissata nel Consiglio Supremo di Difesa da me presieduto e quindi confortata da ampio consenso in Parlamento”.

Queste le sue parole di allora, che stridono con quelle di oggi. Tuttavia, esse sono significative perché rimandano al momento decisivo nel quale l’Italia cambiò posizione sull’intervento libico che non è, come si vuol far credere, quello della concitata notte del 12 marzo 2011 al Teatro dell’Opera di Roma. Il focus deve concentrarsi su ciò che accadde, quattro giorni prima, nel corso del Consiglio Supremo di Difesa del 9 marzo del 2011. Quel Consiglio, da lui convocato, si tenne prima e non dopo l’emanazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu n. 1973, presa il successivo 17 marzo, che autorizzava la coalizione dei “volenterosi” all’uso della forza nella crisi libica. Il comunicato ufficiale emesso dal Quirinale riferisce che “il Consiglio ha esaminato la situazione venutasi a creare a seguito dei rivolgimenti popolari verificatisi in numerosi Paesi dell’Africa e del Medio-Oriente allargato, con particolare attenzione agli eventi che hanno interessato la sponda Sud del Mediterraneo. In tale quadro, per quel che concerne specificamente la crisi libica, sono state valutate le misure adottate e quelle in approntamento per il soccorso dei profughi e la loro evacuazione. Sono state altresì discusse le predisposizioni attivate, sul territorio nazionale e nella regione interessata, per far fronte ai prevedibili sviluppi della crisi ed agli eventuali rischi che ne potrebbero derivare. L’Italia è pronta a dare il suo attivo contributo alla migliore definizione ed alla conseguente attuazione delle decisioni attualmente all’esame delle Nazioni Unite, dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica”.

Tradotto dal linguaggio della diplomazia: l’Italia scendeva in campo al fianco degli alleati contro Gheddafi. Chi lo aveva deciso? Visto che l’ex presidente per togliersi d’impaccio chiama in causa gli altri protagonisti di quelle ore sarebbe opportuno che chi era presente parli e racconti come andò effettivamente la riunione. Sappiamo della contrarietà di Berlusconi ad agire contro l’amico Gheddafi. Il 20 febbraio del 2011, l’allora premier intervistato dalla stampa nazionale sull’eventualità d’intervenire presso le autorità libiche manifestava i suoi propositi di non interferenza. “La situazione è in evoluzione e quindi non mi permetto di disturbare nessuno”, questo il pensiero di Berlusconi.

D’altro canto, lo stesso Napolitano riconosce, nella sua ricostruzione, la contrarietà dell’allora premier ad agire contro Gheddafi al punto di paventare le proprie dimissioni da capo del Governo pur di non trascinare il Paese in un conflitto che si palesava manifestamente contro gli interessi strategici e commerciali italiani. Se davvero si vuole la verità dica, il presidente Napolitano, quale incidenza ebbe sui partecipanti a quella sorta di Gabinetto di Guerra il 9 marzo 2011 il suo potere di moral suasion. E ci risparmi l’incredibile storiella del notaio verbalizzante. Tanto più che fu lui a invocare pubblicamente il diritto internazionale a fondamento giuridico-costituzionale dell’intervento militare italiano in Libia, come attesta la nota del Quirinale emessa a margine dell’incontro del 22 marzo del 2011 con la speaker del Congresso degli Stati Uniti, Nancy Pelosi.

Ora, si può discutere sulla fondatezza di quelle scelte drammatiche. Tutte le opinioni sono ammesse. Ma distorcere la verità a proprio uso e consumo è inaccettabile. A maggior ragione se a fare disinformazione è il sacro totem della sinistra al potere.

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