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Maurizio Belpietro: “La Boldrini teme di restare disoccupata”

(Maurizio Belpietro per la Verità) – Abbiamo avuto un presidente della Camera come Gianfranco Fini che, dall’ alto del suo scranno di Montecitorio, organizzò l’ opposizione alla maggioranza di cui egli stesso faceva parte e che lo aveva eletto. Abbiamo anche avuto un altro presidente come Fausto Bertinotti che liquidò il governo sostenuto dal suo partito, definendolo un brodino caldo, e paragonò l’ allora premier Romano Prodi a Vincenzo Cardarelli, «il più grande poeta morente».

E questo per rimanere agli ultimi due. Dunque, nonostante la terza carica dello Stato debba essere, secondo la Costituzione, un’istituzione di garanzia per l’ intero Parlamento e perciò super partes, negli anni ne abbiamo viste tante. Tuttavia non avevamo ancora visto usare la poltrona più alta dell’ emiciclo per assicurarsi un futuro dopo la legislatura, ovvero un passaporto per la rielezione in Parlamento. Ebbene, grazie a Laura Boldrini, soprannominata Nostra signora degli immigrati, ora abbiamo anche visto anche questo.

La presidente – memorabili le sue lezioncine ai giornalisti che si ostinavano a declinare al maschile la sua carica – ieri lo ha fatto con un’ intervista al Corriere della Sera.

Un’ intera pagina decorata da una fotografia che la ritrae imbronciata, come quasi sempre è, per dire che se Giuliano Pisapia riesce a fare un partito lei ci sta.

Anzi, testuale: «È pronta a fare la sua parte». Conosco già la domanda: ma glielo ha chiesto qualcuno? A leggere l’ intervista si capisce che no, al momento nessuno l’ ha interpellata per scongiurarla di fare la sua parte. E però lei è pronta e si prepara a scendere in campo. Non solo: con cipiglio detta anche le condizioni. Che nell’ ordine sono le seguenti: Pisapia dev’essere il leader e il partito che intorno a lui sta nascendo deve guardare al futuro con ottimismo.

E quando la giornalista che la intervista le domanda come se lo immagina questo movimento di ottimisti, lei risponde a colpo sicuro dicendo che pensa a un soggetto che aggreghi usando strumenti come la Rete. Un’idea innovativa, che si spera non venga ostacolata da Beppe Grillo con la richiesta di un pagamento delle royalties sul diritto d’autore. Ma tra le altre idee nuove, la presidente con il broncio getta lì una parolina magica, ossia discontinuità.

Ci vuole discontinuità con le scelte del Pd, dice. Purtroppo nessuno deve averle ricordato che tra i primi a usare in politica questa parola ci fu Marco Follini, il segretario democristiano che Pierferdinando Casini, presidente della Camera anche lui, teleguidava contro Silvio Berlusconi. La discontinuità di Follini finì con l’uscita di scena del suo propugnatore, mentre il Cavaliere è ancora qui con in mano il boccino.

La parte più divertente dell’intervista non è però quando madame Boldrini spiega il programma del nuovo soggetto politico di cui sogna di essere la madrina, ma quando ribadisce il suo ruolo di terza carica dello Stato al di sopra delle parti.

«Le hanno dato della mamma e della maestrina, accuse maschiliste?», le chiede la giornalista facendo riferimento allo scontro con il deputato pentastellato Alessandro Di Battista. E lei ribatte: «Io ho il dovere di far rispettare il regolamento ed è quel che faccio.

Chi parla di mamma e maestrina come i soli ruoli femminili da cui accettare richiami dimostra la propria mentalità. Non devo aggiungere altro».

Non la sfiora il sospetto che scendere dallo scranno per dire chi debba essere il leader, attaccare il programma del governo e bacchettare quotidianamente coloro che hanno idee diverse dalle sue in fatto di immigrati e accoglienza non la legittimi come terza carica dello Stato, ma la metta sullo stesso piano di un normale esponente politico.

E nemmeno la colpisce il fatto che a Casini, Bertinotti e Fini era permessa qualche parola fuori dal ruolo non perché fossero di sesso maschile, ma perché avevano alle spalle un partito di cui erano leader e con il quale avevano preso i voti. No, tutta compresa nella sua parte di Iotti dei profughi, Miss Broncio fa l’offesa per essersi sentita dire da un deputato che le lezioni le accettava solo dalla mamma e dalla maestra.

Letta l’ intervista di Laura Boldrini, ci si può però consolare con due osservazioni.

La prima è che la legislatura volge al termine e dunque anche la sua presidente. La seconda è che da Irene Pivetti in poi la carica di presidente della Camera ha sempre portato sfiga, al punto che la carriera politica di tutti coloro i quali negli ultimi 25 anni si sono seduti su quella sedia è finita miseramente. Ci vuole pazienza dunque, ma alla fine passerà anche la Boldrini.

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