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“Ride il telefono”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Siccome (forse) si vota col sistema proporzionale, il primo effetto collaterale è che prima delle elezioni nessuno si allea con nessuno e tutti devono litigare con tutti, o almeno fare finta fino alla chiusura delle urne, dopodiché potranno sfogarsi e tornare a inciuciare alla luce del sole. Il secondo è che sono severamente proibiti gli incontri pubblici fra i leader: nessuno deve farsi vedere con nessuno, se no poi gli elettori capiscono. Molto meglio vedersi di nascosto, col rischio che si venga a sapere (vedi l’altro giorno Gianni Letta da Renzi al Nazareno). Decisamente più consigliabile telefonarsi. Infatti le cronache estive dei giornaloni sono piene di “Tizio telefona a Caio”, per la gioia dell’italiano medio, ammorbato dalla calura e dagli altri mille problemi, non aspetta altro. L’altro giorno, per dire, la sonnacchiosa e putrescente palude italica è stata movimentata da scosse telluriche ondulatorie e sussultorie derivanti da uno sconvolgente titolone di Repubblica.it: “Pisapia e Speranza a colloquio”. Svolgimento: “Tornano a parlarsi Roberto Speranza e Giuliano Pisapia dopo che l’ex sindaco di Milano aveva fatto saltare un incontro. I due, a quanto apprende l’Ansa, si sono sentiti per telefono” – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 6 agosto 2017, dal titolo “Ride il telefono”.

In quel preciso istante l’Italia intera si è fermata: milioni di lavoratori sudati fradici a 40 gradi all’ombra, di vacanzieri arrostiti sull’A-1, l’A4 e la Salerno-Reggio, di bagnanti spaparanzati in spiaggia o in piscina han trattenuto il fiato, abbandonandosi poi a un liberatorio sospiro di sollievo, unito a un balsamico senso di refrigerio. Finalmente-dopo tanti Luciferi, Caronti, incendi, siccità, bombe d’acqua, sbarchi, Ong, scandali, omicidi in famiglia e squartamenti fra amici – una buona notizia che fa sperare in un futuro migliore: Pisapia e Speranza a colloquio. I più sboroni ne approfittavano per sbandierare il rinato orgoglio nazionale, tipo un bagnino di Cesenatico che molestava con aria ribalda una famiglia di turisti tedeschi sotto l’ombrellone: “Leggete qua! In Italia Pisapia e Speranza si parlano, e da voi in Germania niente, tiè!”. I più golosi e incontinenti pretendevano di sapere se fosse stato Speranza a chiamare Pisapia o Pisapia a chiamare Speranza. Un pensionato di Cuneo in ferie a Ospedaletti, colpevolmente digiuno delle ultime, domandava chi cazzo fossero questi Pisapia e Speranza, subito zittito dal gavettone di una consigliera circoscrizionale bersaniana che faceva le sabbiature lì accanto: “Ecco un altro qualunquista grillino che non è aggiornato sull’articolato dibattito in corso fra Campo Progressista ed Mdp -Articolo1 sull’abbraccio troppo prolungato fra Pisapia e la Boschi”.

I più curiosi s’interrogavano su che si fossero mai detti al telefono i due statisti e, sempre su Repubblica.it, trovavano soddisfazione: “Stiamo lavorando – affermano Pisapia e Speranza dopo il colloquio – per dare gambe e fiato alle idee emerse in questi mesi. Ci daremo appuntamento a breve per approfondire la nostra proposta programmatica e per stabilire un percorso di partecipazione dal basso che vedrà in ottobre il culmine con una grande assemblea democratica”. Figurarsi la soddisfazione nell’apprendere che la frase suddetta non è né di Pisapia né di Speranza, ma di entrambi, che ormai parlano in simbiosi come Qui, Quo e Qua: una parola a testa. Pisapia: “Stiamo”. Speranza: “lavorando”. Pisapia: “per dare”. Speranza: “gambe”. Pisapia: “e fiato”. Speranza: “alle idee” e così via. Caroselli di giubilo e carnevali di Rio in tutti gli arenili e gli autogrill del Paese.

Frattanto, ingelositi dalla telefonata Pisapia-Speranza, gli altri leader afferravano gli smartphone digitando compulsivamente numeri di colleghi. Renzi tentava di contattare altri politici, del Pd e non, con un satellitare non intercettabile per paura dei pm di Napoli e del Noe, ma gli staccavano regolarmente in faccia perché nell’ultimo libro li aveva insultati tutti, nessuno escluso. Di Maio chiamava Davide Casaleggio, ma l’hacker della ditta dirottava le chiamate su Malena, la pornostar dell’Assemblea nazionale del Pd, le cui risposte non sono qui riferibili. Tra i più attivi si segnalava Alfano. “Pronto Matteo? Come va il libro? L’ho letto d’un fiato, è strepitoso! Parole sante! Senti, per la mia candidatura in Sicilia pensavo che il Pd…”. E l’altro: “Scusi, ma chi parla?”. “Io sono Angelino, tu non sei Matteo?”. “Sì, ma Salvini”. “Oh scusa, avevo memorizzato anche te come ‘Matteo’ quando andavamo ancora d’accordo”. “Ecco, bravo, io invece ti ho memorizzato come ‘Pallemosce’, quindi vedi di smammare, terùn!”. “E che modi! Vabbè, ciao… Dunque, vediamo un po’… ecco l’altro Matteo. Pronto, ciao sono Angelino, come va? Il libro va alla grande eh?! L’ho letto d’un fiato, un capolavoro, ma come hai fatto? A questo proposito, per la mia candidatura in Sicilia pensavo che il Pd…”. E quello: “Ovvìa, hosiddetto Angelino, ‘un faccia il bischero ché l’ho rihonosciuta subito: lei è Woodhoh o il hapitano Shafarto o Marho Lillo che mi intercettate per inhastrarmi hol mi’ babbo nel haso Honsip. Icchè son grullo, io? Un diho una parola manho sotto tortura, hon me ‘un attahha”. Al che Alfano ripiegava su B. “Pronto Silvio, sono Angelino: ti ho visto in tv, parevi mio nipote, ma come fai a mantenerti così fresco? Mi ringiovanisci a vista d’occhio! Senti, avrai certamente saputo della mia candidatura in Sicilia, e niente, stavo pensando che Forza Ita…”. Voce femminile con lieve accento slavo: “Sono Katiuscia, la nuova badante del Dottore. A villa Certosa riceviamo solo su appuntamento, mi lasci nome, qualifica e motivo della chiamata”. Ora Alfano vaga per la Sicilia con molletta al naso, patata in bocca, imbuto filtrante, asciugamano coprente e cuccuma di rame in testa, provando l’accento svedese.

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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