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Università, più care dell’Italia solo in Inghilterra e Paesi Bassi. Ma arriva la no tax area

(di Marco Mazzetti – ilfattoquotidiano.it) – L’Italia è il terzo Paese in Europa dove si pagano più tasse universitarie. Davanti a noi soltanto Inghilterra e Paesi Bassi, ma non sempre però a costi elevati corrispondono servizi e strutture all’altezza. In Italia, come rivela l’ultimo rapporto Anvur, solo uno studente su cinque usufruisce di una borsa di studio. E circa l’80% degli iscritti non riceve alcun finanziamento o sostegno per le tasse universitarie.

Una situazione che ci penalizza nel confronto con le altre nazioni. Siamo infatti tra gli ultimi Paesi dell’Unione Europea per numero di laureati (24% contro il 37% della media Ocse). Il governo, per ridurre questo divario, ha varato una no tax area che entrerà in vigore l’anno prossimo, inserita nello Student Act della Legge di Bilancio 2017. “Finora chi aveva poche risorse era penalizzato negli studi, ma con questo intervento la situazione cambierà. È una riforma storica”, spiega Manuela Ghizzoni, deputata Pd, prima firmataria della legge.

Dal rapporto, che utilizza e confronta i dati dell’Ocse, emerge una serie di numeri che inquadra meglio la situazione italiana. Nel nostro Paese solo uno studente su cinque usufruisce di una borsa di studio. Circa l’80% degli iscritti non riceve alcun finanziamento o sostegno per le tasse d’iscrizione tramite agevolazioni o prestiti. L’Italia inoltre rimane tra gli ultimi Paesi in Europa per numero di laureati (24% contro il 37% della media). Tra le nazioni più care in cui frequentare un ateneo pubblico spiccano Olanda e Inghilterra, con tasse che possono superare anche i 5mila euro annui. In questi Paesi però lo Stato contribuisce ad aiutare lo studente con borse di studio e agevolazioni. Pratica che non si verifica con frequenza in Italia.

“Il nostro Paese non ha mai messo seriamente il problema del finanziamento delle famiglie e il diritto allo studio nell’agenda politica”, spiega a ilfattoquotidiano.it Daniele Checchi, docente di Economia politica presso l’Università Statale di Milano e coordinatore del rapporto Anvur. “In media – prosegue Checchi – uno studente paga mille euro all’anno di tasse universitarie. Ci sono inoltre delle marcate differenze territoriali: al Sud le tasse sono inferiori ai 500 euro mentre al Nord possono arrivare anche a 1.300 euro. Con le tasse universitarie, gli atenei coprono meno del 20% delle spese complessive. L’Italia, che riserva meno dell’1% del Pil al finanziamento dell’istruzione, non può competere con Paesi come Francia e Germania che investono oltre un punto e mezzo”.

Per cercare rimedio e ridurre il divario con gli altri Paesi, il governo ha approvato una no tax area, già in vigore e in fase di implementazione nelle università pubbliche italiane. “Tutti gli studenti con un Isee (indicatore di situazione di reddito equivalente, ndr) inferiore ai 13mila euro verranno esentati dal pagamento delle tasse universitarie” spiega Manuela Ghizzoni, deputata Pd, prima firmataria della legge. “Si tratta di un passo molto importante e storico. La norma è già entrata in vigore e le università dal prossimo anno dovranno adottare questa legge”. Per compensare gli atenei dal mancato introito, lo Stato verserà 105 milioni di euro. “Le tasse dipendono dagli atenei che fissano l’importo. Il costo poi varia in base al reddito. Si tratta di un grosso intervento che andava fatto. In Italia – prosegue la deputata – il sistema delle tasse universitarie era regressivo e non progressivo. In proporzione pagavano di più i redditi bassi rispetto a quelli alti. Abbiamo deciso anche di concedere 400 borse di studio dal valore di 15mila euro ciascuna per aiutare gli studenti meritevoli che hanno difficoltà economiche. Purtroppo abbiamo la maggiore dispersione scolastica in Europa, la minore percentuale di accesso all’università e il minor numero di laureati nella fascia 25-34 anni tra tutti i Paesi dell’Ocse, segno di una società largamente sotto-scolarizzata” racconta la deputata.

In Italia uno degli aspetti penalizzanti è proprio la mancanza concreta di borse di studio o finanziamenti che aiutino lo studente nel percorso di studi. “Servirebbe un sistema di borse di studio più efficace – spiega Marco Ventoruzzo, docente di International comparative law e Diritto Commerciale all’università Bocconi –. Spesso non coprono spese minime necessarie dello studente. Il nostro sistema rischia di essere regressivo e non progressivo: i poveri finanziano i ricchi. Tutto questo mi pare iniquo. L’idea italiana tipica degli anni ’60 dell’università a costi molti ridotti per tutti – continua Ventoruzzo – è molto nobile, ma difficile da attuare anche per il numero crescente di università. La moltiplicazione degli atenei ha causato la riduzione delle risorse. Un rischio è che i fondi pubblici forniti alle università statali si disperdano”.

Per il professor Checchi “la riforma del 2018 è molto ragionevole. Tutti gli studenti che hanno gravi difficoltà economiche hanno garantito il diritto allo studio”. “In Italia – spiega il docente – la competenza del diritto allo studio spetta alle Regioni. Il governo stanzia dei fondi alle regioni, che sono libere di aggiungerne altri per creare borse di studio. Purtroppo si creano degli squilibri. Al Nord l’80% degli aventi diritto ottiene una borsa di studio, al Sud solo il 10%”.

E ogni anno sempre più studenti decidono di intraprendere il percorso di studi all’estero, attratti da condizioni vantaggiose e strutture all’avanguardia. È il caso di Andrea Garelli, studente italiano che sta ultimando la laurea magistrale a Norimberga. “In Germania l’università è gratuita. Ci sono differenze evidenti con il nostro sistema universitario. Lo Stato aiuta lo studente con dei prestiti che oscillano tra i 300 e i 900 euro al mese in base al reddito. Spesso è compreso anche l’abbonamento ai mezzi pubblici. Prima di completare qui il mio percorso di studi, ho fatto un Erasmus in Finlandia. Anche lì l’università era gratuita e lo studente riceveva aiuti e finanziamenti dallo Stato. In Italia la situazione è molto diversa”.

Con la no tax area, afferma ancora la deputata Ghizzoni, si spera di ridurre il fenomeno della dispersione scolastica. “È una delle misure che speriamo aiutino a contrastare questa tendenza”, spiega. “Arrivare ai livelli di Francia e Germania è molto difficile, questo però è un passo importante. Il nostro Paese ha pochi laureati tra i giovani, ma ne abbiamo ancora meno nella fascia media-adulta”. L’obiettivo è raggiungere il 40% dei laureati, pari alla media europea. Penso sia un grande passo avanti per l’istruzione. Anche da qui riparte la crescita del nostro Paese”.

CHE COSA PREVEDE LA NUOVA LEGGE – La legge prevede una serie di riforme per garantire a tutti gli studenti, in particolare a quelli con gravi difficoltà economiche, il diritto allo studio universitario. Tra le novità più importanti la no tax area, provvedimento che rende gli iscritti con Isee inferiore ai 13mila euro esenti dal pagamento delle tasse. Per ottenere questa agevolazione gli iscritti dovranno dimostrarsi attivi negli studi acquisendo ogni anno dei crediti formativi. Lo Stato immetterà 105 milioni di euro per compensare le università dei mancati introiti. “Si tratta di una riduzione sui generis – spiega la promotrice Manuela Ghizzoni (Pd) -. Gli atenei dovranno adottare la norma, ma potranno ampliarla e migliorarla. In Italia, a causa di un sistema regressivo, i redditi bassi pagavano più di quelli alti. Con questa misura invertiamo la tendenza”.

Oltre alla no tax area sono previste anche altre misure. “Abbiamo deciso di investire sulle attività di orientamento e tutorato. Per aiutare gli studenti nel percorso di studi lo Stato incrementerà con un intervento di 50 milioni di euro il fondo destinato alle risorse regionali per le borse di studio. Al momento non tutti gli studenti idonei percepiscono un sostegno economico. Per la prima volta verranno concesse 400 borse di studio dal valore di 15mila euro per tutti gli iscritti con gravi difficoltà economiche che si sono dimostrati meritevoli. Si tratta ad esempio di ragazzi fuori sede che spesso non riescono a coprire tutte le spese”. Con queste misure il governo spera di allinearsi con la media Ocse per quanto riguarda il numero di laureati. “Abbiamo la maggiore dispersione scolastica in Europa e la minora percentuale di accesso all’università, segno di una società sotto-scolarizzata. Con la nuova legge speriamo di raggiungere il 40% dei laureati, in linea con la media europea”.

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