Cronaca/Interno/Politica

Ci mancava solo il “codice” della Boldrini

(Gian Maria De Francesco per Il Giornale) – O accetteranno di farsi chiamare «segretarie» o le funzionarie di Montecitorio rischieranno di restare fuori dalla Camera risultando, pertanto, assenti. È quanto impone un ordine di servizio della presidentessa Laura Boldrini in seguito all’ approvazione di «alcuni indirizzi generali per le attività amministrative che prevedono, tra l’ altro, l’ adozione di un linguaggio rispettoso delle differenze di genere in tutti gli atti e i documenti».

Che cosa significa, in buona sostanza? Che dal 4 settembre, su espressa indicazione della «presidenta», le dipendenti della Camera dovranno ritirare i nuovi tesserini con la declinazione della loro mansione secondo il genere femminile. In pratica il consigliere donna diventerà «consigliera», il bibliotecario sarà bibliotecaria, l’ addetto stampa si tramuterà in «addetta».

Il segretario parlamentare, che a Montecitorio è un impiegato di concetto, dovrà arrendersi e farsi riconoscere come «segretaria» con tutte le implicazioni semantiche che questo onorevole mestiere comporta. Tant’ è vero che nello scorso dicembre quando quella direttiva stava ancora prendendo corpo i sindacati interni della Camera vergarono una nota, riportata dal Corriere, che sottolineava come «il rispetto della parità di genere non può comportare l’ imposizione della declinazione al femminile della professionalità, in presenza di una diversa volontà della lavoratrice». Insomma, le segretarie parlamentari si erano battute perché la loro qualifica fosse indicata con il genere maschile per non essere discriminate. Laura Boldrini ha ribaltato tutto e dal 25 settembre il tesserino, volente o nolente il titolare, dovrà essere utilizzato.

Se le stravaganze lessicali della terza carica dello Stato sono ormai notorie, occorre sottolineare come la sua volontà si sia tramutata in un atto di indirizzo solo grazie alla fattiva collaborazione del comitato Pari opportunità della Camera, un organismo tecnico-politico presieduto dalla piddina Valeria Valente, la candidata renziana sconfitta al primo turno nella corsa a sindaco di Napoli l’ anno scorso.

Lo scorso 4 luglio la commissione ha approvato il «Piano di azioni positive» sollecitato da Boldrini. Il documento è un coacervo di anglismi (sovente inutili) che sintetizzano tutta la stucchevole retorica sul rispetto della parità e della diversità di genere, evoluzione contemporanea del femminismo d’ antan.

Tra gli obiettivi che il progetto si propone vi è, tra l’ altro, «l’ introduzione del diversity management» e «l’ applicazione dei principi del gender mainstreaming». se sulla declinazione al femminile prevale la lingua autoctona, su questi temi basilari ci si abbandona volentieri alla lingua di Albione.

In pratica i dirigenti della Camera dovranno orientare la loro azione prendendo in considerazione le esigenze del dipendente uomo e della dipendente donna (diversity management), avvalendosi anche dello smart working (il lavoro flessibile). In prospettiva, essi dovranno valutare l’ impatto delle decisioni a seconda che il destinatario sia uomo oppure donna (gender mainstreaming) avvalendosi dei big data relativi al personale.

No, non è la solita satira sugli anglismi delle società di consulenza per far capire ai clienti che i soldi sono spesi bene, ma è quanto si desume dalle slide del piano. Per quanto riguarda la valorizzazione delle professionalità femminili (riduzione del gender gap altrimenti detto women’ s empowerment), bisognerà passare dall’ Ufficio di presidenza della Camera, che è tutto politico, e modificare i regolamenti interni. Per ora Boldrini dovrà accontentarsi del ben riuscito blitz sulle «segretarie».

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One thought on “Ci mancava solo il “codice” della Boldrini

  1. Ci sono tanti commenti in giro per il web sull’assurdità di queste acrobazie grammaticali che non voglio aggiungere anche il mio. Mi permetto solo di fare osservare che probabilmente non si tratta di
    “anglismi (sovente inutili)”
    bensì:
    “totalmente inutili”. O forse in italiano non ci sono termini a sufficienza, declinati al maschile o al femminile, per spiegare quello che ci si sforza di spiegare, con molta prosopopea, in una lingua che non è la nostra e che non possiede la metà della nostra ricchezza lessicale e di sfumature? Allora, si vuole “migliorare” (ammesso che di miglioramenti si possa parlare) la lingua italiana, o inchinarsi, tanto per cambiare, allo strapotere dell’inglese?

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