Cronaca/Inchieste/Interno

Luca Telese: “Vacchi il mantenuto ricoperto d’oro ha fatto crack. Pignorate yacht e ville, addio ai milioni”

Ha l’ufficiale giudiziario alle porte di casa di casa. Rischia un esproprio, ma non proletario: Vacchi ha accumulato un debito da 10 milioni di euro con Banco Bpm, l’istituto che rappresenta il suo principale creditore, e che ha ottenuto ordini di pignoramento di beni e azioni. Su ordine del tribunale alla banca sono andati yacht, ville, azioni e persino quote del golf club Casalunga di Castenaso

Sull’orlo del fallimento

La notizia di oggi, però, è che quel mestiere è entrato in crisi. Secondo i quotidiani del gruppo Riffeser Quotidiano Nazionale, La Nazione, il Resto del Carlino, Vacchi si ritrova coinvolto in una vicenda giudiziaria che lo ha portato sull’orlo del fallimento. L’imprenditore-social, oggi anche dj (secondo Daniela Santanché la sua presenza nel mondo vale 30mila euro a sera), appena reduce dalla festa di compleanno (auto)celebrativa al Tweega, signore di Instagram con dodici milioni di follower, ha l’ufficiale giudiziario alle porte di casa di casa. Rischia un esproprio, ma non proletario: Vacchi ha accumulato un debito da 10 milioni di euro con Banco Bpm, l’istituto che rappresenta il suo principale creditore, e che ha ottenuto ordini di pignoramento di beni e azioni. Su ordine del tribunale alla banca sono andati yacht, ville, azioni e persino quote del golf club Casalunga di Castenaso. All’origine del crack, c’è «un prestito da 10 milioni e mezzo di euro ottenuto dalla First Investment spa, la holding di partecipazioni di cui Vacchi è amministratore unico»: un buco che all’inizio sarebbe stato ancora più profondo, intorno ai 30 milioni di euro. Il “miliardario ballerino” – insomma – invece di pensare a far quadrare i bilanci della sua azienda di famiglia ha dedicato le sue migliori energie intellettuali alla contabilizzazione dei propri followers su Instagram, e ha speso dieci milioni di euro di più della sua pur cospicua rendita.

Come Madre Teresa

Adesso: a parte i numeri da capogiro, c’è ovviamente un contrappasso incredibile che rende tutta la vicenda paradossale. Se togli il lusso all’uomo che ha elevato l’ostentazione e l’esibizione del lusso a cifra identitaria, che cosa gli rimane? Sia chiaro Vacchi a me non è antipatico: un dandy palestrato 2.0 che è libero di fare quel vuole e di esibire ció che preferisce. Lui sembra convinto di aver donato il suo corpo ai social con lo stesso spirito di missione con cui Maria Teresa di Calcutta si è dedicata ai lebbrosi. Ma il nodo è proprio quello dell’identità: il problema è ch se al vacchismo gli togli la villa, la barca, le fidanzate e i pigiami di sera, non gli rimane nulla. Casualmente proprio ieri – il giorno prima di questa notizia sul pignoramento – a In onda, ignari di cosa stava per accadere,  abbiamo trasmesso un reportage dalla festa di compleanno di Vacchi. Colpiva la variopinta tribù dei fan – accorsi da tutto il mondo – disposta a spendere una media di tremila euro a tavolo per la serata del miliardario Dj. I pigiami da sera, le canotte, le babbucce cult di Gucci, le Ferrari che affollavano il parcheggio, lo champagne a fiumi. Tutto sembrava eccessivo, irreale, la scena di un film di Paolo Sorrentino: un grande rito collettivo di fedeli intenti a replicare e superare il profeta.

La Rete che flagella quelli sbagliati

In questo paese, la follia della rete ha prodotto la flagellazione scellerata di Morandi e Bonolis che si guadagnano il pane con il loro lavoro, e la religiosa commozione davanti agli accappatoi di raso e ai tatuaggi di Vacchi. Nei tempi di crisi può capitare. A me – personalmente – diverte l’idea che con una ironia tutta sua, Gianluca abbia voluto chiamare “l’Eremita” la sua supervilla, una reggia che pare un resort per ricconi arzilli di Miami, dotata di infrastrutture sportive che avrebbero risolto agevolmente i problemi delle Olimpiadi di Roma senza che la Raggi avesse dovuto commissionare grandi opere.

500 scarpe per 365 giorni l’anno

 Ma la domanda che mi facevo guardando la vita e le opere di Gianluca, prima della caduta giudiziaria – ovviamente – era la stessa che forse vi fate anche voi: se avessi dieci milioni di euro anche io sarei così fesso da comprare 500 paia di scarpe quando in un anno ci sono solo 365 giorni? S fossi ricco – forse – comprerei una squadra di calcio, il corriere della sera, un cinema. Il vacchismo, invece è una religione contemporanea basata sull’autocontemplazione. Ha bisogno del lusso eccessivo, non come corredo, ma come sostanza. Così come la “riccanza”, il nuovo culto nato sulle tracce del vacchismo, rivelato da “Ricchi e giovani”, il bel documentario di Alberto D’Onofrio trasmesso su Raidue nel 2016 suscitando un coro di polemiche infinite, è celebrato da un omonimo reality su Mtv. Altro che “immorale”, come ha detto qualcuno: quel film andrebbe proiettato nelle scuole. Racconta le gesta di alcuni giovani e benestanti ereditieri, registrando senza dare giudizi (non serve) i proclami dei cosiddetti “rich-kids”, questi sfavillanti e smidollati italiani convinti che lavorare sia davvero la paghetta a sette zeri erogata dall’azienda di papà. Contemplandoli estasiato mi chiedo se anche io sarei furbo fino al punto di prendere un chef personale per far preparare il filetto in salsa al mio cane, e l’aragosta alla catalana per il gatto prediletto. Spero di no, ma non essendo un moralista non ne sono certo. Mi emoziono quando sento uno dei rich kids tirare un sospiro di sollievo di fronte al rischio di innamorarsi per errore di una ragazza povera, “perché io frequento solo persone della mia condizione sociale”.

La pelliccia che avvolge la Porsche

Così inorridisco per i quattro poveretti magistralmente raccontati da D’Onofrio, nelle loro umanissime aspirazioni: impellicciare la Porsche con un trattamento effetto velluto che costa come la casa di mia madre, o placcarla in oro, o usare l’elicottero anche per andare a prendere il caffè, “perché se sei ricco non avrebbe senso non approfittare della tua condizione per fare quel che vuoi”. Se dovessi spiegarlo a mio figlio Enrico direi: noi non abbiamo nulla contro i ricchi, ma qualche pregiudizio  sui pirla sì. E se potessi dire qualcosa a loro, direi. I Ricchi veri – prendete l’America – sono quelli che costruiscono le loro fortune con il talento, con la passione, l’intelligenza, il sacrificio o con la simpatia, persino con la ferocia e il rigore. Ricchi sono Larry Page e Sergey Brin, fondatori di Google. Ricco era Steve Jobs, ricco era Chaplin, ricchi – e legittimamente – sono Francesco Totti (auguri!), Sting, Ken Follet o Bruce Spingsteen. Quelli che vivono di rendita sul lavoro degli altri, invece si chiamano “mantenuti”: possono essere molto simpatici, ma non hanno nulla da insegnarci. Vacchi rispetto ai rich kids almeno ha l’autoironia. Ma rispetto ai valori della vita ha lo stesso problema. Anche perché, quando – come in questo caso – qualcuno gli pignora il gruzzolo, tutti i mantenuti ritornano comuni mortali, quasi come noi. Solo che noi abbiamo un’incredibile arma in più, un risorsa segreta che loro non conosco, una ricchezza senza paragoni, insensibile alle disposizioni dei tribunali: noi lavoriamo.

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