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“Collusi e perdenti”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Le cronache della campagna elettorale siciliana ricordano una celebre scena del film di Mel Brooks Mezzogiorno e mezzo di fuoco: quando il cattivo seleziona e arruola una sporca dozzina per dare l’assalto a Rock Ridge. Si siede dietro un banchetto ed esamina i curricula dei candidati in fila indiana: “Precedenti penali?”. Il primo risponde: “Stupro, assassinio, incendio doloso, stupro”. E lui: “Hai detto due volte stupro”. “Sì, ma mi piace tanto lo stupro!”. “Ottimo, firma qua. Avanti il prossimo… Precedenti penali?”. “Atti di libidine in luogo pubblico”. “Non è mica tanto grave”. “Sì, ma in una chiesa metodista!”. “Ah carino! Arruolato, firma qua!” – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 1 settembre 2017, dal titolo “Collusi e perdenti”.

Ieri abbiamo raccontato l’avvincente caso del Pd che riesce a violare addirittura il proprio Statuto per abolire le primarie, eliminare il suo governatore Rosario Crocetta dopo avergli fatto la guerra per tre anni, e candidare al suo posto tal Fabrizio Micari, rettore di Palermo, che nessuno conosce a parte il sindaco Leoluca Orlando e Angelino Alfano. Ma, se lo scandalo fosse solo questo, sarebbe il meno. Sulle nozze tra Pd-Alfano, che già alle Comunali palermitane si fusero addirittura in un listone unico e infatti raccolsero un sontuoso 8,5% dei voti, la cosiddetta sinistra si divide: Giuliano Pisapia, se non cambia di nuovo idea, benedice il matrimonio con Angelino, dopo aver giurato per otto mesi che mai e poi mai; Articolo1 e SI invece candidano una delle poche figure limpide rimaste nell’antimafia siciliana, Claudio Fava. E tutti a discutere se Alfano non sia troppo “di destra” per allearsi con lui: ieri a Palermo, oggi in Sicilia e al governo, domani alle elezioni politiche.

Ora, a nostro modesto avviso, Alfano non è di destra, né di centro, né di sinistra, anzi non si è proprio mai posto il problema della propria topografia politica. Da sempre si regola così: se, nell’atto di sedersi, le sue terga impattano in una morbida poltrona, vi si accomoda e vi pianta le tende; se invece avverte alle sue spalle come un senso di vuoto, tasta con le mani a destra e a sinistra in cerca della cadrega più vicina e, appena la trova, diventa subito un tutt’uno con essa. Si spiega così la sua altrimenti ingiustificabile longevità governativa, refrattaria ai cambi di stagione, infatti ininterrotta da ben 9 anni e mezzo: ministro della Giustizia con B. (centrodestra, 2008-2011), fervente sostenitore di Monti (tecnico di larghe intese, 2011-2012), ministro dell’Interno con Letta (politico di larghe intese, 2013) e poi con Renzi (centrosinistra, 2014-2016), ministro degli Esteri con Gentiloni (centrosinistra, 2017).

Il che, fra l’altro, aggiunge un tocco di comicità surreale all’ultimo nome del suo cosiddetto partito: “Alternativa Popolare” (ma alternativa a che e a chi? Boh). Figurarsi se, impegnato com’era a saltare da una poltrona all’altra senza mai toccare terra, Angelino Jolie ha mai avuto il tempo d’interrogarsi sulla sua latitudine ideologica. La sua unica bussola è quel delizioso sederinodoro che lui usa come il rabdomante la bacchetta: se del caso, lo poggerebbe pure sulla dittatura del proletariato. Forse, anziché interrogarsi sul suo essere di sinistra o di destra, si dovrebbe discutere di che significhi allearsi col suo partito, soprattutto in Sicilia. Leggere l’ultima inchiesta di Giuseppe Pipitone sul sito del Fatto, per credere. C’è l’ex sottosegretaria Simona Vicari, indagata e costretta a dimettersi per aver ricevuto un Rolex da 5.700 euro e un contratto per il fratello dall’armatore Ettore Morace in cambio di un emendamento che gli dimezzava l’Iva: beccata col sorcio in bocca, dichiarò pure che 5.700 euro erano pochi per una vera mazzetta (forse temeva l’accusa di deprimere il mercato tangentizio). C’è Giuseppe Castiglione, grande sponsor dello sposalizio Alfano-Renzi, sottosegretario all’Agricoltura e genero d’arte (il suocero forzista Pino Firrarello tiene alto l’onore della famiglia con una prescrizione per tangenti), imputato a Catania per turbativa d’asta sugli appalti del Cara di Mineo e per corruzione elettorale sulla “spregiudicata gestione dei posti di lavoro (circa 400) per l’illecita acquisizione del consenso elettorale”: a Mineo, grazie a lui, gli alfanidi raccolgono il 40% dei voti (20 volte la media nazionale), da spendere prima a destra e ora a sinistra.

Poi, oltre a una bella infornata di cuffariani e lombardiani che non guastano mai, c’è Francesco Cascio, ex presidente dell’Assemblea regionale, due volte imputato. Nel primo processo è stato condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per aver favorito due imprenditori che avevano chiesto un finanziamento europeo di 6 milioni per un fondamentale resort con campo da golf sulle Madonie, in cambio di lavori gratis nella sua villa lì vicino. Nel secondo processo deve rispondere col senatore alfaniano Marcello Gualdani di aver comprato voti alle ultime Regionali del 2012 in cambio di “formaggi, latte, uova e pacchi spesa”. Ragion per cui, mentre Cascio decadeva da consigliere regionale per la legge Severino, Alfano che l’aveva votata gli ribadiva tutta la sua “amicizia, stima e fiducia”. Il più pulito della compagnia è Giovanni Lo Sciuto, consigliere comunale di Castelvetrano, che vanta solo una foto giovanile con Matteo Messina Denaro al matrimonio della cugina del boss. Ma che sarà mai: infatti Lo Sciuto siede nella commissione antimafia della Regione, presieduta dal candidato governatore del centrodestra, Nello Musumeci. Dicono: con Alfano si vince. Sarà: per ora il duo Pd-Ap è terzo nei sondaggi, a notevole distanza dal testa a testa Musumeci-Cancelleri. Se qualcuno inorridisce già all’idea di vincere con Alfano, provi a immaginare come sarebbe perdere con Alfano.

 

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

One thought on ““Collusi e perdenti”: di Marco Travaglio

  1. Nella vita, e nella politica ancor di più, c’è sempre un’alternativa soprattutto quando se ne presenta una già pronta e con la lettera maiuscola. Ma la disponibilità di quest’ultima ha persino del geniale, può essere anche alternativa a se stessa. Tutto merito di un Angelino Alfano (la terza A è di alternativa, appunto!) che oltre ad aver imparato bene la lezione impartitagli in gioventù dal grande Maestro, c’ha pure messo molto di suo. Gli manca di diventare Presidente del Consiglio e pure il “mito” di Andreotti sarà dimenticato.

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