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“L’autobomba”: di Marco Travaglio

(di Marco Travaglio – Il Fatto Quotidiano) – Se non ci fosse di mezzo il Bomba, che ci ha abituati alla cialtronaggine, bisognerebbe chiamare la neurodeliri. Dopo avere strillato per mesi al piano eversivo mediatico-giudiziario su Consip per far cadere il suo governo (che peraltro era già caduto da solo), il Bomba arrota la boccuccia a culo di gallina e dice: “Io non amo il vittimismo. Per questo su Consip non ho mai pronunciato parole quali golpe o complotto. Ho sempre detto pieno rispetto delle istituzioni, sempre”. Dunque avrà fatto un cazziatone a se stesso per aver dichiarato venerdì “Lo scandalo Consip è nato per colpire me e credo che colpirà chi ha falsificato le prove per colpire il premier” e “Io lo so bene chi è il mandante. Ma voglio che siano le istituzioni a fare chiarezza”. Poi avrà fatto uno shampoo al capogruppo Zanda, al supporter Fassino e all’alleato Nencini che – in perfetta coordinazione – dicevano “complotto”; al presidente Orfini che vaneggiava di “Watargate”, “eversione” e “attacco alla democrazia”; ad Andrea Romano e a Mario Lavia, direttore e vicedirettore del suo giornale online Democratica che titolava stentoreo “Il complotto” – scrive Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano nell’editoriale di oggi 19 settembre 2017, dal titolo “L’autobomba”.

Ora però non solo il maggiore Scafarto e il colonnello Ultimo negano di aver detto alla pm modenese Lucia Musti le frasi che, secondo i giornaloni, lei ha loro attribuito dinanzi al Csm. Ma pure la Musti smentisce di aver attribuito loro quelle frasi: purtroppo lo fa 72 ore dopo la fuga di notizie; l’avesse fatto subito, ci saremmo risparmiati tre giorni di falso complotto. Ma, di complotti veri nel caso Consip ce ne sono almeno due. Quello delle talpe istituzionali che avvertirono papà Tiziano nell’estate 2016 e l’ad Marroni nel dicembre 2016 sulle indagini e le intercettazioni in corso, rovinandole sul più bello e bloccando chi voleva pagare e intascare mazzette a un passo dalla galera. E quello attivato dal Csm e da pezzi di magistratura per screditare il pm Woodcock, che non controllò errori e forzature (peraltro ininfluenti) del Noe quando non poteva né doveva farlo, perché il caso era già passato a Roma. Del primo complotto, secondo il fido Vannoni, Renzi era al corrente (“Matteo mi disse di stare attento a Consip”). E pure del secondo, a giudicare dalle sue molte, troppe profezie degli ultimi mesi e soprattutto dal libro “Avanti”: “Il dr. Woodcock mi intercetta (falso: l’intercettato era il gen. Adinolfi, indagato e poi archiviato in Cpl Concordia, ndr). Apprenderò dell’intercettazione mentre sono presidente del Consiglio, grazie a uno scoop del Fatto firmato da Marco Lillo. Segnatevi mentalmente questo passaggio: Procura di Napoli, un certo procuratore, il Noe, il Fatto, un certo giornalista”.

Poi aggiungeva: “Siamo nel 2014, non nel 2017. Che poi i protagonisti siano gli stessi anche tre anni dopo (quando Lillo pubblica la telefonata fra i due Renzi, ndr) è ovviamente una coincidenza…”. Il libro esce il 12 luglio. Il 17 la Musti viene convocata dalla I commissione del Csm che vuole trasferire Woodcock, presieduta da Giuseppe Fanfani, ex sindaco Pd di Arezzo, amico della Boschi, già avvocato di suo padre: uno che, per conflitto d’interessi, dovrebbe astenersi da ogni pratica sui renziani. Invece conduce l’audizione sul teorema del libro di Renzi (Noe-Woodcock-Lillo-telefonata Renzi/Adinolfi-telefonata Renzi/babbo). E chissà come fa a sapere che la pm ha cose da dire su Ultimo e Scafarto. Il primo, nel 2015, le avrebbe detto che l’inchiesta Cpl Concordia (coop rossa vicina ai dalemiani, non ai renziani) “è una bomba”, premendo per “farla esplodere”. Il secondo, nel 2016, le avrebbe confidato “succederà un casino, arriviamo a Renzi” (su Consip). Fanfani prende le due frasi, pronunciate da due persone diverse, in tempi diversi e su fatti diversi, e le incolla: “De Caprio ha detto ‘ha una bomba in mano’ mentre Scafarto ‘succederà un casino’?”. E lei: “Scoppierà un casino, arriviamo a Renzi”. Il 14 settembre il Csm trasmette il verbale segreto ai pm di Roma e, nel tragitto, qualcuno lo gira a Repubblica, Corriere e Messaggero. Per giunta taroccato.

Infatti, il 15, Repubblica attribuisce a Ultimo & Scafarto quest’unica frase a due bocche: “Dottoressa, lei se vuole ha una bomba in mano. Lei può farla esplodere. Scoppierà un casino. Arriviamo a Renzi”. Il complotto invade siti e social, alimentato dalle dichiarazioni a fotocopia di Renzi & C. Il 16 Repubblica sdoppia la frase: la bomba era la coop Cpl, non il Bomba. Ieri la pm smentisce anche quella versione, senza dire qual è quella giusta. L’unico fatto certo è che l’audizione top secret della Musti (nella versione taroccata), prima di finire illegalmente sui giornaloni, era già nota a Renzi. Che l’11 settembre, a Radio Capital, si era tradito: “Io spero che su quella vicenda venga pubblicato tutto. Vediamo cosa viene fuori nei prossimi mesi e vediamo chi ha fatto pressioni dicendo ‘Abbiamo in mano Renzi’…”. Qualcuno aveva spifferato a Renzi che il Noe faceva pressioni dicendo “Abbiamo in mano Renzi” (o “Arriviamo a Renzi”)? E chi: uno del Csm o lo Spirito Santo? E, a proposito di profezie renziane, c’è pure quella del 12 settembre alla festa dell’Unità di Firenze: “Pubblichino le chattine del Noe, pubblichino quello che c’è da pubblicare e vediamo, poi, se qualcuno ha mentito sul presidente del Consiglio”. A parte il fatto che le chat degli uomini del Noe sono coperte da segreto, e un cotanto cultore della privacy non dovrebbe cedere al voyeurismo giustizialista, cosa ne sa lui dei cellulari del Noe? E come fa a sapere, visto che sono gelosamente custoditi dalla Procura di Roma? Non vorremmo scoprire che il censore delle nostre fughe di notizie riceve molte più fughe di notizie di noi. Anche perché noi, per quelle che lo riguardano, siamo stati perquisiti due volte. E ci sanguinerebbe il cuore se ora toccasse a lui.

 

Articolo intero su Il Fatto Quotidiano in edicola oggi.

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