Cronaca/Editoriali/Interno

Luca Telese: “Caro Michele Serra, ti spiego perché so che i veri bulli non sono poveri ma frequentano le scuole dei vip”

(di Luca Telese – tiscali.it) – Caro Michele Serra, abbiamo discusso a distanza (tu su La Repubblica, io su Tiscali) sulla scuola di classe, sui bulli, sule radici della disuguaglianza e su quelle della violenza tra studenti. Tutto questo prima che il tuo articolo venisse travolto da una tempesta via social, piena di critiche più o meno giuste, ma anche di insulti e di cliché sbagliati ed evocati a sproposito. Ma questo è accaduto dopo.

Devi sapere che, prima, il motivo per cui ho voluto reagire alla tua Amaca (che tra l’altro la riproduceva quasi integralmente) con un articolo, è anche legato a una ragione personale: mio padre, orgoglioso professore della scuola pubblica italiana, ha insegnato per tutta la sua vita negli istituti tecnici. E l’ho fatto, al pari di tanti altri professori, per una scelta di campo, oserei dire per una scelta “di missione”. Stare nelle periferie, stare dove ci sono i problemi, stare per conoscere, combattere i pregiudizi con la consapevolezza di maneggiare con competenza ciò di cui si parla, e non pontificare per sentito dire. Nel mio primo articolo, ho provato a rispondere nel merito a una equazione che tu stabilivi, fra il bullismo, e le scuole che raccolgono studenti di basso censo. Era un’equazione sbagliata, a mio parere, e se a qualcosa valgono i macro-dati, nella pagina stessa di Repubblica che oggi ospita la tua replica, sono riportati dei numeri che contraddicono la tua tesi: la maggior parte degli atti di bullismo censiti, il 19.4% avvengono nei licei, con una media che secondo il ministero, è di quasi un punto e mezzo  inferiore a quella degli istituti professionali, e di quasi tre punti inferiore a quella degli istituti tecnici.

Ma il nudo dato, nella sua brutalità ci dice molto meno di quello che racconta l’esperienza: mio padre attraversava tutte le mattine un pratone di campagna, sul confine del raccordo anulare di Roma, per andare ad insegnare nell’istituto Lucio Lombardo Radice (vedi bene che anche i nomi non sono casuali), proprio nell’anello estremo della città: una scuola piena di ragazzi di periferia, di pendolari, di ragazzi che venivano dai Castelli con le corriere di mattina presto. Prima di allora, per quasi un ventennio, il professor Francesco Telese detto “Ciccio”, aveva insegnato in un istituto tecnico del quartiere Monteverde, il “Medici del Vascello”. Ti dico questo, non per indulgere nel lessico familiare, ma perché fra gite, riunioni, feste, cerimonie, manifestazioni, queste due scuole così simili e così diverse, oltre essere stato la casa di mio padre, sono state  un po’ un mondo che ho vissuto e conosciuto molto bene, la mia famiglia allargata, una rete, dai professori agli ex studenti, che non si è mai dissolta anche a distanza di anni. Quando mio padre è morto e i suoi colleghi sono venuti a commemorarlo, in una cerimonia laica, le loro testimonianze sono state la miglior apologia dell’istituto Tecnico (e della scuola pubblica) che si potesse immaginare: altro che relazioni ministeriali e ispettori.

Negli anni in cui mio padre insegnava, fra l’altro, io frequentavo un liceo blasonato della capitale, il Visconti, che a poche centinaia di metri da Montecitorio, raccoglieva una umanità molto diversa (per condizione sociale) ma assolutamente simile e parallela per vizi, virtù, tic e passioni. In seguito (nel selezionare gli inviti che raggiungono tutti noi), sono andato a parlare e a confrontarmi in tante scuole,  dividendomi equamente tra classici e tecnici, scuole professionali e scientifici del Nord e del Sud, dal Friuli a Gela, verificando sul campo una cosa molto banale, e – se vuoi – quasi disarmante: e cioè che di fronte alla piaga del bullismo siamo tutti drammaticamente uguali, tutti ugualmente indifesi, tutti maledettamente vulnerabili. Il giorno prima che tu scrivessi ero in una di queste scuole apparentemente periferiche – il Leonardo Da Vinci di Maccarese – che invece dovrebbero essere studiate e prese a modello per la loro capacità di essere centrali e contemporanee rispetto ai problemi del nostro tempo.

Questo per dirti che rispetto al tema della violenza praticata ed esibita, la composizione sociale, antropologica e politica delle scuole conta davvero poco o niente. Siamo figli di un tempo televisivo, mediatico, di uno spirito che ci attraversa e condiziona in maniera assolutamente trasversale: quando il bullo si atteggia a youtuber maledetto, parla con il suo stesso slang, le sue stesse pause, il suo stesso tono da banditore della rete, non conta il mestiere di suo padre, ma piuttosto le ore che ha passato a lessarsi i cervello su internet. E in questo – te lo assicuro – genitori ricchi o poveri possono fallire in eguale misura.

Tu hai scritto: “Non è nei licei classici o scientifici, è negli istituti tecnici e nelle scuole professionali che la situazione è peggiore, e lo è – aggiungevi su La Repubblica – per una ragione antica, per uno scandalo ancora intatto: il livello di maleducazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole – osservavi – è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza”. Ebbene, è proprio questo che non è vero. Ed è proprio questo elemento di giudizio tecnicamente “classista” (la definizione è incontestabile) che poi ha trasformato il tuo articolo in un caso. Figurati se non capisco lo spirito con cui lo hai scritto. Ma semplicemente è un errore sostenerlo: infatti non è vero: il livello di maleducazione NON È’ PROPORZIONALE al ceto sociale di provenienza, e scriverlo per me, oltre che essere sbagliato è anche pericoloso. Ricorderai sicuramente il meraviglioso film di Sidney Lumet – ”La parola ai giurati” – in cui un magistrale Henry Fonda, ribalta il pregiudizio di una giuria in un processo per omicidio in cui tutti sono convinti che l’assassino sia un ragazzo di periferia, proprio perché è cresciuto in periferia in mezzo a tanta violenza e a tanta ignoranza. Grande film sul dubbio e sulla democrazia, in cui il progressista Fonda demoliva per principio il luogo comune (il film è del 1957) .

Non c’è dubbio che molti di coloro che ti hanno insultato lo abbiano fatto senza aver letto il tuo articolo, e magari commentando il semplice riverbero di una tesi che hanno orecchiato. Ma è altrettanto certo che tutti quelli che ti hanno criticato a ragion veduta (e sono tanti) lo abbiano fatto contestando proprio questa affermazione. Dove ci porta questo dialogo? Dalle parti di Pasolini e di Don Milani, ovviamente, ma non per evocarli come spiriti, come feticcio o come testimoni di accusa, quanto piuttosto per provare a fare una riflessione sui tempi che viviamo. Tu dici: sono stato frainteso da molti perché ho compresso in 1500 caratteri di una rubrica temi molto importanti e difficili da discutere. Vero, senza dubbio. Ma poi in quell’Amaca hai scritto, in maniera estesa e chiara: “Il popolo è più debole della borghesia, e quando è violento – aggiungevi – è perché cerca di mascherare la propria debolezza, come i ragazzini tracotanti e imbarazzanti che fanno la voce grossa con i professori per imitazione di padri e madri ignoranti, aggressivi, impreparati alla vita”. Questo tuo secondo giudizio ti ha iscritto d’ufficio in una categoria-bersaglio privilegiata, quella del radical-chic, che qualcuno dei tuoi non richiesti difensori d’ufficio ha poi inopinatamente evocato persino contro di me. Ma cosa è un radical chic?

Il punto è che io credo davvero che sostenere questa tesi sia radicalmente sbagliato e pericolosamente snobistico. Il “popolo” di oggi non è un demone,  non è più debole né più forte della borghesia, in questo paese – e nelle sue scuole – l’idea che si possa identificare queste categorie sociali nei comportamenti collettivi dei ragazzi mi sembra davvero molto difficile. Se la borghesia che rimpiangi è quella delle belle lettere e delle buone maniere, caro Michele, è esattamente come il popolo che rimpiango io: quello estinto da almeno mezzo secolo. Ecco perché sostenere questo non è come rimproveri “populismo”. Ovvero quello che tu definisci: “la cosa più antipopolare, dunque più di destra, mai inventata sulla faccia della terra”.

Casomai è il contrario: la destra ha vinto, e (talvolta) piace al popolo (ma anche alla borghesia) perché la sinistra definisce “populista” tutto quello che non conosce o non riesce a capire. La destra ha vinto perché la sinistra è chiusa dentro la sua fortezza ZTL incapace di sporcarsi le mani e di andare a vedere con i propri occhi, come ha fatto nella sua storia.

La destra vince perché questa sinistra sente il bisogno di demonizzare ciò che non vuole spiegare. E perché, in questo pezzo di mondo che dice dei figli del  popolo “sono diventati di destra perché c’è il populismo”, oppure “non ci votano più perché sono bulli, rozzi e maleducati”, temo che, almeno oggi, ci sia anche tu. Non per cattiveria, ma per deficit di conoscenza o pigrizia intellettuale.

Aggressioni ai professori e classismo nelle scuole: la risposta di Michele Serra alle polemiche

Una mia recente Amaca sulle aggressioni agli insegnanti ha sollevato, su alcuni giornali e sui social, una rovente discussione. In estrema sintesi: ho attribuito alla “struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società” il maggiore tasso di aggressività e di indisciplina che si registra (stando alle cronache) nelle scuole tecnico-professionali e nelle medie inferiori rispetto ai licei, frequentati quasi solo “dai figli di quelli che hanno fatto il liceo”.

Poiché, scrivendo una nota di 1500 caratteri, si è costretti a evitare la zavorra dell’ovvio, non ho aggiunto che esistono fior di liceali screanzati e arroganti, e borgatari gentili e brillanti che ogni professore vorrebbe avere nella sua classe. Mi interessava dire del macro-fenomeno, e in buona sostanza, non citandolo, di ripetere l’antica lezione di don Milani sulla “scuola di classe”. (Vale ricordare, in proposito, recenti polemiche su alcune auto-promozioni di eleganti licei romani e milanesi, orgogliosi di avere nelle proprie aule alunni, come dire, ben selezionati socialmente).

In altri tempi qualcuno mi avrebbe accusato di fare del facile sociologismo di sinistra, offrendo un alibi ai violenti, vedi la conclusione di quell’Amaca: sono “i poveri che oggi come ieri continuano a riempire le carceri e i riformatori”. Ma i tempi devono essersi ribaltati, davvero ribaltati, se invece in molti hanno scelto di rivolgermi esattamente l’imputazione opposta, accusandomi di “classismo” e di “puzza sotto il naso”, nel solco del molto logoro, molto falsificante ma sempre trionfante cliché “quelli dell’establishment contro quelli del popolo”.

Ora: fino a che sono i social a chiamarmi in causa, sono costretto a replicare che non posso replicare. Non certo per alterigia ma per una ragione oggettiva sulla quale sarebbe importantissimo, e liberatorio, che tutti riflettessimo, dal prestigioso intellettuale allo hater seriale: la moltitudine dei commenti (non tutti, ovviamente) NON riguarda quello che ho scritto, riguarda la sua eco, i commenti ai commenti, voci relate, fonti in brevissimo tempo vaghe e remote. Il testo (i 1500 caratteri della mia Amaca, insomma le mie parole) quasi non vale più. Quasi nessuno lo legge fino in fondo e lo analizza. Vale il caotico, per certi versi mostruoso contesto del chattismo compulsivo, così compulsivo che perde il filo del discorso già in partenza. E dunque alle migliaia di persone che, sui social, mi hanno sommerso di accuse e di invettive, sono costretto a dire, in buona amicizia: voi non state parlando di me e non state parlando di quello che ho scritto, dunque scusate ma non posso rispondervi. Non è che non voglio: non posso. Le parole sono troppo importanti perché se ne possa fare un uso così approssimativo.

Molto più rilevante, invece, è che l’accusa di “classismo” mi arrivi da un giornalista, Luca Telese, che conosce a fondo la storia della sinistra italiana. Se Telese considera “classista” che qualcuno indichi la differenza di classe e l’ignoranza come cause, o perlomeno concause, della violenza e della devianza sociale, allora significa che davvero il paradigma è totalmente ribaltato. E’ diventato “contro il popolo” ciò che a quelli come me, lungo una intera vita, è sempre sembrato il più potente argomento “a favore del popolo”: denunciarne la subalternità economica e culturale, dire il prezzo che paga, il popolo, alla sua mancanza di mezzi materiali (i quattrini) e immateriali (la conoscenza, l’educazione).

Non è più neanche un equivoco, è una vera e propria legge mediatica quella che negli ultimi anni bolla come “snob” ogni definizione possibile immaginabile del gap di classe. Se dici che i poveri mangiano peggio dei benestanti, non è perché denunci (vedi la sacrosanta campagna di Michelle Obama) il disastro sanitario provocato dal junk food, è perché sei un fighetto che mangia solo lardo di Colonnata e cardo gobbo. Se dici che i poveri ricevono informazioni di minore qualità e spesso nessuna informazione, e sono dunque più esposti a manipolazioni politiche e veleni mediatici (junk media…) sei solo uno spocchioso spregiatore di chi ha studiato meno di te. Se dici che nelle scuole meno qualificate si addensano più facilmente i rischi di turbolenza sociale, spesso diretta conseguenza della condizione familiare, ecco che sei subito “classista”.

Se oggi Friedrich Engels pubblicasse “Le condizioni della classe operaia in Inghilterra”, i social lo aggredirebbero, chiedendosi “come si permette, questo borghese con il culo al caldo, di parlare così male del popolo dei suburbi”. Se Karl Marx scrivesse le sue severe considerazioni sul Lumpenproletariat (proletariato straccione), o il socialista Orwell riscrivesse il suo reportage sul “cattivo odore del proletariato”, idem. La contraffazione oramai è perfetta: non dire mai che il popolo “sta sotto”, non dire che è messo male, non dire che ha meno e che sa di meno, non dire che ieri era carne da cannone e oggi carne da pubblicità, non dire che al popolo cinquant’anni fa si dava in prima serata l’Odissea di Franco Rossi e oggi gli si danno filmacci americani con sparatoria e squartamento, perché vuol dire che lo consideri inferiore…

Uno degli studenti di Lucca accusati di aver insultato e umiliato un professore

Peccato che l’intera storia della sinistra parta dalla coscienza della sottomissione dei ceti popolari. La sua storia migliore è storia di emancipazione non solamente economica, anche culturale. La sua storia migliore è l’alfabetizzazione di massa, sono le centocinquanta ore di studio per i lavoratori di fabbrica, è il mito del figlio laureato per i genitori operai che non hanno potuto studiare, è Di Vittorio che convince i cafoni di campagna ad andare in città, alla domenica, con il cappello in testa, come fanno i signori. Non è colpa della sinistra – almeno questo addebito ci sia risparmiato – il fatto che nella nostra società, da un certo punto in poi (in Italia: da Berlusconi in poi) gli esseri umani sono diventati consumatori da ingozzare, telespettatori da rintronare di spot, gregge da tosare, massa amorfa che “ragiona come un bambino di otto anni” (Berlusconi); e di pari passo la cultura è parsa soprattutto un lusso per privilegiati, o addirittura una maschera del potere. Non più un’arma da espugnare, costringendo i ceti dominanti a spalancare le porte delle scuole e delle università; ma un orpello da disprezzare, valorizzando in antitesi la voce grossa, i modi rozzi, il “parlare semplice” come altrettante virtù “popolari”. E’ il populismo: forse la cosa più antipopolare, dunque più di destra, mai inventata sulla faccia della terra.

Lo sdoganamento dell’ignoranza è uno dei più atroci inganni perpetuato ai danni del popolo, ed io penso (e lo scrivo da decenni) che faccia perfettamente parte dello sdoganamento dell’ignoranza l’idea che sia “classista” indicare con il dito proprio la luna: ovvero la differenza di classe. E’ quello che ho cercato di fare in quella famigerata Amaca; nel caso non mi fossi spiegato a sufficienza, spero di averlo fatto meglio adesso.

One thought on “Luca Telese: “Caro Michele Serra, ti spiego perché so che i veri bulli non sono poveri ma frequentano le scuole dei vip”

  1. No comment Michele Serra..pur leggendo totalmente e attentamente ció che scrivi sei indifendibile. Telese complimenti…hai identificato perfettamente la supponenza della sinistra: non mi voti perché non ci arrivi, non è colpa mia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.