Cronaca/Inchieste/Interno

Storia breve sul ponte Morandi di Genova

(Tob Waylan per www.medium.com –  https://medium.com/@TobWaylan/storia-breve-sul-ponte-morandi-5233da3ed8b5) – Chi abita a Genova il ponte Morandi lo conosce. È un ponte dell’A10, ci si passa sopra per andare a ponente, al mare, tipo, o all’aeroporto. Funziona anche nell’altro senso, chiaro.

È lungo 1,200 metri, alto 45, con piloni che arrivano a 90. Chi abita a Genova lo sa, ma chi viene da fuori, di solito, ci resta un attimo, perché il ponte Morandi è grosso. Infatti dicono “è grosso”, ma anche “sembra una di quelle cose americane”. Soprattutto in fondo, dove c’è l’elicoidale.

L’ingegnere che lo ha progettato negli anni ’60, Riccardo Morandi, è famoso per le sue strutture di cemento armato ignudo, come questa. Ne ha fatti altri due simili, da altre parti del mondo. In quello a Maracaibo, sul lago, ci ha picchiato dentro una nave, per dire.

Dicono sia una specie di fallimento ingegneristico: è bello, ma costa troppo mantenerlo, e vent’anni dopo la costruzione ci hanno dovuto aggiungere dei cavi per tenerlo in piedi. Ora dicono che fanno prima a ricostruirlo che a starci dietro. Insomma questo Morandi mi sa che ha fatto qualche casino.

Chi abita a Genova lo conosce, ma chi abita in Val Polcevera, la valle che sovrasta, lo conosce meglio. Strade e ferrovie ci passano sotto, e chi come me ha passato la vita a fare avanti e indietro tra la periferia e il centro ci è passato sotto migliaia di volte. E da sotto quel ponte lì ha tutta un’altra faccia. È pieno di toppe e cicatrici. È veramente un coso malmenato.

Come quando a furia di ripeter parole queste perdono di significato, guardare troppo il ponte ne fa ricordare l’imponenza. Pure i genovesi, a un certo punto, pensano “Ma sai che è grosso davvero”.

Quando si andava a scuola in treno se si passava sotto il ponte bisognava stare zitti. Un rito che non si è mai discusso, e forse se si stava attenti si poteva sentire l’ola di silenzio allungarsi per il treno. Immagino lo facciano anche adesso, ma non so mica.

Certo è che sotto ci lavora un sacco di gente. Amiu, Ansaldo e altre cose più piccole. Dubito stiano zitti tutto il tempo. E starci sotto, davvero sotto, fa pure più impressione che passarci in treno.

Queste foto le ho fatte tipo un anno fa, e non mi piacevano. Ora un po’ di più.

Fotografare il ponte è bello, è affascinante, ma poi per gli occhi nostri è sempre la solita grossa cosa, e rivedendolo si prova poco e niente. Il tempo aiuta, diciamo. Non volevo manco scriverci niente, però è una figata, e le figate si condividono.

Morandi è morto nell’89, quando sono nato io. Ci ha lasciato un bel ricordo e pure un bel casino.

PONTE MORANDI? “MACCHÈ CAPOLAVORO, È UN FALLIMENTO DELL’INGEGNERIA E PRESTO ANDRÀ RICOSTRUITO…”

ponte morandi a genova foto di tob waylan(Elisabetta Biancalani per https://www.primocanale.it/ del 5 maggio 2016) – Ponte Morandi? Un esempio di fallimento dell’ingegneria, altro che capolavoro. Tranciante il giudizio del professor Antonio Brencich, docente di strutture in cemento armato alla Facoltà di ingegneria di Genova.

Inosmma, il ponte della A10 va sostituito, o ricostruito. Brencich non usa mezzi termini per dire quello che tanti, senza conoscere il tema a livello tecnico, dicono comunque da tanto tempo. Così non si può andare avanti, anche perché “i costi della manutenzione sono elevatissimi, non esiste che dopo trent’anni un’opera abbia già subito tanti lavori di manutenzione. Ci sono ponti in cemento armato che dopo cento anni non hanno ancora subito nessuna modifica”.

Il ponte ha vita breve considerando che i costi di manutenzione presto (se non è già successo) supereranno quelli di ricostruzione. Basti pensare che alla fine degli anni Novanta si era già speso in lavori l’80 per cento di quanto speso per la realizzazione. Dato emblematico. E da allora sono passati quasi vent’anni.

LA STORIA – Il Ponte Morandi prende il nome da Riccardo Morandi, l’ingengere che ne realizzò altri due, uno a Maracaibo in Venezuela, scontrato dalla nave che sbagliò campata (“ma un ingegnere deve considerare nel progetto che questo possa succedere e quindi prevenirlo con calcoli adeguati delle strutture”, dice Brencich) e un altro in India che ha subito imponenti lavori di manutenzione.

Fu costruito tra il 1963 e il 1967 dalla Società Italiana per Condotte d’Acqua. Lungo oltre un chilometro (per la precisione 1.182 metri), alto 45 metri al piano stradale e sorretto da 3 piloni in cemento armato che raggiungono i 90 metri d’altezza, è di fatto l’opera più importante dell’autostrada. Il “viadotto Polcevera”, così si chiama ufficialmente, ad oggi è l’unico modo di oltrepassare il torrente senza utilizzare la viabilità urbana per chi si dirige verso il Ponente.

Dalla costruzione in poi è stato tutto un crescendo di problemi e costi per risolverli. A dargli il tipico aspetto che lo rende inconfondibile – tanto che qualcuno lo ha chiamato ‘ponte di Brooklyn’ sono proprio gli stralli, cioè i cavi, aggiunti tra gli anni 80 e 90 per evitare il rischio di cedimento. I rilievi avevano infatti evidenziato che il ponete era anelastico. C’era il rischio concreto che dovesse chiudere per molto tempo, con conseguenze catastrofiche per la mobilità genovese.

Il discorso si è poi intrecciato con quello della Bretella, poi diventata Gronda e infine caduta nel sacco delle cose dimenticate. Il Ponte Morandi è ancora lì, come un gigante pieno di acciacchi invecchiato precocemente, che tutti i giorni fa ancora il suo lavoro, portando in spalla le auto, i camion, i tir e gli anatemi dei genovesi in coda.

VIADOTTO “MALATO”, CANTIERI SUL PONTE MORANDI

(Dall’articolo di Daniele Grillo per www.ilsecoloxix.it del 13 agosto 2014) – Per superarne l’ingombrante presenza ne sono uscite di ogni, nel corso degli anni. Il piede di porco per scalzare i piloni del viadotto Morandi, quello che un po’ provincialmente qualche anno fa qualcuno chiamava “ponte di Brooklyn”, doveva essere la Gronda, il raddoppio della A10 a Ponente che nella versione pre dibattito pubblico sarebbe dovuto passare tra Campi e Sampierdarena. Un valido motivo per dire adios all’ex prodigio della tecnica dell’ingegner Morandi, ammalorato da cinquant’anni di storia e dal transito di milioni di auto e mezzi pesanti traghettati oltre il Polcevera.

Ma la Gronda è bloccata , di fatto, da governo e proponente, e anche qualora arrivasse ai cantieri passerebbe molto più a Nord. Nel frattempo, però, l’opera invecchia. E costa. In termini di manutenzione, ma anche e soprattutto di disagi. Autostrade per l’Italia ha annunciato al Comune di Genova l’intenzione di avviare a ottobre un robusto intervento per la sostituzione integrale della barriere laterali. (…)

Anche se il tema forte continua a essere un altro: può, il Morandi, continuare a svolgere la sua fondamentale funzione? E se sì, per quanto tempo? Abbiamo girato la domanda alla società che gestisce la A10 (oggi – va detto – non più troppo interessata a spingere sull’opera che potrebbe consentire una vera ristrutturazione del vecchio ponte, e cioè la Gronda). La risposta è “sì”, anche se condita da una certa titubanza.

Titubanza che si esprime anche attraverso l’altra azione in programma per i prossimi mesi: la sostituzione del carrello mobile per l’ispezione e la manutenzione della “pancia” dell’infrastruttura. «Il Polcevera, come tutti i viadotti ed i ponti della rete di Autostrade per l’ Italia, è costantemente monitorato da tecnici ed ingegneri specializzati e, in relazione agli esiti di questi controlli, vengono pianificati interventi di manutenzione che ne garantiscono la durata nel tempo – sostengono i tecnici di Autostrade per l’Italia – Per meglio eseguire gli interventi ed i controlli delle parti sottostanti al piano viabile, il Polcevera sarà dotato di un “carro ponte” ancorato alle sue strutture che consentirà l’esecuzione di molte attività, con impatti minimi al traffico ».

Sostituirà quello installato alla fine degli anni ‘80 e che recentemente è stato rimosso con una delicata operazione, effettuata con due gru speciali.

riccardo morandi(Costantino Malatto per ”la Repubblica” del 16 settembre 2003) I nemici non gli sono mai mancati nei suoi 36 anni di vita. Ma ora che qualcuno vorrebbe mandarlo in pensione anticipata per problemi di salute, sono moltissime le voci che si levano in suo favore, per mantenerlo in attività. La verità è che lui è non solo malato, ma anche vecchio. Però al momento di lui non si può fare a meno. E non meravigli parlare di vecchiaia a 36 anni: per una struttura come il viadotto Morandi, l’ imponente ponte autostradale che supera la vallata del Polcevera, quella è un’ età più che ragguardevole. Roba che in altri posti – gli Stati Uniti, per esempio – un viadotto con tutti quegli anni lo avrebbero già buttato giù e al suo posto avrebbero fatto qualcosa di nuovo, ponte bis o tunnel che sia. Qui no, non solo per questioni di risparmio – siamo pur sempre a Genova – ma perché senza il Morandi la città sarebbe letteralmente paralizzata. Ko. Soffocata. 

Allora addirittura c’ è chi spera di fare sì qualcosa di alternativo, ma poi di tenere ancora in vita il Morandi per usarlo come tangenziale. Quando fu inaugurato, nel lontano 1967, il viadotto fu salutato come un miracolo tecnico a opera dell’ ingegner Riccardo Morandi. Un progetto strutturale arditissimo, in termini tecnici definito “ponte strellato”, che aveva non pochi vantaggi rispetto alle classiche strutture. Proprio ciò che ci si attendeva da un progettista come Morandi, che insieme a Pierluigi Nervi è considerato la figura di punta dell’ ingegneria italiana del secolo scorso.

Un tecnico, ma anche un artista. Un ingegnere che ha contribuito allo sviluppo tecnico delle costruzioni in cemento armato, ma che lo ha fatto creando strutture che sono imponenti composizioni spaziali. Che, ha scritto Bruno Zevi, “sembrano raggelate un momento prima del crollo”. Il viadotto, lungo circa un chilometro, largo 18 metri e alto 45, diede nuovamente respiro e slancio a una città con spazi strozzati da un boom economico e industriale che sembrava inarrestabile. Fu il raccordo tra il centro città, il ponente e la vecchia “camionale” promossa ad autostrada.

il ponte bisantis che collega catanzaro di riccardo morandi il ponte bisantis che collega catanzaro di riccardo morandi

Fu il simbolo di un progresso tecnico, con quegli “svincoli micidiali” cantati ancora pochi anni fa dal cantautore De Gregori. Ma già a distanza di pochi anni lo stesso Morandi si accorse che qualcosa non funzionava come doveva. Colpa del “salino” e dell’ inquinamento industriale. Colpa anche della particolare concezione strutturale ideata dall’ ingegnere. Fatto sta che il viadotto si “consumava” molto più velocemente di quanto accadesse ad opere di quel genere realizzate con gli stessi materiali. A poco più di quindici anni dall’ inaugurazione sono cominciati i lavori di consolidamento.

Dieci anni fa gli interventi più rilevanti, dopo che i sondaggi avevano portato sorprese negative: nella parte del viadotto vicina alla A7 il degrado dei materiali era ad uno stadio ben più avanzato, numerosi “trefoli” – vale a dire i cavi multipli in acciaio – che costituiscono i tiranti del viadotto erano ossidati o addirittura tranciati. I lavori di consolidamento sono andati avanti per mesi, per anni.

Il traffico non si è mai fermato del tutto, ma già i disagi patiti dalla città pur con il ponte aperto ma a mezzo servizio ha dato un’ idea di cosa potrebbe accadere se il Morandi per qualche motivo dovesse essere chiuso.

Come struttura autostradale il ponte è ormai alla fine della sua vita, anche se per la realizzazione di opere alternative ci vorranno almeno dai cinque ai dieci anni. Ma come tangenziale il Morandi può ancora essere usato? O la sua lunga esistenza ha prodotto nella sua struttura danni tali da renderlo pericoloso? Ecco, prima di qualunque decisione sarebbe necessario che i tecnici rispondessero a queste semplici domande.

 

VIDEO: ACQUA DAI PILONI DEL VIADOTTO MORANDI AD AGRIGENTO

http://www.agrigentonotizie.it/video/pioggia-viadotto-morandi-agrigento-febbraio-2017.html 

ponte morandi ad agrigento 8(Mauro Indelicato per “www.ilgiornale.it) – Quello della manutenzione e tenuta delle nostre infrastrutture più importanti, è un tema che in Italia viene affrontato da diversi anni e che riguarda la sicurezza dei nostri concittadini che si mettono in viaggio e non solo.

Terra sismica, soggetta anche ai fenomeni franosi, l’Italia già da tempo dovrebbe avere in cima all’agenda la salvaguardia delle opere infrastrutturali più delicate. Quando poi, come nel caso di Genova, i ponti vengono giù senza calamità naturali il tutto risuona come un vero e proprio grido d’allarme. È lunga la scia di notizie che riguardano i cedimenti di cavalcavia e ponti attraversati ogni giorno da centinaia di persone.
Il caso più eclatante prima di quello delle scorse ore capitato a Genova, riguarda l’autostrada Palermo–Catania: nel pomeriggio del 10 aprile 2015, una frana trancia un pilone del viadotto Himera nella carreggiata verso Palermo. Solo per miracolo in quel momento nessuno rimane coinvolto dal crollo, ma la Sicilia per diversi mesi è di fatto divisa a metà con tempi di percorrenza superiori alle cinque ore tra le due città principali. Ma quello del cedimento dei ponti è un problema che riguarda tutta Italia: il 28 ottobre 2016 un cavalcavia cede sopra la carreggiata della Milano – Lecco al passaggio di un tir, uccidendo una persona. Il 9 marzo 2017 invece, lungo la A14 crolla un piccolo viadotto sovrastante l’autostrada in fase di ristrutturazione, in quel caso sono state due le vittime.
Poi ancora, ha destato grande scalpore il crollo del ponte della tangenziale di Fossano avvenuto il 18 aprile 2017. Quello dei ponti crollati o dei ponti a rischio, è un vero e proprio “viaggio” che si distribuisce lungo tutto lo stivale e che nelle scorse ore ha drammaticamente toccato Genova. Ed in questo viaggio, capita di trovare alcune curiosità emblematiche dello stato di salute di ponti e viadotti nel nostro paese. Una su tutte riguarda l’incredibile parallelismo tra l’infrastruttura crollata a Genova e quella invece chiusa da anni ad Agrigento.
ponte morandi ad agrigento 7La città dei templi ha il “suo” viadotto Morandi, lo stesso nome con il quale è conosciuto il ponte collassato nel capoluogo ligure, che da anni costituisce croce e delizia degli automobilisti. Il nome lo si deve al progettista, che in entrambi i casi è Riccardo Morandi. Costruito tra gli anni 60 e 70, stessa epoca dell’infrastruttura genovese inaugurata nel settembre 1967, il viadotto Morandi agrigentino (oggi ufficialmente diviso in viadotto Akragas I ed Akragas II) consente di collegare il centro storico con Villaseta, quartiere in gran parte sorto dopo la frana che il 19 luglio 1966 ha cancellato circa un terzo del centro abitato della città dei templi.
 Oggi quel viadotto è in gran parte chiuso per gravi problemi strutturali. Nel corso degli anni, oltre ad attirare le ire per via del suo impatto ambientale (diversi piloni sono incastonati sopra una necropoli greca), lungo il viadotto sono occorsi diversi incidenti mortali. Ma la decisione della chiusura è arrivata a seguito di indagini effettuate dall’Anas. Dopo anni di segnalazioni per via delle evidenti problematiche presentate da molti piloni, sulla scia anche di quanto accaduto nel 2015 sulla Palermo – Catania si è deciso di appurare lo stato di salute del viadotto Morandi agrigentino.
Nel marzo 2017 è arrivata la chiusura del tratto più lungo, quello che dalla centrale via Dante giunge a Villaseta. Da allora, la struttura si presenta come un lungo serpentone di cemento armato abbandonato e non frequentato. Di recente si è discusso del fatto che, nella migliore delle ipotesi, il viadotto potrebbe riaprire nel 2021 dopo costose (si parla di circa trenta milioni di Euro) opere di manutenzione straordinaria. Stessa epoca e stesso progettista per i due viadotti Morandi, quello genovese e quello agrigentino, ma diverse sono le modalità e le ditte di costruzione.
ponte morandi ad agrigento 6 Pur tuttavia, quando ad Agrigento si è saputo che il viadotto crollato a Genova era nominato Morandi, la spina dorsale dell’opinione pubblica ha avuto molto più di un sussulto. Il progettista Riccardo Morandi è stato uno degli italiani più conosciuti nel suo campo, avendo realizzato progetti in tutto il mondo che hanno riguardato ponti e delicate opere infrastrutturali. Ma a Genova ed Agrigento, per motivi solo parzialmente forse riferibili alla progettazione, qualcosa non è andato per il verso giusto. Molte critiche catturava il viadotto crollato in Liguria, tante ne attira quello chiuso da quasi due anni in Sicilia. Non solo: di alti costi di manutenzione si parlava già da tempo per l’opera genovese, altrettanto avviene ad Agrigento.
Sul sito Ingegneri.info, in un’intervista realizzata nel luglio 2016 l’ingegner Brencich parlava già delle problematiche che interessavano l’opera venuta giù lungo l’A10. Ad Agrigento da anni, come detto, il dibattito sul viadotto Morandi è molto acceso. Due strutture, due storie, forse diverse ma comunque parallele, che testimoniano come l’attenzione in Italia sulle opere più delicate non è e non deve essere mai troppa.

One thought on “Storia breve sul ponte Morandi di Genova

  1. a me la storia del ponte frega
    fino ad un certo punto, questa mi dispiace dirlo è una tragedia annunciata, il paese sta crollando
    i fondamentali dove sono?
    la ABC, quando parlavo di
    500 miliardi per raddrizzare la baracca non ero lontano.

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