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Luca Telese: “Ma che pacchia questo condono: chi più ha evaso e meno paga”

Ecco il paradosso nel paradosso. Visto che il 45% delle dichiarazioni dei redditi degli italiani sta sotto la soglia dei 15mila euro (mentre solo il 5,3% dichiara più di 50 mila euro), proprio i “piccoli” che hanno tolto qualche migliaio di euro dalla loro dichiarazione resterebbero fuori da questa regalia. Proprio quelli per cui si diceva che andava fatta la “pace fiscale”. Il che smentisce le dichiarazioni della vigilia di Di Maio e di Salvini e costruisce una curiosità anti-morale, fiscale: più evadi è meglio è

A parlare così, fra l’altro non erano portaborse o soldati semplici. Ma, in più occasioni, Luigi Di Maio e – anche Matteo Salvini. E il leader del Carroccio per di più aggiungeva: “Non è un colpo di spugna: si tratta di una seconda opportunità per chi aveva dichiarato fino all’ultimo centesimo e poi non aveva avuto i soldi per pagare quanto dovuto per colpa della crisi”. Non è andata così, e a dircelo, dalle telecamere di Porta a porta, non è stato un avversario politico ma il vicepresidente del consiglio di Maio. La seconda opportunità per i piccoli peccatori, è diventata la prima per i grandi furboni, con un complicato congegno che vale la pena di provare a spiegare.

Nel gioco dei ruoli che è iniziato subito dopo, entrambi i protagonisti politici di questa vicenda si sono auto-affidati una parte, e si sono disegnati un possibile percorso di fuga: Di Maio finisce per apparire il ragazzo in buona fede, magari un po’ sprovveduto, mentre Salvini e i suoi incarnano il ruolo dei rigorosi e seri uomini di governo, magari troppo calato nella realpolitik, ma ben consapevoli del meccanismo che era stato messo in piedi, e quindi offesi per il sospetto e le calunnie delle ultime ore.

Al lettore il compito di scegliere quale di queste due (finte) ingenuità sia preferibile o meno. Sta di fatto che – come vi avevamo scritto su Tiscali, anticipando l’esito finale – la Lega voleva la sua Flat Tax e alla fine in un modo o nell’alto se la è presa. Per via dei vincoli di bilancio non poteva darla quest’anno (se non alle partite IVA e alle imprese con un tetto di 65mila euro) e allora l’ha data retroattivamente a tutti, praticamente senza nessun tetto. Già, perché il meccanismo di questo condono, per come è stato concepito, funziona proprio come la Flat Tax. E il modo in cui si dovrà pagare, infatti, mima l’effetto tipico di ogni tassa piatta: più alto è il reddito che si percepisce e più alti sono i vantaggi di cui si gode.

Nel testo che è stato diffuso ieri, infatti, sopra i 75mila euro di reddito dichiarato il vantaggio è massimo (si arriva a uno sconto del 56%), mentre sotto quota 22mila euro, in rapporto  alla tassazione ordinaria, lo “sconto” (per comodità chiamiamolo così) scende al 27%. Dai 13 mila di reddito in giù, lo sconto addirittura di azzera. La prima domanda da farsi dunque è: l’obiettivo del governo era davvero quello che i grandi evasori (che ovviamente ottengono anche un salvacondotto penale per i reati che hanno commesso), potessero mettersi in regola risparmiando decine di migliaia di euro sulle tasse che non avevano pagato?

Giudicate voi stessi. Il congegno che le nuove norme disegnano, infatti, funziona così: chi sceglie di accedere al condono con “dichiarazione integrativa” (ovvero autodenunciando un “nero” che non era nella sua dichiarazione dei redditi originaria) pagherà soltanto una quota del 20%, che sostituisce la tassazione ordinaria Irpef e le relative addizionali regionali e comunali. Chi intraprende questo percorso può far emergere fino il 30% in più dell’imponibile che aveva già dichiarato (fino ad un tetto di 100.000 euro ma – fate attenzione – questo tetto vale per ogni anno di imposta e per ogni tipologia di tassa).

Il che, tradotto in Italiano, significa che oltre all’Irpef potranno essere condonate anche le omissioni relative all’Iva, all’Irap, ai contributi previdenziali (questo quindi con un costo aggiuntivo per gli enti previdenziali), per le attività finanziarie e per gli immobili posseduti all’estero (ottenendo quindi la possibilità di riscrivere le dichiarazioni già presentate dal 2013 al 2017).

Una bella pacchia. Soprattutto perché su questi importi viene applicata “senza sanzioni, interessi e altri oneri accessori” un’aliquota al 20%. E non bisogna nemmeno dannarsi per pagare, come gli sventurati che hanno aderito alla rottamazione uno o due, perché se uno non se la sente di saldare il debito in un unico rata (a fine luglio) può scegliere di dilazionare in pagamento  in sessanta comode rate per 5 anni (la prima a settembre).

Secondo le stime del Consiglio nazionale dei commercialisti (Cnc) – riportate da Paolo Baroni su La Stampa – il massimo vantaggio fiscale viene riconosciuto perlappunto ai contribuenti che hanno già dichiarato almeno 75 mila euro di reddito. In questo caso, infatti, sull’intero ammontare non dichiarato che si fa  emergere si ottiene uno sconto del 56% (rispetto a chi ha pagato e dichiarato correttamente).

Ma i commercialisti hanno fatto anche altre simulazioni, da cui risulta che, se si parte da 100 mila euro dichiarati, con la sanatoria si finisco per pagare 6000 euro (al posto dei 13.800 che sarebbero stati dovuti). Se si parte da 200mila se ne versano 13mila (invece dei 27.600 dovuti). E che se si parte  da 300 mila euro si pagano 18 mila euro (invece di 41.400). Un bel risparmio. Come ci si arriva? Per effetto della differenza tra il 46 per cento di tassazione ordinaria sui redditi eccedenti 75.000 euro (43% di Irpef + 3% medio di addizionali regionali e comunali) e il semplice 20% della flat tax prevista dal condono.

Tuttavia il risparmio può essere ancora più grande, perché nel testo si prevede la possibilità di sanare fino a cinque anni di dichiarazioni mendaci. Per cui chi, osserva La Stampa, ha dichiarato inizialmente 100mila euro potrebbe arrivare a risparmiarne 39mila, 78mila con 200mila e ben 117 mila con 300 mila euro.

Il paradosso – invece è che sotto i 22 mila euro di «reddito di partenza» il meccanismo flat tax 20 per cento vede più che dimezzato il vantaggio che passa da oltre il 50 per cento a meno del 25%, per arrivare sostanzialmente ad azzerarsi dai 13.000 euro in giù.

Se quindi qualcuno volesse sanare «piccole evasioni» (un piccolo affitto o un piccolo reddito occasionale i contributi di una badante) dovrebbe pagare  un importo addirittura superiore alle tasse che avrebbe dovuto corrispondere se avesse dichiarato da subito la cifra intera. Ed eccoci al paradosso nel paradosso. Visto che il 45% delle dichiarazioni dei redditi degli italiani sta sotto la soglia dei 15mila euro (mentre solo il 5,3% dichiara più di 50 mila euro), proprio i “piccoli” che hanno tolto qualche migliaio di euro dalla loro dichiarazione resterebbero fuori da questa regalia. Proprio quelli per cui si diceva che andava fatta la “pace fiscale”.

Il che smentisce le dichiarazioni della vigilia di Di Maio e di Salvini e costruisce una curiosità anti-morale: fiscale: più evadi è meglio è.

Il problema – dunque – è che se questo testo non verrà corretto, non è che il costo della pace fiscale sarà stato pagato con qualche frammento di condono dispensato qua e là. Il problema è che se il testo rimarrà questo, alla fine il condono per i più ricchi si sarà letteralmente mangiato la “pace fiscale” per i più poveri.

2 thoughts on “Luca Telese: “Ma che pacchia questo condono: chi più ha evaso e meno paga”

    • Infatti i 5 stelle hanno detto che quel testo non passa. Gli accordi erano altri e la manina c’è eccome.

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