Cronaca/Editoriali/Interno/Marco Travaglio/Politica

Carenza di fosforo

(pressreader.com) – Berlusconi che difende i giornalisti (e persino i pm) dal “regime autoritario” gialloverde merita una mesta risata. Ma il guaio è che, in questo Paese privo di memoria e di fosforo, a denunciare gli attacchi alla stampa come “mai visti”, “senza precedenti”, “più gravi che in passato”, sono anche voci autorevoli e amiche. Quello che pensiamo degli insulti 5Stelle alla stampa che ha infamato la Raggi l’abbiamo scritto più volte: chi sta al governo o in Parlamento, tantopiù se è il vicepremier come Di Maio, non deve permettersi di usare il potere per giudicare pubblicamente i giornalisti, nemmeno quando ha ragione. Anche perché, come ogni cittadino, la legge gli dà tutti gli strumenti possibili per difendere la sua reputazione da chi lo diffama o lo calunnia: smentite, rettifiche, querele, cause civili, esposti all’Ordine. Invece Alessandro Di Battista è un privato cittadino senza cariche né potere, dunque è libero di dire ciò che vuole. Specie se si limita a ricordare quanti trattarono la Raggi “da ladra e da sgualdrina” (furono in molti, sui principali quotidiani) e a ritorcere contro di loro gli stessi epiteti. Ciò detto, vedere in piazza i rappresentanti della categoria in difesa di una libertà di stampa che non avevano mai difeso – non con la stessa energia, almeno – da minacce ben peggiori, fa un po’ ridere e un po’ piangere. Perché accredita la leggenda che oggi la libertà di stampa sia in pericolo come mai nella storia repubblicana.

Una frottola che solo chi finge di dimenticare gli ultimi 25 anni può raccontare. Basterebbe la lista degli epurati dalla Rai berlusconiana (Biagi, Luttazzi, Santoro, Freccero), dalla Rai renziana (Gabanelli, Giannini, Giletti) e dalla Rai gialloverde (nessuno) per chiudere il discorso. Ma, alla memoria selettiva di tanti colleghi, non mancano soltanto l’editto bulgaro di B. e le liste di proscrizione di Renzi. Quando c’era B., scomparvero dalla tv pubblica (e dunque anche da quella privata: la sua) decine di personaggi e programmi non graditi a lui e alla sua corte. Massimo Fini si vide chiudere il programma Cyrano prim’ancora che andasse in onda, perché “il sire di Arcore” non voleva. Idem per Raiot di Sabina Guzzanti, dopo la prima puntata che aveva osato parlare di legge Gasparri. Paolo Rossi, invitato a Domenica In, fu rispedito a casa perché minacciava addirittura di leggere un discorso di Pericle, noto antiberlusconiano ante litteram, sulla democrazia ateniese. Altre censure investirono programmi scapigliati come Ultimo Round, personaggi incontrollabili come Beha, ospiti sgraditi come Hendel, la Guerritore e la Porcaro.

E appena La7 minacciò di creare il terzo polo tv sulle ceneri di Telemontecarlo, con star come Fazio, Lerner, Luttazzi, i Guzzanti e altri, l’amicone di B. Tronchetti Provera provvide a soffocarla nella culla e a normalizzarla per un bel po’. E quel plumbeo sudario di censura e autocensura calò anche su alcuni dei (pochi) giornali che B. non possedeva. Come il Corriere della Sera e persino l’Unità. Al Corriere, nel 2001, entrarono subito nel mirino degli epuratori berlusconiani Biagi, Sartori e Grevi (per i loro editoriali contro le leggi ad personam, i conflitti d’interessi e le fughe dai processi), i cronisti giudiziari Biondani, Bianconi, Ferrarella (per i loro articoli sui dibattimenti Toghe sporche) e persino il vignettista Emilio Giannelli. Un bombardamento di proteste sempre più minacciose dal portavoce del premier Paolo Bonaiuti, di lettere minatorie pubbliche e private da Cesare Previti e dagli on. avv. Ghedini&Pecorella. Seguì una raffica di querele e cause civili. Quando poi Ferruccio si schierò contro l’assurda guerra di Bush jr. all’Iraq, sposata in pieno da B., quest’ultimo ufficializzò l’ostilità del governo al direttore del Corriere, mai difeso pubblicamente dalla proprietà. E lo fece apostrofando coram populo Cesare Romiti, primo editore del quotidiano di via Solferino, con queste parole: “Mi saluti il direttore del manifesto…”.

Il Caimano sapeva bene quel che si muoveva dietro le quinte: l’amico Salvatore Ligresti, suo vecchio compare nel clan craxiano e azionista del Corriere, stava lavorando ai fianchi Romiti perché scaricasse De Bortoli e ne consegnasse la testa a B. su un vassoio d’argento. Infatti il 29 maggio 2003, dopo due anni di linciaggio, il sempre più isolato Ferruccio rassegnò le dimissioni. A difenderlo, ai piani alti, era rimasto il solo banchiere Bazoli. Lo sostituì il più felpato e cerchiobottista Stefano Folli, con risultati non proprio esaltanti. Furio Colombo, l’indomani, aprì così la prima pagina dell’Unità: “Si sono presi pure il Corriere”. E anche quel titolo contribuì alla sua cacciata da direttore del giornale fondato da Antonio Gramsci. Da mesi Furio era nel mirino dei Ds (fra l’altro non più proprietari del giornale, ma solo della testata) per la sua linea intransigente contro ogni inciucio consociativo del partito diretto da Fassino con B.. Una linea che gli sparafucile dei Ds, sparsi nei giornaletti amici, dal Riformista (con Polito, Caldarola e Andrea Romano) a Europa al Foglio di Ferrara, bollavano per conto terzi di “girotondismo” (quasi che fosse un insulto) e (non ridete) di “antiberlusconismo”. Dopo continui scontri con Fassino & C., il 22 febbraio 2004 lasciò la direzione al suo vice Antonio Padellaro, che però mantenne la stessa linea intransigente. Infatti alla prima occasione fu silurato con la stessa accusa: il giornale della sinistra era troppo antiberlusconiano. Umberto Eco scherzò con l’amico Furio: “Hanno voluto offrire la tua testa al nemico, come Salomè donò quella di Giovanni il Battista a Erodiade”. Cari smemorati, questo e molto altro accadeva quando le cose andavano meglio. A proposito: voi, allora, dov’eravate?

Carenza di fosforo di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 15 novembre 2018

8 thoughts on “Carenza di fosforo

  1. È pensare che l’invito,agli abitanti del Bel Paese, a ingerire quantità più elevate di pesce azzurro e non è pressante, ma i risultati sono decisamente scarsi. Il virus di Collegno ha il sopravvento.

  2. Travaglio, all’inizio dell’articolo, ha ribadito la ferma condanna per le dichiarazioni di DiMaio, ma questa volta ha lasciato fuori Di Battista ammettendo che, si, essendo un privato cittadino, a lui è concessa piena libertà di parola.
    Quindi è sottinteso che chi riveste incarichi pubblici di rilievo sia menomato nel suo diritto di difendere sé stesso o la parte politica che rappresenta nel modo che più ritiene opportuno.
    Bizzarra teoria, visto che immediatamente dopo riparte con la solita tiritera, sacrosanta per carità, ma che ormai comincia a sapere di minestra riscaldata, contro i suoi colleghi
    felloni, peripatetici e pennivendoli.
    Da giornalista di razza lo fa non con invettive generiche contro parte della categoria,
    ma indicando con precisione nomi, date, episodi che ormai conosciamo tutti a memoria.
    Bravo Travaglio!
    Continua così come hai sempre fatto, ma non arrogarti l’esclusiva di queste denunce.
    La tua ansia costante di apparire imparziale ti sta mettendo in difficoltà: per come tu vedi e giudichi le cose non puoi pretendere di bilanciare la fellonìa dell’accrocco sguaiato
    e ululante che oggi sta all’opposizione del governo con i pur numerosi errori di quest’ultimo… non c’è partita… non puoi pensare di descrivere come pareggio uno scontro che, in quanto a carognaggine, i forzapidioti stanno vincendo per 17 a 3.

    • Mettiamo i puntini sulle “i”, essendo tutti concordi sullo stato attuale dell’informazione che così è, non per colpa di un soggetto estraneo ma dei membri stessi che la compongono e dell’assenza di quei pochi elementi di buon senso che si spera questo governo introducano. Travaglio non ha detto che “chi riveste incarichi pubblici di rilievo sia menomato nel suo diritto di difendere sé stesso…”, ha scritto che “la legge gli dà tutti gli strumenti possibili per difendere la sua reputazione da chi lo diffama o lo calunnia: smentite, rettifiche, querele, cause civili, esposti all’Ordine.”
      Notizia di qualche giorno fa: Calabresi e Iacoboni condannati a risarcire Silvia Virgulti per una notizia falsa e diffamatoria’. Quindi il problema non è difendere se stessi, o la parte politica o un membro del proprio gruppo politico, ma la modalità con cui lo si fa. Spiego: se una notizia riporta falsità, è ovvio che non si può evitare di parlare perché si è Vicepremier, ma si può difendere l’onorabilità propria e prima ancora ristabilire la verità attraverso mezzi sopra descritti. Sia chiaro che integrata la procedura con la realtà dei fatti, sappiamo tutti che molti giornali non fanno rettifiche, oppure se le fanno vi dedicano un haiku in quindicesima pagina. Molti scrivono una rettifica che in realtà non rettifica nulla e gli esposti all’Ordine lasciano il tempo che trovano. L’ODG è anch’esso un vecchio carrozzone che sarebbe da riformare. Risale all’epoca del Fascismo mentre quello attuale è stato istituito nel ’63 e l’articolo 2 della legge precisa che “è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica”, mentre “è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede” (cit. Wikipedia). Sulla seconda parte se guardiamo ad esempio il caso Raggi si è ampiamente sorvolato sugli obblighi e se parliamo di sanzioni, sempre citando Wikipedia leggo: “La legge del 1963 dedica l’intero Titolo III alla “disciplina degli iscritti”, ma di fatto fornisce solamente delle linee generali. Specifica che il Consiglio prende adeguati provvedimenti per gli iscritti «che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale, o di fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità dell’Ordine» (art. 48), ma non stabilisce quali siano questi “fatti”.
      Dato a Cesare quel che è di Cesare, Travaglio scrive: “chi sta al governo o in Parlamento, tantopiù se è il vicepremier come Di Maio, non deve permettersi di usare il potere per giudicare pubblicamente i giornalisti, nemmeno quando ha ragione.” Qui c’è un’ovvia precisazione da fare, cioè che significa usare il potere per giudicare i giornalisti? Tantopiù che lo stesso Travaglio scrive che dal governo gialloverde nessun epurato. Quindi le conseguenze delle parole di Di Maio non hanno portato nessun effetto, ergo Di Maio non usa il “potere”, anzi ha permesso a chi edulcora l’informazione di arroccarsi nella fortezza del vittimismo impugnando lo stendardo della fantomatica “libertà di stampa.”
      La strategia migliore è rispondere all’informazione con la contro-informazione, evitare di nominare questo o quel giornalista, perché gli si fa un regalo, anche perché la battaglia polemica, non scalfisce la penna priva d’etica e fa perdere voti al gruppo politico che figura più debole (dal momento che la penna che lo descrive è la stessa) e facendo apparire più forte chi è meno attaccato.
      Perché tutto questo? Perché gran parte dell’informazione ha tutto l’interesse a far reagire un movimento politico nello stesso modo di altri partiti che spesso (nel torto) hanno reagito nel medesimo modo.
      In fine, a molti elettori queste cose non interessano, contano i risultati, non è certo una cosa facile e da semplice cittadino spesso non mi sorprendo per questa o quella frase della figura istituzionale, ma come al contrario sovente mantenga la calma. Il resto è una questione di maturità.

  3. Perfettamente d’accordo con Travaglio.
    Il motivo per cui una forza di governo (anche quando ha ragione da vendere) non può attaccare la stampa a testa bassa con insulti e minacce mi sembra così lapalissiano che è quasi imbarazzante parlarne.
    La stampa, quando è libera e non succube, è il cane da guardia delle democrazie, ha il compito vitale di vigilare sul potere, di fatto limitandolo.
    Ma chi decide se un giornalista è buono o cattivo, il governo in carica? Certo che no! E questo vale (sempre che si abbiano a cuore i principii e non i principi) indipendentemente da quanto il governo in carica possa piacerci o dispiacerci visto che anche i tiranni hanno folle di sostenitori.
    Ogni persona con un minimo di sale in zucca dovrebbe essere preoccupato dalla prospettiva di avere una stampa gradita al governo in carica.
    E’ una questione logica che prescinde dai casi singoli, dai governi in carica, dal periodo storico, dal luogo geografico.
    L’unico modo per rendere la stampa libera è non assoggettarla al potere economico e politico, senza alcuna eccezione, in modo che debba rispondere solo ai lettori.
    Un forza di governo deve quindi FARE (senza minacciarle) leggi per liberare la stampa dal quel potere marcio che la rende succube: fino ad ora quelle leggi il M5S le ha proposte con toni punitivi e minacciosi, senza peraltro farle!
    Se continua così è lecito pensare che l’obiettivo dei leader M5S non sia quello di creare una stampa finalmente libera (con l’introduzione di una legge che , ad esempio, favorisca la figura imprenditoriale dell’editore puro); ma sia piuttosto quello di tenersi una stampa asservita ma rassegnata a leccare i nuovi culi, i loro.

    • Tuttavia sono molti di più i segnali che vedono M5S propenso per la prima opzione che per la seconda. Vedasi la nomina Freccero al tempo o Salini non certo grillini di ferro, ma neanche Foa.
      Anzi spesso leggo sotto i video di questo o quel giornalista, i commenti di molti elettori che paradossalmente si chiedono come mai in Rai non sia già cominciata un’epurazione. Per cui finché alle parole non seguirà l’esilio, è giusto tenerne conto e modulare la critica se pur giusta. Questo al netto di una presenza nei tg, non maggioritaria o meglio equa ma bensì minoritaria del movimento con la maggioranza dei voti, il che è parecchio bizzarro (uso un eufemismo). Non dimentichiamo che i giornali hanno tentato di salire sul carro del M5S per pochi giorni, poi pian piano son saliti su quello della Lega, che a prescindere da come si comporterà non parla mai non contro o a favore della stampa, ma neanche menziona le leggi riguardo l’editoria o la redistribuzione della pubblicità.

      • Rimane il fatto che fino ad ora nessuna legge su editoria e conflitto di interessi è stata fatta, mentre per i condoni (fiscali ed edili) il tempo a quanto pare l’hanno trovato. Per cui gli insulti alla stampa, con liste dei buoni e cattivi, è ciò che al momento lì ha catatterizzati. Non si parla di una loro proposta di legge sull’editoria ma dei loro insulti. La legge non c’è, gli insulti si. Non posso che augurarmi che lei abbia ragione ma non ci sono molti motivi per essere ottimisti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.