Agroalimentare/Cronaca/Interno

I francesi vogliono comprarsi pure il parmigiano reggiano

(Carlo Cambi – la Verità) – Ci mancava solo il cacio sui maccheroni. O se preferite: una bella grattugiata di Parmigiano sulla soupe all’ oignon per far sorridere i nostri amici (si fa molto per dire) francesi. Perché il fatto che Conad si sia comprato la rete italiana di Auchan a Parigi non è piaciuto proprio. Ecco pronta la controffensiva.

Lactalis, l’ impero del formaggio e del latte che si è comprato con un tozzo di pane nel 2011 la Parmalat mettendo in ginocchio la nostra zootecnia, ha puntato forte la Nuova Castelli, che è il primo operatore di export del Parmigiano Reggiano. È in vendita perché gli inglesi del fondo Charterhouse vogliono uscire dal settore e hanno chiesto a Rothschild di trovare prima un partner finanziario e poi un compratore. Ed ecco pronta la famiglia Besnier da Lavalle (regione della Mayonne, 17 miliardi di fatturato 363 di utile gruppo familiare controllato con una serie di scatole cinesi che opera in 43 Paesi) che vuole controllare il mercato estero del più famoso, imitato e venduto formaggio italiano.

La guerra del grana è così una nuova grana per il sistema Italia, ma non è la causa semmai è l’ effetto di una debolezza cronica del nostro Paese nel contrastare un’ offensiva francese che è partita nel 2006 in sordina e non si è più fermata. Ha ragione probabilmente Donato Iacovone (Ernst & Young), uno che conosce bene i mercati europei, nel dire che i francesi da tempo hanno capito una cosa: «Gli italiani sanno fare e hanno le fabbriche, i francesi no, ma i francesi sanno vendere, costruire i brand e hanno il sistema Stato che li appoggia e allora si comprano il made in Italy per rivenderlo».

Pochi sanno per esempio che alle dirette dipendenze di Emmanuel Macron – che vuole colonizzare l’ Italia comprando il nostro core business, trasformare il Mezzogiorno in un immenso campo profughi, espropriando con la patrimoniale la ricchezza privata per ripianare il debito pubblico a vantaggio dell’ Europa dove lui candida Sandro Gozi del Pd, ex sottosegretario con Matteo Renzi – funziona un «dipartimento per la guerra economica» che ha solo un compito: spianare la strada alle imprese transalpine. Una dimostrazione?

Il blocco che il governo francese ha fatto quando si è trattato dell’ affare Fincantieri Saint Nazare. Vale il vecchio detto à la guerre comme à al guerre. A fare un po’ di conti dal 2006 al 2017 si evince che la Francia ha fatto in Italia acquisizioni per 115 miliardi di euro contro i 52 che l’ Italia ha fatto in Francia.

Nel 2005 le cose erano opposte: noi avevamo comprato in Francia per 20 miliardi e ceduto per 13. La ragione è data anche dal fatto che la Francia ha una bilancia commerciale in passivo con noi. I colpi più clamorosi dello shopping francese sono stati gran parte del polo del lusso diviso tra Lvmh (Bulgari, Loro Piana) e Kering (Pomelato, Gucci), la finanza con Bnl, Cariparma per non dire di Generali e Unicredit, poi c’ è la fusione Luxotica-Essilor e nell’ agroalimentare la storia di Lactalis che si è mangiata Parmalat, ma anche lo storico marchio Biondi Santi che ha ceduto l’ origine del Brunello di Montalcino nelle mani di Epi nel 2016 e perfino le Saline di Margherita di Savoia (le più grandi d’ Europa) finite alle Salins dopo che già lo zucchero di Eridania era stato comprato da Cristal Union. Dal 2008 al 2017 le acquisizioni francesi sono state 214. E ora scoppia il caso Parmigiano Reggiano. La Coldiretti col presidente Ettore Prandini chiede di fermare la cordata francese, la Cia (Confederazione italiana agricoltori) parla di necessità di difesa del patrimonio nazionale. Ma intanto, a parte la Granarolo, nessuno si è fatto avanti per la Nuova Castelli.

Non è solo un affare che potrebbe sfondare il tetto del mezzo miliardo di euro, ma in palio c’ è il controllo del comparto caseario italiano. Il gruppo Lactalis si è comprato prima Parmalat poi Galbani, Invernizzi, Locatelli, Vallelata e Cademartori il che significa dalla mozzarella al taleggio, dal gorgonzola allo stracchino e già oggi rappresenta un terzo del formaggio italiano ha messo nel mirino la Nuova Castelli perché acquisendo il più importante esportatore di Parmigiano (ma ha anche una quota significativa di Grana Padano) di fatto diventerebbe monopolista.

Dentro Nuova Castelli (mille dipendenti, 460 milioni di fatturato, 30 milioni di margine operativo, 190 milioni di debiti ma 100 garantiti da forme di Parmigiano cedute in credito su pegno) ci sono altre due aziende molto interessanti : la Alival di Ponte Buggianese (Pistoia) leader nel settore dei formaggi a pasta filata e la Nort Coast (polacca) che è il primo esportatore di formaggio in Est Europa.

A contrastare il colosso della famiglia Besnier prova il gruppo cooperativo bolognese Granarolo rinnovando una sfida che risale ai tempi della privatizzazione di Cirio Bertolli De Rica quando Romano Prodi sancì la disfatta dell’ agroalimentare italiano. Granarolo allora voleva il latte dell’ Iri che invece finì a Sergio Cragnotti, il quale rivendette a Calisto Tanzi affossando definitivamente la Parmalat. Lactalis dopo il crack Parmalat ha conquistato il gruppo di Collecchio e dopo otto anni a fine gennaio ha annunciato lo smembramento della Parmalat il primo operatore lattiero-caseario d’ Italia. Ebbene la Granarolo stavolta ci riprova ad opporsi e forse il governo farebbe bene a metterci un occhio.

Nuova Castelli è una sorta di perno del sistema lattiero caseario italiano. Comprata dagli inglesi di Charterhouse nel 2104 con un investimento di circa 350 milioni torna cinque anni dopo sul mercato. E farla tornare italiana sarebbe proprio il cacio sui maccheroni.

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