Cronaca/Interno/Politica

Via l’abuso d’ufficio: Salvini cambia idea e tira in ballo Conte

IL MINISTRO DELL’INTERNO ADESSO PARLA SOLO DI “RIFORMA”. MA SI METTE A PARLARE PER CONTO DEL PREMIER E DI CANTONE

 

(di Ilaria Proietti – Il Fatto Quotidiano) – La domanda è solo una: cos’altro farà Matteo Salvini prima che si concluda la campagna elettorale per le Europee di domenica? Perché ieri dopo aver dichiarato di voler abolire il reato di abuso d’ufficio che impedirebbe per esempio ai sindaci di “fare il loro lavoro, ossia firmare atti, aprire cantieri, sistemare scuole, ospedali” ha innescato l’ennesima polemica di giornata. Con annessa rissa verbale tra il capo della Lega e Luigi Di Maio. Nel giorno della legalità che ricorda la strage di Capaci, Salvini si è detto pronto a “cancellare il reato che blocca il Paese. Noi invece scommettiamo sulla buona fede degli italiani”. La risposta di Di Maio è stata di pancia, quasi liberatoria: “Basta stronzate”, ha detto prima che si scatenassero le dichiarazioni e i commenti su un tema che hanno precisato dai 5Stelle “non è nel contratto”.

L’ultimo riordino nel ’97. La profezia di Davigo

Sarà stata la levata di scudi o forse qualcos’altro, fatto sta che Salvini ha poi deciso di fare una parziale retromarcia: ammainata la cancellazione si è detto convinto che la norma, già oggetto di una duplice riforma negli anni 90, “vada rivista, sono d’accordo con Conte e con Cantone” ha detto tirando in mezzo il premier e il capo dell’Anticorruzione che in passato hanno fatto accenno alla possibile revisione della norma. E che probabilmente non hanno gradito.

Ma cosa prevede il reato finito nel mirino del ministro? L’articolo 323 del codice penale scatta quando il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, “nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di norme di legge o di regolamento, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale”. Il testo riformato da ultimo nel 1997 subordina l’illecito penale al verificarsi di determinate condotte che intenzionalmente procurano un danno ingiusto o un ingiusto vantaggio. Insomma come ha ripetuto pure recentissimamente la Cassazione l’intenzionalità del dolo presuppone la volontà certa di procurare il vantaggio. E non è affatto cosa facile da provare. Tant’è che a ridosso della riforma Piercamillo Davigo era stato facile profeta: “L’abuso d’ufficio era un reato serio, oggi è diventato difficilissimo provarlo”. Per l’ex sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri oggi eletto come indipendente nelle file del Pd, la riforma ha praticamente azzerato l’efficacia del reato che spesso è spia della corruzione. E tutto questo “quasi impossibile arrivare a una sentenza di condanna”.

Da Aosta a Riace: ce n’è per tutti

L’ultimo in ordine di tempo indagato per abuso d’ufficio è il governatore leghista della Lombardia Attilio Fontana, finito nel mirino per la nomina in Regione del suo ex socio di studio: coincidenza che ha fatto dire a Di Maio che quella di Salvini è una proposta “ad partitum”. Il 29 maggio l’ex presidente della Valle d’Aosta Augusto Rollandin andrà a processo per le lettere di patronage che nel 2014 aveva inviato agli istituti bancari per rassicurarli sul debito che il Casinò di St-Vincent aveva nei loro confronti. Ad aprile l’inchiesta sulla Sanitopoli umbra ha messo in ginocchio la giunta: la governatrice Catiuscia Marini ha annunciato le dimissioni dopo che le è stato contestato l’abuso d’ufficio, ma anche il falso ideologico e materiale e il reato di rivelazione di segreti d’ufficio per un concorso che, secondo la Procura, sarebbe stato pilotato. Aprile infausto pure per il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, indagato dalla Procura della Repubblica di Bari insieme al suo capo di gabinetto e tre imprenditori baresi per una fattura alla società di comunicazione che ha curato la sua campagna elettorale per le primarie del Pd del 2017. Con buona pace di Salvini, al sindaco di Riace Mimmo Lucano che avrebbe pure favorito l’immigrazione clandestina è stato contestato anche l’abuso d’ufficio.

I governatori nei guai e i sindaci Cinque Stelle

A febbraio la Procura di Pescara ha chiesto il processo nell’ambito dell’inchiesta su PescaraPorto per l’ex presidente della regione, Luciano D’Alfonso che invece l’anno prima è stato archiviato per quella che riguardava Palazzo Centi a L’Aquila. Nei mesi scorsi l’ex presidente della Regione Molise, Michele Iorio, eletto con una coalizione di centrodestra, si è visto annullare dalla Cassazione la condanna riportata in appello per una vicenda di abuso d’ufficio legata allo zuccherificio regionale. Il tribunale di Salerno ha assolto a settembre il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, nell’ambito del processo Crescent scongiurando il rischio sospensione dal ruolo per gli effetti della legge Severino. Prosciolto anche in appello il sindaco di Milano Giuseppe Sala per il reato di abuso di ufficio che gli era stato contestato per un appalto per la Piastra dei servizi Expo. Assoluzione pure per il sindaco di Livorno Filippo Nogarin indagato con altri in un’inchiesta sulla municipalizzata dei rifiuti e per quello di Roma, Virginia Raggi per la nomina del suo caposegreteria, mentre lo è ancora nell’ambito dell’inchiesta sullo Stadio. Ma questi sono i casi meno recenti legati all’abuso di ufficio. Un rosario di nomi e inchieste. E di rosari Salvini dice di intendersene.

One thought on “Via l’abuso d’ufficio: Salvini cambia idea e tira in ballo Conte

  1. Il Cardinale Mazarino Giorgetti deve essere disperato!
    Il suo Re Sola non vuol saperne di limitarsi a parlare dei “negher” e degli zingari e dei
    modi più efficaci per liberarsi di loro, cosa che gli ha portato consensi oceanici, ma si
    azzarda, ormai un giorno sì e l’altro pure, ad addentrarsi su terreni scivolosi su cui non
    riesce assolutamente a mantenere un minimo di equilibrio.
    “Taci, pirla!”… glie lo avrà intimato un milione di volte, ma il Genio Verde è ormai partito
    per la tangente e s’è convinto di essere lui, proprio lui, con i suoi continui cambi di giacchette e la logica ferrea che contraddistingue le sue esternazioni, il principale se
    non l’unico artefice delle fortune della Lega.
    Ha dimenticato la lezione di quell’altro Grande Genio che aveva creduto che i voti,
    anche se appena annusati, diventassero suoi per sempre e nel giro di pochi mesi è
    passato dai fasti del 40% a fare la macchietta sul palcoscenico mediatico spalleggiato
    da quell’altro Genio della Comunicazione che risponde al nome di Carlo Calenda.
    Mazarino Giorgetti, il vero plenipotenziario dei poteri forti che controllano la Lega, oggi come ieri, vorrebbe mettere un argine alle sciocchezze che escono dalla bocca del Truce, ma non può mostrarsi in contrasto o in disaccordo con lui perché è al chiodo del suo carisma da arruffapopoli che sta appeso il consenso verso il partito: quando quello
    cadrà (è già in picchiata!) Salvini e la Lega faranno la fine di Renzi e del PD.

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