Cronaca/Inchieste/Interno

La truffa nel piatto: i raggiri sui prodotti made in Italy sono aumentati del 30%

(Paolo Russo – la Stampa) – Vini prodotti senza uva, olii spacciati per extravergine ma estratti da semi di soia. E poi pesci surgelati e scongelati sotto i raggi del sole, tonni lasciati a marcire, carni bovine invase da muffe, sacchi di riso stoccati tra escrementi di roditori e taniche di benzina, formaggi infestati di parassiti.

E’ un festival degli orrori il rapporto dei Carabinieri dei Nas 2019 su sofisticazioni e adulterazioni alimentari, che segnano un aumento di oltre il 30% dei casi gravi riscontrati rispetto al 2018. Gli uomini dell’ Arma hanno passato al setaccio negozi e supermarket, depositi per l’ ingrosso e allevamenti, ditte agricole e case vinicole. Alla fine un’ attività su tre è risultata irregolare, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di infrazioni amministrative. Resta il fatto che sotto sequestro sono finite comunque 105mila tonnellate di merci per un valore di 147 milioni.

Nel resoconto presentato alla conferenza “Salute e agroalimentare”, organizzata a Roma dal Comando dei reparti specializzati dei Carabinieri diretti dal Generale Claudio Vincelli, l’ elenco delle frodi racconta di organizzazioni che usano metodi sempre più raffinati per aggirare i controlli e ingannare i consumatori. Anche quelli che non badano a spese pur di acquistare un vino pregiato che si è poi rivelato essere più scadente di quello venduto in cartoni. E’ il caso del falso Tignanello, bottiglia di “supertuscan” venduta a più di 200 euro, ma smerciato da una ditta fiorentina a poche decine di euro.

Peccato che dentro le bottiglie ci fossero addirittura uve da pasto. Un responsabile della truffa è finito in carcere e due ai domiciliari. Ma intanto il danno di immagine per il nostro vino di alta qualità all’ estero è stato fatto perché le bottiglie contraffatte venivano anche esportate. Al limite del surreale è l’ operazione “Ghost wine”, vino fantasma, che a Lecce ha portato a 11 misure cautelari, con l’ accusa di associazione a delinquere per i produttori altrettanto “fantasma” che imbottigliavano vino spacciato per “Doc” o “Docg”, senza nemmeno l’ ombra di un grappolo d’ uva.

Anche le frodi sull’ olio vanno per la maggiore. Un classico è quello extravergine di oliva composto in realtà da una miscela di olii a base di semi di soia, colorato poi con clorofilla e carotenoidi. Da nord a sud imperversano poi i granchi cinesi, vietati perché specie “esotiche invasive”, pericolose per l’ ecosistema, ma anche per la salute. In pescherie e mercati ittici è invece tutto un festival di prodotti mal conservati. E non è che con le carni si sia più sicuri. A Latina bistecche e fettine giacevano invase da muffe in una cella frigorifera con «gravissime carenze igieniche strutturali». Le stesse riscontrate anche per farine, pane e pasta, mentre a Torino e Cremona ben cinque aziende stoccavano centinaia di tonnellate di riso in silos invasi da escrementi di topo, piume di volatili e taniche di benzina.

Come spiega il generale Gerardo Iorio, al comando dei Carabinieri per la tutela del lavoro, «quasi sempre la frode alimentare fa rima con lo sfruttamento di chi lavora per imprenditori senza scrupoli.

Gli abusi a danno dei lavoratori finiscono infatti per ricadere negativamente anche sulla produzione degli alimenti». A finire nelle grinfie di caporali e sfruttatori sono poi sempre più italiani: erano 105 quelli scoperti nel 2018, sono diventati 239 nel 2019.

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