Cronaca/Economia/Mondo

Pure Google (Alphabet) sfonda l’incredibile capitalizzazione di mille miliardi in borsa

(Francesco Guerrera (Direttore di Barron’ s Group in Europa) – la Stampa) – Silicon Valley è terra di leggende. La culla della tecnologia mondiale, la valle un po’ sciatta dove i nerd dell’ internet, dei chip e dei cellulari programmano il futuro, ama parlare di scienza ma sotto il camice bianco ha una visione romantica e romanzata della sua storia.

Quando parlo con i padri-padroni (sono quasi tutti maschi) delle «Big Tech», la saga che raccontano, e si raccontano, è quella della «distruzione creativa». E’ vero dicono, che per il momento un gruppetto di società dominano il settore tecnologico e l’ economia del pianeta, ma nei garage di San Francisco, nei college di Seattle e negli scantinati di New York giovani imprenditori stanno già costruendo “start-up” che presto renderanno obsoleti Google, Apple, Amazon e Microsoft.

Vale la pena riflettere su questa versione contemporanea del mito di Davide e Golia perché da ieri Alphabet, la società-madre di Google, vale più di un trilione di dollari sul mercato. Le altre due imprese, che, secondo gli investitori, valgono così tanto sono Apple e Microsoft. Nel club del trilione c’ era anche Amazon ma il supermercato dell’ internet adesso vale «solo» 931 miliardi di dollari.

C’ è poi Facebook, che è valutata intorno ai 600 miliardi.

Dopo di loro, l’ abisso: secondo il mercato, nessun’ altra società vale più di 500 miliardi (per darvi un’ idea, la storica General Electric è a quota 100 miliardi di dollari, meno di Netflix).

La tecnologizzazione delle nostre vite è un ottimo business per quattro-cinque imprese USA. «Qual è il problema? Noi rendiamo la vita più facile a miliardi di persone. Te lo ricordi il mondo prima di Google e dell’ iPhone?» mi ha detto, un po’ scocciato, uno dei fautori di Big Tech.

Ha ragione. Chiunque pensi che si viveva meglio senza le mappe di Google, l’ assistente digitale di Apple e i messaggi di Facebook/WhatsApp vive nel millennio sbagliato.

Ma non bisogna essere un luddista per pensare che posizioni di mercato quasi-monopolistiche – Google controlla circa il 90% della ricerca sul web, due su cinque cellulari Usa hanno una mela morsicata sul retro – e incursioni giornaliere nella nostra privacy presentino problemi seri.

Per la vulgata di Big Tech, non c’ è niente di cui preoccuparsi perché il dominio va in cicli più o meno ventennali.

La «prova» di questa teoria è nel passato. Mezzo secolo fa, l’ Ibm e i suoi computer d’ ufficio spadroneggiavano. Due decenni dopo, l’ arrivo del software di Microsoft trasformò uno strumento usato solo per lavoro nel computer personale, conferendo alla società di Bill Gates una supremazia pressoché totale (e utili che, almeno per la Commissione Europea di Mario Monti, erano eccessivi).

Dopo vent’ anni, l’ avvento dell’ internet di massa spodestò Microsoft, passando lo scettro a chi permette ai consumatori di mettersi il web in tasca.

Come ha scritto Benedict Evans, uno dei guru della tecnologia americana, nessuna società è «immortale».

Ma parlando con addetti ai lavori, banchieri e imprenditori, sembra giusto chiedersi se cicli futuri dureranno esattamente vent’ anni. Il passato insegna che il cambio della guardia in tech accade quando c’ è un cambio di paradigma – dal computer in ufficio al personal computer, dal personal computer al telefonino ecc. ecc.

La domanda da porsi è quale possa essere il terremoto che porterebbe al crollo di Google e compagnia.

Non ce ne sono in vista. È possibile che l’ intelligenza artificiale, la realtà virtuale, i comandi vocali possano addirittura rafforzare il potere dei giganti della tecnologia perché sono «naturali estensioni del telefono mobile», come ha scritto di recente Ben Thompson, un astuto analista di settore. E molte delle società emergenti non minacciano ma, anzi, sono complementari ai giganti della tecnologia.

Il che non vuol dire che i ragazzi di belle speranze debbano uscire dai garage e trovare lavoro in banca. Ma probabilmente non starà a loro scalzare Facebook e Apple ma ai figli e nipoti. Il regno di Big Tech non è a rischio.

Starà a politici, regolatori, consumatori e gli stessi imprenditori far sì che la Grande Tecnologia non si trasformi nel Grande Fratello.

francesco.guerrera@dowjones.com

Twitter: @guerreraf72

4 thoughts on “Pure Google (Alphabet) sfonda l’incredibile capitalizzazione di mille miliardi in borsa

  1. Sanno chi sei, cosa fai, quando lo fai e perché lo fai, se ne escono con parole tipo:”distruzione creativa”, come se tutto fosse affidato al caso, un giorno arriverà qualcuno più bravo di te.. e tu sarai polvere: polvere un cazzo, di male in peggio, basta che ti guardi intorno, non ci vuole uno scienziato, se prima la merda era alle ginocchia, ora ti sommerge,tutto è peggiorato.
    Ma loro sostengono che ora è meglio.
    Meglio per chi.
    Incastrati gli uni negli altri, per non perdere denari e potere, hanno fatturati esentasse da capogiro, filantropi da strapazzo, analogicamente parlando, andatevene a fanculo.

  2. “Internet era un’invenzione meravigliosa. Era una rete informatica che gli esseri umani usavano per ricordare ai loro simili che erano degli schifosi pezzi di merda”.

    Adeline è una quarantacinquenne semifamosa … Vive a San Francisco. Invitata a parlare in un’università, finisce sotto attacco sui social network per aver «commesso l’unico peccato imperdonabile del ventunesimo secolo», ossia non rendersi conto che qualcuno la riprendeva mentre esprimeva quello che pensava. … Adeline diventa il bersaglio degli hater. E dagli insulti sessisti e razzisti, gli unici a guadagnarci sono Google, Facebook e Twitter, che vivono della pubblicità e dei contenuti creati dagli utenti, delle loro opinioni inutili, spesso ipocrite e compiaciute, sfruttate appieno per le inserzioni pubblicitarie che fruttano patrimoni enormi a degli «antisociali privi di eumelanina nello strato basale dell’epidermide» (ossia bianchi) come Mark Zuckerberg, Steve Jobs e pochi altri, signori feudali per i quali «le parole sono il grasso che olia gli ingranaggi del capitalismo»…

    Io odio Internet di Jarrett Kobek è un romanzo esilarante concepito da una mente geniale, un bestseller controcorrente che fa a pezzi tutti i grandi paradossi dell’era Internet.

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