Cronaca/Inchieste/Salute

Pandemie motore del mondo

LE EPIDEMIE RISCRIVONO LA STORIA

 

(Barbara Gallavotti – il Messaggero) – Il coronavirus emerso dal cuore dell’Oriente ci sta offrendo un discutibile privilegio: assistere al nascere e al diffondersi di una epidemia. In forma accelerata però, come se di fronte ai nostri occhi scorressero fotogrammi che i nostri antenati videro svolgersi con lentezza. In pochi giorni siamo passati dalle prime voci sull’esistenza di un nuovo agente infettivo al tentativo di isolare comunità di decine di milioni di persone, alla segnalazione dell’esaurimento delle mascherine da porre a protezione di bocca e naso, a istituzioni compassatissime come il Politecnico di Zurigo che mettono in guardia i dipendenti da viaggi in estremo Oriente. E non siamo neppure lontanamente vicini, e speriamo di non arrivare mai, a una di quelle pandemie capaci di lasciare una cicatrice nella memoria collettiva.

ABITUDINE

Inoltre, il pericolo posto dalle malattie infettive è qualcosa alla quale dovremmo essere abituati: una normale influenza si stima faccia ogni anno tra le 290.000 alle oltre 600.000 vittime. È un numero impressionante che tuttavia preoccupa così poco da indurre molti a non vaccinarsi. Ma l’influenza è considerata una vecchia conoscenza, di cui pensiamo di prevedere lo sviluppo. L’emergere di un morbo sconosciuto invece desta paure profondissime: è da quando la nostra specie ha memoria che si tramanda il ricordo di mali misteriosi, capaci di annientare intere comunità.

In effetti, quando i nostri antenati iniziarono a formare insediamenti numerosi fornirono agli agenti infettivi le condizioni ideali per contagiare molte persone. E la vicinanza con gli animali da allevamento ha peggiorato le cose, visto che come ci ha ricordato il coronavirus, i nostri minuscoli nemici possono essere estremamente abili nel saltare da una specie all’altra.

Il risultato è stato devastante. Le parole con cui lo storico greco Tucidide descrive la pestilenza che colpì Atene nel 430 a.C. lasciano trasparire il medesimo sgomento rimbalzato poi dal resoconto di un morbo all’altro fino ai giorni nostri. Si calcola che il male fece decine di migliaia di vittime ateniesi. E neppure sappiamo esattamente di quale agente infettivo si trattò.

influenza spagnola 1

Del resto all’epoca scoprire l’identità dell’assassino non era solo tecnicamente impossibile ma in fondo neppure tanto rilevante, visto che qualsiasi cosa fosse la medicina non poteva offrire protezione. E così per molti millenni. Si discute ancora del ruolo che la peste antonina (forse in realtà morbillo) ebbe nel definitivo crollo dell’Impero Romano.

È certo invece che le malattie infettive portate dall’Europa furono fondamentali nel decretare l’annientamento di imperi come quello azteco, capitolato di fronte a un manipolo di occidentali. Con i conquistadores sbarcarono nelle Americhe virus e batteri completamente nuovi per il sistema immunitario dei nativi. Furono quindi ad esempio influenza, vaiolo, morbillo e colera a spianare il terreno di fronte ai soldati con armi da fuoco.

IL SIMBOLO

peste nera del 1300Nel senso opposto arrivò però la sifilide e in Europa si contarono cinque milioni di morti in pochi anni. Siamo però già alla fine del 400 e bisogna tornare indietro per incontrare quella che in occidente viene considerata il simbolo di tutte le epidemie: la peste. A causarla, allora come oggi, è un batterio, lo Yersinia pestis.

E questa fu anche l’arma di una delle prime guerre batteriologiche della storia. Nel 1347 infatti il capo mongolo che assediava la colonia genovese di Caffa, in Crimea, catapultò all’interno delle mura nemiche i corpi dei suoi soldati morti di quel male che già seminava lutti in estremo oriente. I genovesi fuggirono, portando il contagio in Europa dove tra il 1347 e il 1350 si calcola abbia ucciso un terzo della popolazione.

La malattia si ripresentò in ondate ricorrenti fino al 1720. Poi, smise di far paura. O quasi, perché oggi casi di peste o piccole epidemie si verificano ancora, anche se non dalle nostre parti. È vero che esistono antibiotici efficaci per trattarla, ma in ogni caso la sua pericolosità non è neppure lontanamente paragonabile a quella del passato. E la cosa interessante è che non sappiamo bene come mai.

peste nera

È vero che i microbi cambiano nel tempo. Il vaiolo ad esempio, si sarebbe trasformato in un grande killer solo verso il XVII secolo. Ma nel caso di Yersinia pestis il DNA sembra indicare che il batterio di oggi è ancora estremamente simile a quello del passato. Forse allora siamo cambiati noi, evolvendo una qualche caratteristica che ci consente di fronteggiare meglio il minuscolo avversario. E così dalla poliomielite al morbillo, all’Aids, a Ebola, la nostra specie ha affrontato e affronta un agente infettivo dopo l’altro. Ma uno deve essere ancora citato: la Spagnola, la spaventosa influenza che tra che il 1918 e il 1919 si diffuse in tutto il mondo, provocando tra i 50 e i 100 milioni di morti. È a questa epidemia che tutti pensano quando si profila un nuovo nemico come il coronavirus.

DISTINGUO

epidemia di dengue nelle filippine

Eppure, certe differenze sono ben evidenti. In primo luogo, la Spagnola fu particolarmente mortale per i giovani adulti, mentre il coronavirus al momento è più nefasto per le persone anziane o debilitate. Ma la differenza fondamentale sta nella nostra capacità di reazione. Sono bastati giorni a tracciare l’identikit genetico del coronavirus, mentre il virus della Spagnola è stato identificato solo in epoca moderna.

E se oggi un contagio può trasmettersi molto più rapidamente, favorito da megalopoli e viaggiatori, nei laboratori di tutto il mondo si sta già individuando la chiave per un possibile vaccino. Con gli agenti infettivi insomma, non si può mai abbassare la guardia. Ma a differenza di quanto avvenuto per migliaia di anni, oggi possiamo combattere e lo stiamo facendo.

IL VIRUS CHE RISVEGLIA IL MITO

coronavirus 2

(Silvia Ronchey – la Repubblica) – Esistono momenti nella storia in cui l’ intera umanità è percorsa dalla paura. Una paura così grande, così pervasiva, da catalizzare le ansie dei singoli, e anche quelle delle singole società, in un’ unica psicosi di scala globale, che attraversa le nazioni e produce quella sindrome psicologica collettiva che gli storici chiamano millenarismo: l’attesa di una catastrofe che segni la fine (allo scadere di un millennio) o la radicale metamorfosi dei tempi (per un ciclo di mille anni – ma, scrive il salmista, «mille anni sono come un giorno, / come un turno di guardia di notte»).

Viene annunciata dall’ apparire nel mondo di un male imbattibile, che in termini religiosi può chiamarsi “anticristo” ma che molto spesso, in termini concreti, si identifica con una “peste”. Un virus, se guardiamo il passato dell’ umanità con la lente dei nuovi studi di storia globale (pensiamo al Destino di Roma di Kyle Harper), dove la storia è letta alla luce dei fattori ambientali ed epidemiologici e dove le grandi battaglie che la determinano sono insieme contro i “barbari” venuti da oriente e contro virus e batteri.

All’ origine della grande crisi dell’ età dioclezianea, che portò allo slittare del baricentro del mondo a oriente, fu la devastante epidemia di peste del III secolo, che, si calcola, ridusse la popolazione dell’ impero del trenta per cento.

Il coronavirus che sta infettando la Cina e l’ infosfera globale, tra notizie e contronotizie, referenze e reticenze, teorie e dietrologie, non è solo una reale e grave minaccia al corpo fisico dell’ umanità, ma anche un assalto al suo corpo psichico – per citare san Paolo-, l’ ultimo epigono dei suoi soprassalti apocalittici.

Nell’ Apocalisse di Giovanni, del resto, il quarto e ultimo cavaliere, in sella al “cavallo verdastro”, finisce di sterminare l’ umanità “con la peste e con le fiere della terra”. E la provenienza dei virus dalle specie animali, il loro mutare e passare dal regno delle fiere a quello degli umani, è un altro germe di terrore, di fobia, di tabù.

Non è forse un caso che l’ ipotetica trasmissione del nuovo coronavirus da un serpente sia tra le notizie, più o meno mitografiche, diffuse in questi giorni, ancorché smentite dagli scienziati. La migrazione da animale a uomo avviene più spesso tramite mammiferi: con ogni verosimiglianza anche in questo caso. Ma la figura leggendaria del serpente riconduce, oltre che all’ iconografia dell’ anticristo, all’ immagine del dragone, simbolo non solo dell’ impero cinese ma di tutti i temibili popoli dagli occhi a mandorla.

All’ inizio dell’ età moderna, in un’ altra congiuntura apocalittica, la caduta di Costantinopoli in mano ai turchi venuti dalle steppe dell’ Asia era il vessillo del drago a rappresentarne il demoniaco avvento. La psicosi millenaristica è regolarmente generata da una congiunzione di eventi archetipici. La pressione alle frontiere – geografiche o commerciali – del proprio mondo da parte di un soggetto ostile e lontano. La percezione della decadenza del mondo occidentale, nel dissolversi del suo ordine – politico, economico, culturale – e nel suo assottigliarsi demografico.

E il sopraggiungere di un flagello a minare la “salute” della società, letteralmente ma anche latamente, in senso morale. L’ epidemia e paventata pandemia del coronavirus ha traumatizzato anche i giochi della politica e della finanza, a cominciare dai mercati, che notoriamente all’ irrazionale reagiscono per primi.

Eppure lo spettacolo che il dragone cinese dà di sé è in apparenza più che razionale. Lo spiegamento di forze, l’ allestimento del cordone sanitario più colossale a memoria d’ uomo, il moto perpetuo delle ruspe al lavoro per nuovi nosocomi, la disciplinata efficienza del sistema si spiegano, commentano gli occidentali, con la forza (e con la propaganda) di un regime totalitario.

È vero, ma è altrettanto vero che l’ ultimo totalitarismo del Novecento, quello sovietico, fu sconfitto proprio dalla catastrofe di Chernobyl. Sarà in grado la Cina di domare una catastrofe di cui ancora nessuno conosce l’ entità? Se non lo sarà, il mondo verrà contagiato da un’ ancora più grande e motivata angoscia di fine. Ma se lo sarà, se ce la farà, un’ altra paura contagerà forse l’ occidente: che per la prima volta – stavolta sì – nella storia il barbaro dagli occhi a mandorla affermi globalmente la sua supremazia.

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