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Inchiesta Consip: pressioni sui testimoni “scomodi”

(Giuseppe China – la Verità) – La caccia alle talpe dell’ inchiesta Consip non è finita. Il gip Gaspare Sturzo, nella sua ordinanza, punta molto anche sulle fughe di notizie e su chi le ha causate e non è stato scoperto.

Una serie di spifferi che hanno permesso a Tiziano Renzi di essere informato su quello che stava accadendo alla Procura di Napoli e di staccare la spina ai suoi rapporti con Carlo Russo, ma che in qualche passaggio non hanno funzionato. Infatti Renzi senior ha parlato troppo di quello che aveva saputo e per esempio convocò quello che all’ epoca era un grande amico: il sindaco di Rignano, Daniele Lorenzini. Per comunicargli che temeva di «essere arrestato».

La notizia arrivò alle nostre orecchie e la scrivemmo il 6 novembre 2016. Per questo i pm decisero di convocare come testimone il primo cittadino, e di intercettarlo. La scelta di quest’ ultimo di collaborare con le forze dell’ ordine non venne presa bene da Tiziano.

Ne nacque una faida: il Pd di Renzi senior da una parte e la lista civica del sindaco dall’ altra che, dopo tre mesi, trionfò alle elezioni.

GUERRA AL «TRADITORE»

Ma prima Lorenzini avrebbe subito «un’ indiretta pressione». Rivelata da un’ intercettazione del 7 marzo 2017, quattro giorni dopo la prima testimonianza. Lorenzini si lamenta con un suo stretto collaboratore: «Tiziano pur di far fuori me». Gli risponde Adriano: «Il problema che lui c’ ha qual è è che tu sei andato dai carabinieri». Lorenzini: «È tutto lì il problema».

Poi aggiunge: «Mi dovrebbe chiedere scusa che mi sono rotto i coglioni due giorni (per la testimonianza, ndr) per la sua superficialità []» per «le sue cazzate con il Russo». Il collaboratore gli fa notare che Tiziano avrà già letto la sua deposizione: «E s’ è incazzato [] forse pensava che tu stessi zitto come qualcun». Lorenzini si indigna: «Io sto zitto [] sto parlando da sindaco [] mi fanno delle domande io sto zitto come il servo sciocco che gli fa la telefonata che non sapeva a chi telefonava».

Il riferimento sembra a Roberto Bargilli che nel dicembre 2016 chiamò Russo per dirgli di non contattare più Tiziano Renzi. Il gip continua a riportare le parole di Lorenzini: «Dice che il Paese lo appoggia e che non dirà mai una bugia ai carabinieri e [] che il fatto che una persona va in chiesa (Renzi senior, ndr) non significa che è uno “buono” [] dice che a lui (a Tiziano) non gliene frega un cazzo del partito…».

Lorenzini è lo stesso che aveva raccontato di una grigliata a casa di Tiziano nell’ ottobre 2016, a cui avrebbe partecipato anche il generale Emanuele Saltalamacchia, il quale avrebbe consigliato al babbo di non parlare al telefono. Il gip nota che altri testimoni hanno tentato di far slittare la data della cena con Saltalamacchia a casa Renzi a fine novembre e «non troppo velato pare il tentativo [] di spostarla in funzione dell’ articolo del 6 novembre 2016 pubblicato dalla Verità».

Creandosi così un alibi.

TALPE IN FUGA

Nella parte finale dell’ ordinanza, Sturzo non solo sostiene che l’ ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Luca Lotti e il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, all’ epoca a capo della Regione Toscana, avrebbero ricevuto notizie coperte da segreto, ma anche che i loro complici «hanno ritenuto di recargliele, violando il segreto, in relazione, evidentemente, ai loro ruoli istituzionali e alla loro vicinanza alle persone che erano interessate o potevano essere interessate alle indagini». Non è difficile immaginare che in questo mazzo di persone il gip inserisca anche la famiglia Renzi.

Per il giudice le fughe di notizie sono servite soprattutto a non consentire l’ individuazione di penali responsabilità non solo quanto alle continue turbative in Consip, ma anche del ruolo di Marroni Luigi e delle pressioni che questi stava subendo a opera di diversi soggetti, tra cui Carlo Russo e Tiziano Renzi, come da Denis Verdini e Ignazio Abrignani».

… Nell’ ordinanza di Sturzo a parlarne è Francesco Licci, manager di Consip indagato per turbativa d’ asta e all’ epoca presidente della commissione che avrebbe dovuto assegnare la gara da 2,7 miliardi di euro Fm4. Licci è colui che aveva fatto pressioni su Marroni affinché adottasse una nuova linea maggiormente difensiva della cosiddetta Corrente, quella parte del Pd collegata a Matteo Renzi.

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